IL DRAMMA DELL’ABORTO

 

Don Silvio Longobardi

 

            L’aborto è diventato un evento sociale molto diffuso eppure di scarsa risonanza, si fa di tutto per occultarlo, per mascherare la sua reale consistenza. È necessario strappare il velo della menzogna e dell’indifferenza. In questo capitolo vogliamo con chiarezza dire che l’aborto è un dramma non solo per il bambino che viene soppresso, ma anche per la madre. È un dramma che coinvolge l’intera società, che mette in causa la cultura consumistica e lo stile di vita complessivo. Se il diritto alla vita viene negato, se la stessa legislazione consacra il principio che la vita umana è un bene relativo che può essere in qualsiasi momento soppresso per salvaguardare gli interessi di un’altra persona, su quali fondamenti sarà possibile costruire una società degna dell’uomo?

 

            Le radici della pratica massiva dell’aborto sono anzitutto di natura culturale. Una corretta valutazione etica non può prescindere da queste motivazioni che amplificano notevolmente anche i problemi più immediati e influiscono pesantemente sulla decisione di sopprimere la vita. Questa considerazione non diminuisce la gravità oggettiva del gesto abortivo; ma sollecita una più prudente valutazione della colpevolezza soggettiva, specie della donna che vive in prima persona questo dramma. In tante situazioni è proprio la donna, a cui pure spetta la decisione finale, la meno colpevole!

 

            E tuttavia dinanzi al dramma dell’aborto occorre evitare il facile moralismo, ogni superficiale condanna. L’aborto è un problema complesso che ha molte facce. È necessario comprenderne le radici, quelle remote di ordine culturale e quelle immediate di carattere socio-economico. In questa cornice possiamo intravedere, fra luci e ombre, il dramma della donna che molto spesso porta da sola questo peso. Non possiamo però evitare di dare una chiara valutazione etica: la complessità non può diventare un alibi per coprire un superficiale relativismo morale. L’approccio biblico precede e sostiene quello etico: la luce della Scrittura rafforza una convinzione che s’impone con evidenza anche alla ragione umana.

 

            L’enciclica Evangelium vitae costituisce lo sfondo della nostra riflessione. In essa Giovanni Paolo II ha riproposto sinteticamente le ragioni che spingono la Chiesa a difendere la vita nascente. La rigorosa formulazione dottrinale utilizzata dal Papa rappresenta un’implicita sollecitazione ad evitare ogni ambiguità in un ambito in cui la sistematica menzogna ha finito per offuscare la verità.

 

1. I dati del fenomeno

 

 

            Il fenomeno dell’aborto non è certamente nuovo, ma oggi esso presenta caratteristiche particolari. In primo luogo la sua estensione sociale: quella dell’aborto è una pratica di massa che trova una sempre più larga accettazione e giustificazione morale[1].

 

Nel 1995 gli aborti legali in Italia, cioè quelli praticati nelle strutture ospedaliere, sono stati 124.500. Nel mondo ogni anno avvengono almeno 45 milioni di aborti. I rischi legati al parto e all’aborto nel mondo occidentale sono molto bassi, ma i dati mondiali sono ancora preoccupanti: ogni anno sono più di cinquecentomila le donne che muoiono a causa del parto e 70.000 quelle che perdono la vita in relazione all’aborto[2].

 

Non dobbiamo dimenticare però gli aborti clandestini (la cui reale entità sfugge ad ogni indagine) e quei farmaci propagandati come semplici contraccettivi ma che in realtà hanno un’azione abortiva. A questi dati bisogna aggiungere quelli relativi alla vita nascente abbandonata: sono tanti e sempre più numerosi i neonati che vengono abbandonati (buttati in un cassonetto, chiusi nell’armadio o nel frigo)  e spesso senza alcuna concreta possibilità di sopravvivenza. E gli embrioni fabbricati su commissione e poi surgelati in attesa di trovare genitori oppure utilizzati come materiale di sperimentazione? Gli attentati contro la vita nascente sono sempre più numerosi e denotano l’affermarsi di una cultura che dimentica il valore della vita.

