NATURA, VITA E LEGGE MORALE NATURALE

Natura e vita sono in stretta relazione: la vita, massima espressione della natura, acquista significato ed è realmente comprensibile solo in riferimento alla natura. E' quest'ultima, infatti, che definisce l'essenza di ciascun vivente e ne proclama la dignità in base alla specie. La natura non è opera dell'uomo: parlare della vita senza rapportarla alla natura vuol dire smarrire il riferimento certo che conferisce il vero e giusto valore a ciascun essere vivente; così facendo, l'uomo si arroga il diritto di giudicare la vita in base ai propri parametri culturali, col pericolo di un generale appiattimento delle forme di vita. A voler esprimere questo concetto in altre parole, potremmo dire che se l'uomo perde la capacità di saper contemplare nella natura della vita umana l'opera intoccabile di una Sapienza Creatrice che l'ha voluto come espressione più nobile della vita, ecco che corre il rischio di giudicarsi come un organismo vivente tra gli altri, dimenticando la sua peculiare natura di "persona", cioè di essere razionale, fatto di materia e di spirito, dalle caratteristiche uniche. La vita vegetale ed animale è per natura predeterminata in percorsi segnati; non così per la vita umana, contrassegnata dalla libertà che si esprime nelle facoltà spirituali dell'intelligenza, attraverso la quale egli assume e progetta la propria vita, e  la volontà, espressa nell'agire (vedi anche "L'UOMO, ESSERE VIVENTE"). La vita dell'uomo,  quindi, è anche nelle mani dell'uomo, non è del tutto predeterminata in quanto egli ne è soggetto attivo; per natura, dunque, egli è posto sullo scalino più alto del creato ed è elevato ad una dignità trascendente, in quanto essere spirituale. Da ciò deriva l'inviolabilità della vita umana. Prescindere da questa singolare natura, anzi  voler prescindere semplicemente dalla natura, vuol dire annullare la peculiare dignità e il valore della vita umana, equiparandola a quella degli altri esseri viventi, o disconoscendone i diritti in particolari stadi del suo sviluppo. La natura è posta alle radici della verità sull'uomo: reciderle vuol dire farsi creatori di una verità che non ci appartiene. Per chi crede, la natura è opera del Creatore; all'uomo tocca conoscerla ed assumersi il compito di collaborare nell'opera creatrice per quel che gli compete, senza prevaricazione. Per questo si può affermare che la via della natura conduce l'intelligenza a Dio.

Ma parlare della natura umana non significa far riferimento solo alla sfera dell'intelligenza e della conoscenza, poichè anche l'agire morale dell'uomo trova un suo fondamento nella natura: esso, infatti, poggia sulla Legge Morale Naturale, espressione della "trascendente dignità della persona umana" (Giov.Paolo II, Veritatis Splendor, n.99). Si rimanda ai capitoli "Alle radici dell'etica" e "Religione e Legge Morale Naturale" per una migliore comprensione di questo concetto. Qui ci basti ricordare che il saper riconoscere il bene dal male è capacità innata nell'uomo, cioè fa parte della sua natura. Da questa conoscenza deriva l'agire morale, specifico della  persona umana che, attraverso di esso, si esprime e si realizza. L'uomo, con la sua intelligenza, è spinto a cercare e a cogliere dentro di sé quest'istanza morale che tuttavia non lo vincola; egli è libero di accoglierla o di rifiutarla, ma è solo nell'accoglienza che   può esserci la realizzazione della persona, poichè la Legge Morale è parte integrante della stessa persona, della sua essenza, cioè della sua natura. Nel negarla non può esserci pace, perchè ciò significherebbe  negare la propria natura. S. Tommaso D'Aquino in Summa Theologiae, I-II, q. 90, a. 1-4 scrive: "La legge naturale altro non è che la luce dell'intelligenza infusa in noi da Dio". Ancora una volta, dunque, possiamo riaffermare che la via della natura conduce l'intelligenza a Dio. Per il cristiano la Legge Morale Naturale ( di cui i Dieci Comandamenti sono la traduzione ) è quella Legge che Cristo non ha abolito, ma ha portato a compimento.

A questo punto possiamo porci una domanda: l'atto morale può esaurirsi nel soggetto che lo compie o è relativo ad un'altra persona, ad un "tu" ? Ad esempio, nel Decalogo vediamo che l'atto morale richiesto consiste sempre in qualcosa da fare o non fare (a Dio, al prossimo). E' stato anche detto, giustamente, che l'amore è il compendio di tutti i principi morali: ma l'amore è qualcosa che non si esaurisce nel soggetto amante, ma cerca un altro su cui riversarsi. Il bene, dunque, non può limitarsi alla realizzazione di sé, ma cerca il bene altrui, al di là del proprio tornaconto. In questa ottica possiamo completare quanto già detto affermando che la persona si realizza attraverso l'agire morale, cioè amando, ovvero ricercando il bene dell'altro, di ciascun altro, poichè non è pensabile rendere le singole persone oggetto di una scala di valori (Cfr. Modelli di riferimento in Bioetica nel capitolo Definizione, Fondamenti, Contenuti). Ora, poichè la vita umana non è qualcosa, ma è sempre qualcuno, ricercare il bene dell'altro vuol dire tener conto anche del fatto che egli vive, poichè il corpo non "appartiene" alla persona, ma "è" la persona e ne condivide la dignità. Cosicchè ogni intervento non terapeutico teso a ledere l'integrità fisica della vita umana, o addirittura a sopprimerla, è ingiustificato