IL TERMINE
DELLA VITA E LA DIGNITA’
DEL SOFFERENTE
Dagli argomenti trattati finora in questo Corso[1]
credo che sia ormai emerso in maniera definitiva il primato dell’Etica in
Medicina: per usare un linguaggio kantiano, ma con valenze del tutto diverse,
“il primato della Ragione Pratica sulla Ragione Pura”.
Questo primato assume un’importanza assoluta, ma spesso
anche di inaudita drammaticità, al capezzale dell’ammalato terminale. E non
solo per il medico e per gli operatori sanitari, ma per gli stessi familiari,
che si trovano a condividere scelte ardue e talvolta assai dolorose.
Una volta era piuttosto facile porre diagnosi di “morte”,
perché basata esclusivamente sulla cessazione del battito cardiaco e della
respirazione. Oggi, per lo sviluppo delle tecnologie di rianimazione, la
frontiera tra la vita e la morte si è spostata: è l’elettroencefalogramma
“piatto”, che resta tale nel tempo, a rilevare un danno cerebrale
irreversibile. Il paziente in coma “dépassé”, ha una compromissione totale e
irreversibile della corteccia cerebrale, ma può avere ancora respirazione
autonoma e battito cardiaco.
Sandro Spinanti, nell’ “Etica Bio-Medica”, si chiede: “ Si
può continuare a considerare un essere umano un organismo sprofondato
irreversibilmente nel buio che fa seguito alla distruzione del sistema
nervoso?” e subito dopo cita l’autorevole risposta dei Vescovi Francesi: “La
vita umana è più della vita vegetativa. E’ legittimo affermare che il soggetto
umano è caratterizzato dalla coscienza e dalla capacità di entrare in relazione
con altri, e che non c’è più vita umana quando ogni possibilità di coscienza e
di relazione è definitivamente scomparsa: allora non c’è più un essere umano,
un soggetto umano. Una tale affermazione rimette in discussione i criteri della
morte attualmente riconosciuti, perché porta a dichiarare morto l’uomo in stato
di coma irreversibile”. Tuttavia Elio Sgreccia, nella sua “Bioetica” sottolinea
che fino a quando “può persistere una forma vita biologica con respirazione
autonoma e battito cardiaco…non si può provocare la morte…tale vita “umana” è
anche vita della persona, quantunque non sia recuperabile la vita di
relazione”.
D’altro canto, in un convegno promosso dall’Accademia Pontificia
delle Scienze, un gruppo di autorevoli scienziati ha dichiarato che due
elettroencefalogrammi piatti, eseguiti a distanza di sei ore l’uno dall’altro,
stabiliscono con sicurezza la morte dell’individuo. A questo punto è del tutto
legittimo l’espianto di organi da utilizzare per i trapianti.
Spinanti conclude con una considerazione: “La definizione di
morte clinica, fatta con riferimento alla perdita irreparabile della
funzionalità del sistema nervoso centrale, va anche a beneficio dell’individuo,
proteggendolo da un interventismo terapeutico a oltranza che lo blocca sulla
linea del confine. Poter infine essere dichiarato clinicamente morto equivale a
una liberazione!”.
Va, comunque, ricordato che l’attuale legislazione italiana
sugli espianti (Legge 29 dicembre 1993 n. 578) offre garanzie sicure sulla
diagnosi di morte, che sono ancora maggiori nel caso di bambini: 24 ore di
osservazione per quelli di età inferiore a 1 anno e 12 ore per quelli da 1 a 5
anni.
Ben diverso è il caso del coma “apallico”, in cui
l’elettroencefalogramma conserva una certa attività e, sia pure dopo giorni o
mesi, si può avere una reversibilità più o meno completa della compromissione
cerebrale.
La morte
“naturale” di una volta, nel proprio letto, circondato di parenti e amici,
spesso addirittura con la presenza e il conforto di un Sacerdote, ormai quasi
non esiste più.
Si muore quasi sempre in una corsia di ospedale o
addirittura in un reparto di terapia intensiva. La tecnologia e i presidi
farmaceutici non hanno sconvolto solo la concezione, la nascita e lo sviluppo
dell’uomo, ma anche il suo “naturale” spegnersi.
Conseguentemente anche la morte è diventato un terribile
problema bioetico. Non solo la vita vegetativa può essere prolungata a
piacimento, indipendentemente dai livelli superiori di coscienza, ma per
controllare il dolore si può sprofondare il paziente nell’incoscienza.
L’Etica Medica Cattolica ha ricevuto già da Pio XII una
formulazione per molti versi non solo moderna e completa, ma addirittura
anticipatrice, proprio sulla problematica della morte e dell’assistenza ai
morenti. Le varie Conferenze Episcopali e la S. Congregazione per la dottrina
della fede hanno continuato e completato l’opera, per cui si può
tranquillamente affermare che, in questo campo, la Chiesa ha davvero risposto a
tutte le domande.
Un Decreto del S. Ufficio del 2 dicembre 1940 condanna con
forza la pratica e la dottrina nazista dell’eliminazione dei “deformi di corpo”,
degli “amenti” e degli”affetti da malattie ereditarie”, perché “molesto peso
per la società”.