 

Rimanendo ai dati italiani possiamo constatare una costante diminuzione del numero degli aborti legali: agli inizi degli anni ‘80 erano più di 200mila, nel 1988 erano già scesi a 179.173, nel 1995 sono stati 124.500. le indagini dell’Istat in genere considerano il tasso di abortività (numero aborti in rapporto al numero delle donne in età fertile) ma non il rapporto di abortività (numero aborti in relazione al numero dei nati vivi). Quest’ultimo dato invece è più significativo in quanto mostra la reale consistenza dell’aborto. Rispetto al 1982 il tasso di abortività (numero aborti per 1000 donne in età fertile) si è quasi dimezzato passando dal 16,7 all’8,7. Questi dati non devono però trarre in inganno: il rapporto di abortitività (numero aborti ogni 100 nati vivi) è infatti passato da 27,67 (1992) a 28,04 (1993). Quest’ultimo dato ci mostra quante gravidanze sono portate a termine e quale grado di accettazione vi è nella nostra società del concepito, di fatto il rapporto tra aborti e nati vivi è di 1 a 3.

 

Secondo un’indagine curata dai ricercatori dell’Istat (1995) la diminuzione degli aborti è stata maggiore nel Centro-Nord (- 46%) rispetto al Sud (- 37%): questo fatto è spiegato in rapporto ad una maggiore presenza di servizi consultoriali. Si vuole così avallare la tesi che l’aborto diminuisce grazie ai consultori. Ma non si dice che esso è maggiormente presente proprio dove più diffusa è la loro presenza. L’indagine mette anche in evidenza che la maggior parte degli aborti (nel 94 sono il 62,7%, nell’81 erano il 73,5) è compiuto da famiglie e da donne giovani  (25-30 anni) con almeno due figli. L’aborto appare come la via d’uscita per quelle famiglie che rifiutano in modo assoluto il terzo figlio.

 

Le indagini poi non distinguono tra contraccezione e contragestazione: in realtà la maggiore diffusione di farmaci abortivi finisce per privatizzare l’aborto e falsare i dati ufficiali. Il Quarto rapporto al Parlamento del MPV (1993) afferma che il progressivo calo degli aborti non è dovuto alla legge ma va attribuito alla maggiore diffusione della contraccezione post-coitale, all’aumento della sterilità, al progressivo innalzarsi dell’età matrimoniale e alla considerevole diminuzione della natalità.

 

            Questi dati, che a noi sembrano già allarmanti, sono ben poca cosa dinanzi a quelli che provengono dall’Est europeo dominati per decenni da una cultura che ha sempre calpestato la dignità della vita: questi Paesi detengono il primato del numero più elevato di aborti per abitante: la Romania ha il primato mondiale (26 aborti ogni mille abitanti, 197 ogni cento nascite; due terzi delle donne hanno abortito almeno una volta), Estonia (17), Lettonia (12), Lituania (11,3). Per avere un raffronto, basti pensare che in Francia il tasso è dell’1,1 per mille.

 

            Al convegno “Conoscere, amare e servire la vita”, organizzato dal Pontificio Consiglio per gli operatori sanitari (25-27 novembre 1994), la dott.sa Galina Serjakova, fondatrice del CAV (Centro di Aiuto alla Vita) di Mosca, afferma che in Russia è sorta una società commerciale che si è specializzata nel trapianto di organi di bambini uccisi con aborti tardivi. Questo è possibile perchè la legge in Russia permette l’aborto fino al settimo-ottavo mese di gravidanza. Attualmente gli aborti “tardivi” in Russia sono circa duemila ogni anno. Una delle attività principali di questa società consiste nell’asportare ovociti da neonate abortite per poi impiantarli su donne sterili che potranno dunque concepire grazie agli ovuli di una bambina mai venuta al mondo. Tutto questo è possibile, spiega la dott.sa, perchè la cultura comunista ha distrutto il concetto di famiglia e di maternità. Qui l’aborto è stato introdotto fin dal 1920. Nei testi di biologia si insegna che lo stadio iniziale della vita umana non è dissimile da quello di un rettile. Per molti l’aborto appare come una cosa naturale, l’embrione appare come un’appendice che può essere tolta senza problemi morali.

