RELIGIONE E LEGGE MORALE NATURALE
(Prima di leggere questo capitolo è opportuno leggere il capitolo "Alle radici dell'etica" per una migliore comprensione del testo)
Il Valore Morale e la Legge Morale Naturale sono patrimonio congenito dell’uomo di tutti i tempi, infatti ne troviamo traccia in autori pre-cristiani, quali Cicerone e Seneca.
Possiamo considerare la recta ratio (retta ragione), di cui parlava Cicerone, equivalente
alla ragione aperta all’essere, ovvero alla coscienza. Infatti, nel “De Officiis” (I
doveri), ultima opera filosofica di Cicerone in tre libri, dedicata al figlio
Marco, si parla dell’utile e dell’onesto e si espongono precetti di etica
pratica, seguendo la fonte del filosofo stoico Panezio di Rodi. A differenza
delle altre opere filosofiche[1][1], il “De officiis” non è un dialogo, ma un vero e
proprio trattato: nel I libro, che a noi interessa, si chiarisce che l’ honestum, bene morale, in relazione al
quale si stabiliscono i doveri, scaturisce dalle tendenze naturali dell’uomo,
cioè dalla sua natura razionale (recta ratio).
… Et eadem natura vi rationis… impellit… parare ea quae
suppeditent ad cultum et ad victum…( Libro I Cap. IV)
L’honestum si esprime in quattro virtù: Sapienza, Giustizia, Fortezza e Temperanza.
La Sapienza è da
intendersi come aspirazione naturale dell’uomo al vero:
…
Et est in primis propria hominis inquisitio atque investigatio veri…( Libro I Cap.
IV)
La Giustizia è da
intendersi come desiderio naturale dell’uomo di unirsi in comunità organizzate:
… Latissime patet ea ratio qua continetur societas hominum
inter ipsos… due partes cuius: iustitia, in qua est maximus splendor virtutis,
ex qua viri nominantur boni…(Libro I Cap VII)
La Fortezza o
magnanimità è da intendersi come aspirazione naturale a fatti gloriosi in nome
non della cupidigia, ma dell’utilità comune:
… Itaque probe definitur fortitudo a Stoicis cum dicunt eam
esse virtutem propugnantem pro aequitate… Praeclarum igitur illud Platonis: Q Non solum
scientia – inquit – que est remota ab iustitia appellanda est calliditas potius
quam sapientia, verum etiam animus paratus ad periculum, si impellitur sua
cupiditate, non utilitate communi, habeat nomen audacie potius quam
fortitudinis f. ( Libro I Cap.
XIX)
La Temperanza è
da intendersi come aspirazione naturale dell’uomo all’ordine e alla bellezza:
… Hoc loco continetur id quod Latine potest dici “decorum”: Graece enim
dicitur “prepon”. Vis huius est talis ut non queat separari ab honesto(
Libro I Cap. XXVII)
… Ut enim
pulchritudo corporis movet oculos… sic hoc decorum, quod elucet in vita, movet
ad probationem eorum quibuscum vivitur, ordine et constantia et moderatione
omnium dictorum et factorum. ( Libro I Cap. XXVIII)
Ancora, nel De Republica Cicerone afferma:
Est quidem vera lex recta ratrio naturae, diffusa in omnes, constans, sempiterna, quae vocet ad officium jubendo, vetendo a fraude deterreat; ...Huic legi non abrogari fas est neque derogari ex hac aliquid licet neque tota abrogari potest, nec vero aut per senatum aut per populum solvi hac lege possumus, neque est quaerendus explanator aut interpres eius alius, nec erit alia lex Romae, alia Athenis, alia nunc, alia posthac, sed et homnes gentes et omni gentes et omni tempore una lex et sempiterna et immutabilis continebit, unusque erit communis quasi magister et imperatur omnium deus, ille legis huius inventor, disceptator, lator; ciu qui non parebit, ipse se fugiet ac naturam hominis aspernatus hoc ipso luet maximas poenas, etiamsi cetera supplicia, quae putantur, effugerit. ( De Republica, 3,3 )
Seneca, insieme a Cicerone, rappresenta l’esponente più significativo della prosa filosofica romana: egli esprime la sua concezione della vita e dell’uomo nelle Epistulae ad Lucilium, l’opera filosofica più profonda ai fini della comprensione del suo messaggio. In tale opera (58, 32 – 37) viene ripresa ed elaborata in maniera personale la dottrina stoica del suicidio. Esso è lecito e addirittura doveroso, quando all’uomo diventa impossibile vivere secondo natura, ossia secondo la retta ragione, la sapienza e la virtù. Per Seneca, infatti, chiunque non è più padrone delle sue capacità razionali, avendo perso il senso e lo scopo della vita, deve porre fine ai suoi giorni.
Questi stessi concetti li ritroviamo espressi nella lettera di S. Paolo ai Romani:
Quando i pagani, che non hanno la legge (rivelata, cioè i Comandamenti, n.d.r.) per natura agiscono secondo la legge, essi, pur non avendo la legge, sono legge a se stessi; essi dimostrano che quanto la legge esige è scritto nei loro cuori come risulta dalla testimonianza della loro coscienza e dai loro stessi ragionamenti, che ora li accusano, ora li difendono. (Rom. 2, 14-15).
Ancora, nei documenti del Concilio Vaticano II leggiamo:
Nell'intimo della coscienza l'uomo
scopre una legge che non è lui a darsi, ma alla quale invece deve obbedire.
Questa voce, che lo chiama sempre ad amare, a fare il bene e a fuggire il male,
al momento opportuno risuona nell'intimità del cuore: fa questo, evita
quest'altro. L'uomo ha in realtà una legge scritta da Dio dentro al cuore;
obbedire è la dignità stessa dell'uomo, e secondo questa egli sarà giudicato. (Gaudium et Spes, § 16).
Da quanto esposto risulta chiaro che la retta ragione o coscienza non è un'invenzione della religione, né è un'optional, ma è una dimensione costitutiva della persona umana di tutti i tempi, testimone di una legge innata (perciò naturale) che gli indica ciò che è bene e ciò che è male. Tale legge non si impone in modo cieco all'uomo che, dotato di ragione, ha la facoltà di coglierla in se stesso e di aderirvi liberamente. La stessa Rivelazione, oggetto di fede dei cattolici, poggia sulle solidi basi della Legge Naturale e della coscienza: oltre a quanto già detto, ricordiamo come i Dieci Comandamenti non siano altro che l'estrinsecazione di norme già presenti nel cuore dell'uomo (e riportate in massima parte nei codici legislativi dei popoli di tutti i tempi), così come l'honestum di Cicerone si rispecchia nelle Virtù cardinali della Chiesa ( prudenza, giustizia, fortezza e temperanza ).
[1][1] Academici, De finibus bonorum et malorum,
Tusculanae disputationes, De natura deorum, Cato maior de senectute, Lelius de
amicitia, De divinatione, De fato.