Pio XII, nella Mystici Corporis (29 giugno 1943) riprende e
ribadisce tale condanna; dal 1944 interviene ripetutamente sull’uccisione
pietosa ad opera del medico, anche su richiesta dello stesso paziente: “Niuno
al mondo, nessuna persona privata, nessuna umana podestà può autorizzarlo (il
medico) alla diretta distruzione di essa (la vita). Il suo ufficio non è di
distruggere la vita, ma di salvarla”.
Lo stesso Pontefice, accanto alla condanna incondizionata
dell’eutanasia, offre le prime
delucidazioni sulla legittimità della cosiddetta eutanasia indiretta,
che in realtà è la terapia del dolore
nei casi in cui, a seguito della somministrazione di analgesici, si possono
avere due conseguenze indirette: la perdita della coscienza e/o l’abbreviamento
della vita (IX Congresso della Società di Anestesiologia, 1957).
Il Concilio Vaticano II nella “Gaudium et Spes” rinnova la condanna a “ogni specie di
omicidio, genocidio, aborto, eutanasia e suicidio volontario”.
I Vescovi Francesi nel documento “Problemi etici della morte
e del morire” richiamano l’attenzione sull’ambiguità della parola eutanasia e sulla necessità di tenere
separati i diversi problemi per i quali si ricorre a questo termine:
- l’”addolcimento” degli ultimi momenti della vita del
malato ( morte armoniosa, senza strazio);
- la lotta contro la sofferenza , che può comportare il
ricorso ad analgesici, anche con eventuale perdita della coscienza e/o abbreviazione
della vita;
- il prolungamento
della vita a ogni costo (accanimento terapeutico);
- la soppressione
dei “tarati” per ragioni eugeniche (Nazismo);
- la constatazione della morte secondo i criteri clinici,
malgrado il perdurare di apparenze di vita;
- il porre termine deliberatamente alla vita di una persona,
su richiesta esplicita o presunta di quest’ultima, in nome della compassione
per chi sta soffrendo in un modo ritenuto ormai disumano.
Purtroppo oggi,
nell’uso corrente, alla parola eutanasia è
riservato solo quest’ultimo significato o, peggio, quello assegnatole dai
Nazisti.
Ippocrate nel suo giuramento scrive espressamente: “Non darò
a nessuno alcun farmaco mortale, neppure se richiestone, né mai proporrò un
tale consiglio; ugualmente non darò alle donne pessari per provocare l’aborto”.
Con l’introduzione in Italia della legge 194/78, che
consente l’interruzione volontaria della gravidanza fino al terzo mese, per
molti laici ( ma fortunatamente non per
tutti; e d’altro canto proprio per Ippocrate,
vissuto nel V secolo a.C., non è in alcun modo possibile invocare “pregiudizi
cattolici” ) quest’ultima norma deontologica è ormai da considerare superata.
Il Nuovo Codice di Deontologia Medica (N.C.D.M), invece,
conserva intatta la condanna dell’eutanasia e, all’art. 36, espressamente
recita: “ Il medico, anche su richiesta del malato, non deve effettuare né
favorire trattamenti diretti a provocare la morte”, cioè considera l’eutanasia
solo e semplicemente un omicidio. Il Codice Penale Italiano, poi, non prevede una specifica ipotesi di reato
per l’eutanasia, ma, con l’art. 579, condanna l’omicidio del consenziente e,
con l’art. 580, l’istigazione e l’aiuto al suicidio.
D’altro canto il N.C.D.M., all’art. 37, condanna anche
l’accanimento terapeutico: “In caso di malattie a prognosi sicuramente infausta
o pervenute alla fase terminale, il medico deve limitare la sua opera
all’assistenza morale e alla terapia atta a risparmiare inutili sofferenze,
fornendo al malato i trattamenti appropriati a tutela, per quanto possibile,
della qualità di vita”.
Tuttavia la recente introduzione nella legislazione olandese
della depenalizzazione dell’eutanasia ha riaperto il dibattito anche in Italia,
nonostante l’esplicita affermazione del Presidente della Federazione Nazionale
degli Ordini dei Medici, prof. Giuseppe Del Barone, che, in un’ intervista a
“La Stampa” del 20/11/01, dichiarava:”La parola eutanasia deve essere cancellata dal vocabolario del medico
onesto!”, perché “Il medico deve essere portato alla ricerca della positività
di ogni cura. E nell’eutanasia non c’è nessuna positività”. A queste
affermazioni faceva eco, in un’intervista a “la Professione” del
gennaio/febbraio 2002, il prof. Riccardo Di Segni, Rabbino Capo di Roma:
“Nessuno può accelerare la morte di una persona, ma si può impedire il ricorso
a mezzi che fanno proseguire artificialmente la vita”.
Sostanzialmente, come si evince da quanto sopra esposto,
questa è anche la posizione ufficiale della Chiesa Cattolica, che ha sempre
condannato da un lato l’eutanasia,
ma, a partire da Pio XII, anche l’accanimento
terapeutico nei casi assolutamente ingiustificati.