 

            Ma anche in Occidente abbiamo situazioni di cui dobbiamo vergognarci. Negli Stati Uniti viene praticato un particolare tipo di aborto, detto a “nascita parziale”: si pratica dopo le prime 20 settimane di gravidanza. Il feto viene parzialmente estratto, cominciando con un piede; i dottori quindi inseriscono un tubo nella testa per rimuovere il cervello, e schiacciando il cranio in modo da permettere l’uscita completa del feto dal corpo della madre. Questa tecnica, più vicina all’infanticidio che all’aborto, riguarda solo l’1,5% degli aborti che vengono praticati, tra 500 e 1000 aborti ogni anno. Si tratta di una brutale aggressione contro la vita umana innocente, un gesto che non può avere alcuna giustificazione morale. Non stupisce perciò la decisa opposizione della Camera dei Rappresentanti che a larga maggioranza in due successive occasioni ha approvato una legge che proibisce questa tecnica abortiva. In entrambi i casi il Presidente Clinton si è opposto ponendo il veto. Il braccio di ferro tra i deputati del Congresso e il Presidente continua da due anni.

 

 

2. Le cause dell’aborto

 

 

            Un fenomeno così massivo fa nascere una domanda: quali sono i fattori che hanno contribuito al cambiamento, che hanno fatto passare l’aborto dai campo dei delitti a quello dei diritti? Va detto anzitutto che non esiste una seria indagine sul fenomeno, né una ricerca, anche solo statistica, dei motivi che spingono le donne ad abortire. L’aborto rimane una realtà sommersa di cui si conoscono solo alcuni aspetti. La Legge 194 chiede ai Ministri della Sanità e della Giustizia di presentare ogni anno in Parlamento, entro il mese di febbraio, una relazione “sull’attuazione della legge e sui suoi effetti anche in relazione al problema della prevenzione” (art. 16). Questa richiesta si inserisce nella logica della prevenzione: se l’aborto è un dramma che si vuole comunque prevenire è necessario conoscerne le dimensioni reali e le cause. Eppure in una recente indagine pubblicata dall’Istat questo aspetto è stato volutamente accantonato con la motivazione che non è lecito entrare nella sfera privata. Ma se non conosciamo le cause reali che inducono la donna ad abortire come possiamo prevenire l’aborto? Di fatto fino alla metà degli anni ‘80 le relazioni ministeriali sono state piuttosto lacunose e poco documentate. Una fattiva presenza del Movimento per la Vita Italiano - che fino ad ora ha pubblicato quattro Rapporti su questa tematica - ha contribuito a rompere la cortina di silenzio e di vera e propria congiura che si era creata sul problema dell’aborto dopo l’approvazione della legge.

 

Sull’intera problematica grava il peso di una costante opera di disinformazione. Negli anni ’70 la lunga campagna abortista nel nostro Paese fu presentata come un aiuto alle famiglie povere e numerose che non potevano permettersi il lusso di abortire in ambulatori e cliniche private. Si diceva che era in gioco la vita di migliaia di donne che ogni anno morivano a causa dell’aborto clandestino. Si sosteneva che la legalizzazione dell’aborto era necessaria per non far nascere migliaia di “mostri” e per evitare di dare alla luce bambini nati da una violenza carnale. Ancora oggi, una posizione ideologicamente estremista, tende ad attribuire alla Chiesa il maggior numero degli aborti come una conseguenza della condanna contraccettiva.

 

Nel gennaio 1991 l’allora ministro della Sanità, on. De Lorenzo, ha presentato in Parlamento una relazione sull’IVG in cui afferma che “il ricorso all’aborto, come risulta da indagini speciali, per il 70% deriva dal fallimento o da un uso scorretto dei metodi per il controllo della fertilità”. Una successiva indagine dell’Istat ha mostrato che “quasi sempre l’aborto è l’esito di un fallimento della contraccezione”. Questo dato conferma la tesi che l’uso della contraccezione favorisce il ricorso all’aborto. I curatori della ricerca invece manifestano la convinzione che questo fatto sia un ulteriore sollecitazione a promuovere una più estesa campagna d’informazione contraccettiva.

 

È falsa dunque l’equazione “più contraccezione uguale meno aborti”: l’Italia ha tassi di abortività minori rispetto a Francia, Norvegia, Inghilterra, Svezia e Usa, dove la diffusione della contraccezione è certamente maggiore. E infine non è vero che una maggiore presenza dei consultori diminuisce gli aborti: in Italia le regioni dove maggiore è il tasso di abortività sono anche quelle dove più diffusi sono i consultori. Non va dimenticato che l’uso della pillola in Italia è aumentato del 73,5% negli ultimi 5 anni.

 

La relazione del ministro, una delle poche di cui disponiamo, riconosce indirettamente che l’aborto viene usato, contro le intenzioni espresse nella legge, come mezzo di regolazione delle nascite. Lo dimostra anche l’alta percentuale di donne recidive: il 30% ca delle donne che fanno l’aborto sono recidive, cioè al secondo aborto. Il 9,7% ha abortito 2 o più volte (erano il 9,5 nel 1988 e l’8,2 nel 1986). Un altro dato significativo: solo il 22,5% delle donne che abortiscono ricorre al consultorio pubblico.

 

2.1  Le cause culturali

 

            Quando parliamo delle cause possiamo far riferimento alle cause di tipo materiale, economico e sociale, e anche a quelle di tipo politico-legislativo. Ma soprattutto dobbiamo riconoscere il ruolo decisivo della cultura:

 

“Si deve riconoscere che la causa generale più determinante si ritrova nella disistima e nel rifiuto dell’assoluta intangibilità della vita umana non ancora nata. Ciò è frutto di una cultura che ritiene l’uomo un valore assoluto, svincolato da ogni legame con Dio e con una norma morale universale e immutabile, impegnato solo a perseguire il proprio benessere materialisticamente inteso, anche con la strumentalizzazione degli altri, sino a misconoscere i diritti più sacri e inviolabili” (Conferenza Episcopale Italiana, Nota pastorale La comunità cristiana e l’accoglienza della vita nascente, dicembre 1978, n. 21).

 

            Un recente sondaggio[3] rivela che solo il 19% dei milanesi esclude il divorzio e solo il 20% ritiene che l’aborto sia sempre sbagliato. Tra insegnamenti più superati troviamo proprio il divorzio (33%) e aborto (34%). Disaggregando i dati ci accorgiamo che i maschi contrari all’insegnamento sono più numerosi delle donne (51 a 26). La negatività del giudizio diminuisce con il crescere dell’età: tra i 46-60 solo il 17% pensa che sia sbagliato l’insegnamento della Chiesa; e tra quelli che hanno più di 60 solo il 7%. È un dato significativo che mostra, se ancora ce n’era bisogno, in quale misura il processo di secolarizzazione influisce sulla vita ecclesiale. Questo dato rientra nella più ampia soggettivizzazione della fede che fa della coscienza l’unico criterio di verifica. Tener conto che il 33% degli intervistati afferma di partecipare ogni domenica alla Messa; e il 14% in maniera saltuaria.

 

            La cultura odierna porta con sè dei fattori che non favoriscono certo l’accoglienza della vita umana[4]. Anzitutto il secolarismo: se viene meno il senso di Dio è più difficile comprendere il significato della vita (Familiaris consortio, 30); l’oscuramento della coscienza morale, uno stile di vita caratterizzato dalla ricerca sfrenata del piacere, la mancanza del senso del dovere e della solidarietà, il rifiuto di ogni sacrificio, una concezione egoistica della propria libertà, le pratiche della fecondazione artificiale, una concezione spersonalizzante della corporeità e della sessualità, la pornografia. Questi parametri culturali si trovano tante volte alla radice della decisione di abortire. Da essi infatti deriva una concezione e una prassi della sessualità che privilegia l’aspetto edonistico; una concezione della relazione coniugale fondata sulla libera convivenza e quindi incapace di gestire responsabilmente i momenti più difficili. Questi aspetti influiscono - e spesso in maniera determinante - sull’atteggiamento complessivo nei confronti della vita umana e di quella nascente in particolare.