Ai tempi di Pio XII si parlava di mezzi terapeutici
“ordinari” e “straordinari” e si offriva questa direttiva: l’uso dei mezzi
“ordinari” per curare il morente è obbligatorio; ai mezzi “straordinari”,
invece, si può lecitamente rinunciare, con il consenso del paziente o dietro
sua richiesta, anche quando ciò potrebbe comportare l’anticipazione della
morte. Attualmente questa distinzione non è più proponibile perché i progressi
della Medicina hanno reso “ordinari” molti mezzi ieri considerati
“straordinari” e l’uso di mezzi di terapia intensiva ha salvato e salva
quotidianamente molte vite. Quindi oggi non conta tanto la distinzione tra i
“mezzi terapeutici” disponibili, quanto quella tra i “risultati terapeutici”
raggiungibili. “Perciò, afferma la Dichiarazione della S. Congregazione, alcuni
preferiscono parlare di mezzi proporzionati
e mezzi sproporzionati. In ogni caso
si potranno valutare bene i mezzi mettendo a confronto il tipo di terapia, il
grado di difficoltà e il rischio che comporta, le spese necessarie e le
possibilità di applicazione, con il risultato che ci si può aspettare, tenuto
conto delle condizioni del malato e delle sue forze fisiche e morali”.
Ciò non significa che il problema dell’assistenza al
paziente terminale possa essere facilmente risolto in tutti i casi.
Significa tuttavia che, se è lecito o addirittura doveroso
sospendere o anche non intraprendere affatto, in molti casi, terapie sproporzionate, è però moralmente un
“imperativo categorico”, oggi che la scienza mette a disposizione dei medici cure palliative estremamente efficaci,
usarle appropriatamente per lenire tante sofferenze e migliorare la qualità di
vita dei pazienti.
Già nell’ormai lontano 1989, il prof. Franco Pannuti,
Direttore Scientifico dell’Associazione Nazionale per lo Studio e la Cura dei
Tumori solidi, ritenendo che la vita debba essere considerata “in ogni
occasione un valore sacro e inviolabile”, proponeva come “obiettivo primario da conquistare quotidianamente a partire
dal primo giorno di vita” l’eubiosia
( la buona vita ) e l’eutanasia ( la
buona morte, non più intesa nel deteriore significato corrente, ma nel suo
autentico significato etimologico ) come naturale conclusione dell’eubiosia.
La lotta alla sofferenza fisica, morale e sociale deve
essere un impegno di tutti “in tutti i modi possibili e con lo stesso impegno:
l’assistenza domiciliare gratuita e la ricerca scientifica sono le due strade”
da seguire. Tutto ciò è possibile solo se ognuno di noi, medico, infermiere o
anche semplice volontario, “considera tutti i suoi simili fratelli” e se si
convince che “il Sofferente richiede comprensione e solidarietà, non pietà”.
Perciò il nostro aiuto, “frutto di libera scelta, incondizionato e gratuito,
deve essere sempre adeguato ai bisogni del Sofferente” ( Pannuti non usa mai il
termine “paziente” ) e deve essere esteso anche ai suoi parenti non solo
durante la malattia, ma anche e forse soprattutto “dopo”.
Come si vede, l’accettazione dell’eubiosia richiede un’autentica rivoluzione copernicana dell’io,
questa volta non kantianamente, ma cristianamente intesa.
L’ammalato terminale può accettare serenamente la naturale
conclusione della sua vita solo se si sente circondato dall’affetto e dalla
solidarietà dei suoi simili e, per alleviare le sue sofferenze e godere di una
discreta qualità di vita, può contare sulle più moderne ed efficaci terapie
palliative.
D’altro canto non va dimenticato che proprio Epicuro insegnò
la fede laica nella “vita”, che proclamò “dolce e felice” scrivendo a un amico
l’ultimo addio, e dimostrò, con la sua morte serena tra gli spasimi del male,
che “il saggio è felice anche fra i tormenti”. Peccato, poi, che il più
illustre tra i suoi seguaci, Tito Lucrezio Caro, se è vero quanto afferma S.
Girolamo, sia morto suicida.
ELIO SGRECCIA, BIOETICA,
Vita e
Pensiero.
SANDRO
SPINSANTI, ETICA BIO-MEDICA, Edizioni
Paoline.
AA. VV., GUIDA
ALL’ ESERCIZIO
PROFESSIONALE PER I MEDICI-
CHIRURGHI E GLI ODONTOIATRI, C. G. Edizioni Medico Scientifiche.
F.N.O.M.C.eO., NUOVO
CODICE DI DEONTOLOGIA
MEDICA. Momento Medico.
I DOCUMENTI
DEL CONCILIO VATICANO
II. Edizioni Paoline
LEADERSHIP MEDICA,
Anno V, N. 1, 1989.
F.N.O.M.C.eO., LA
PROFESSIONE, N. 11/12, 2001
e N. 1/2, 2002.
A.M.C.I., ORIZZONTE
MEDICO, N. 2,
2003.
[1] Corso di Formazione in Bioetica tenutosi presso il Centro di Cultura Bioetica della Diocesi di Nocera-Sarno