 

            Uno dei fattori culturali che maggiormente influisce è l’atteggiamento complessivo nei confronti della fecondità. Insieme a valori positivi, secondo L. Ciccone emergono anche aspetti negativi o almeno problematici: “Ogni figlio con tutti i suoi problemi grava esclusivamente sui due genitori, senza più l’apporto prezioso di una parentela numerosa e disponibile; l’educazione si è fatta lunga e dispendiosa, non solo, ma anche gratuita, nel senso che è destinata a non ricevere dal figlio nessun vantaggio economico. Si aggiunga a questo che, a differenza di prima, ogni figlio concepito ha probabilità altissime di nascere e crescere, senza la falcidia di un’alta mortalità infantile”[5]. Si tratta di problemi nuovi che spingono verso una drastica limitazione del numero dei figli: il modello di famiglia oggi prevalente è quello della coppia con 1 o 2 figli soltanto. La pratica della contraccezione ha contribuito a creare quella che Giovanni Paolo II definisce una “mentalità contro la vita” (FC 30). In tale situazione si passa facilmente “da una fecondità accolta ed esaltata a una fecondità contestata e mal sopportata e, infine, rifiutata”[6].

 

Tutti questi fenomeni sono spesso alla radice della mentalità contraccettiva e della pratica abortiva. Un documento del Pontificio Consiglio per la Famiglia di alcuni anni fa ha ricordato con forza stretto legame tra aborto e contraccezione: “La mentalità contraccettiva è causa del disimpegno della volontà dalla tensione verso il bene e quindi verso il vero amore”. Questa mentalità infatti finisce per banalizzare la sessualità e per considerare anche il frutto del concepimento come un "peso" e non come una persona. Questa mentalità apre la strada all'aborto. “Non è certamente casuale che le forze che promuovono l'aborto siano le stesse che diffondono la contraccezione”[7].

 

In questo contesto culturale, alimentato da potentati economici e istituzionali, occorre sviluppare un’ampia strategia educativa. Il documento vaticano invita a ricordare che l'uomo non è solo una realtà biologica; per questo non basta cercare una migliore "qualità della vita": "Il criterio centrale del valore della vita è di ordine spirituale, morale, religioso: cioè la dignità stessa della persona". Nonostante tutte le difficoltà e le sofferenze non bisogna dimenticare che la vita è un mistero e che appartiene solo a Dio. Bisogna riscoprire "il senso profondo e il valore di ogni essere umano ed educare al rispetto del suo diritto alla vita"; ma nello stesso tempo occorre impegnarsi per diffondere una "sana concezione della sessualità" nel cui contesto inserire l'insegnamento dei metodi naturali. Questa opera va fatta nella famiglia, nella scuola e nell'ambito della comunità ecclesiale.

 

 

            Per un’analisi più dettagliata sul rapporto tra abortività e cultura ci riferiamo a uno studio del Movimento per la Vita Italiano, presentato al Parlamento Italiano nel 1987[8]. In un’ampia Introduzione C. Casini presenta i principali risultati scaturiti da questa indagine.

 

1.       La percezione del significato dell’essere umano nella vita intrauterina svolge un ruolo importante e insostituibile nella prevenzione dell’aborto volontario.

 

Il 60% degli italiani ritiene che il prodotto del concepimento sia un essere umano fin dall’inizio. Per il 25,3% l’identità umana comincia quando si formano gli organi più importanti; solo il 7% pensa che il criterio decisivo sia quello della sopravvivenza dopo la nascita. La convinzione che la vita cominci fin dal primo istante influisce sul consiglio che la persona è chiamata a dare in caso di aborto: maggiore è la convinzione della dignità umana, maggiore è anche il rifiuto dell’aborto. Questo dato tuttavia non è sufficiente: tra quelli che sono convinti che la vita cominci dal concepimento vi è un 26,8% che consiglia l’aborto, e un 36,4% che lascia alla donna ogni scelta. Commenta Casini: “La semplice consapevolezza intellettuale non basta. La conoscenza è fatta anche di sentimenti e sensi. Cosi’ un uomo che non si sente e non si vede, conosciuto solo a livello intellettuale, finisce per essere sentito meno uomo[9].

 

In ogni caso appare chiaro che l’educazione al riconoscimento della identità e dignità umana di ogni concepito e alla sua accoglienza è un mezzo insostituibile per la prevenzione. Questo dato è stato fatto proprio dalla legislazione francese che nel 1980, riformando la legge abortista del ‘75, ha significativamente aggiunto all’art. 1, che già riconosceva “il rispetto di ogni essere umano dall’inizio della sua vita”: “l’insegnamento di questo principio, l’informazione sui problemi della vita, l’educazione e la responsabilità, l’accoglienza del fanciullo nella società e la politica familiare rappresentano obblighi nazionali. Lo Stato con il concorso delle collettività nazionali adempie a questi obblighi e sostiene le iniziative che vi contribuiscono”.

 

 

2.       La spinta verso l’IVG viene più frequentemente dalla  componente maschile che da quella femminile.

 

Questo dato, evidente in ogni tipo di risposta, ribalta la convinzione, diffusa soprattutto nel mondo femminista, che la 194 sia una legge delle donne.

 

 

3.         Nelle aree di maggiore benessere si abortisce maggiormente.

 

Anche questo dato smentisce la facile convinzione che siano i poveri a ricorrere all’aborto, quelle famiglie numerose e quei casi pietosi su cui è stata condotta la campagna abortista. La cultura consumistica è il terreno più fertile per il diffondersi dell’aborto. Da questa indagine emerge che il clima culturale - alimentato dalle forze politiche e sociali e dai mass-media - influisce pesantemente sulla scelta dell’aborto. La prevenzione dell’aborto suppone un diffuso mutamento culturale fondato sulla “affermazione netta, chiara, univoca, comprensibile, che la vita umana è sempre un valore e che tale valore va ritenuto presente con tutto il peso della sua dignità anche quando tale vita è appena iniziata e non ancora visibile”[10].

 

 

 

2.2    Le cause materiali

           

Alle cause culturali si aggiungono altre esigenze più immediate, di ordine materiale. Molto spesso si ricorre all’aborto sotto la spinta di una cultura che enfatizza le risorse materiali. Ma in tanti casi per una famiglia che dispone di un solo reddito appare accogliere un’altra vita. A parità di reddito una famiglia con due figli ha un tenore di vita dimezzato rispetto a chi non ne ha. A questi lo Stato deve rispondere. Fino ad ora lo Stato ha penalizzato la famiglia in quanto tale, cercando di rispondere ai diritti individuali, facendo pesare sulla famiglia la scelta della procreazione. Manca nel nostro Paese una vera politica familiare come dimostrano esiguità degli assegni familiari, la penalizzazione fiscale delle famiglie numerose e l’assenza di interventi in favore della casa. Nel 1991 l’INPS ha raccolto per gli assegni familiari 14.592 miliardi ma ne ha erogati solo 2mila. Per un rapido confronto è sufficiente ricordare che la Francia nello stesso anno ha speso 30mila miliardi per gli assegni familiari. Incentivi per il secondo e il terzo figlio sono certamente utili. Ma anche garantire la possibilità di coniugare lavoro e maternità con contratti part-time. Da una indagine, approssimativa e lacunosa, di quanti si sono rivolti ai CAV nel 1987 si ricava che la difficoltà della gravidanza viene sostenuta da una serie di motivazioni: carenze economiche, mancanza o insufficienza di alloggio, sovraccarico psico-fisico educativo della madre, rifiuto del partner, mancanza di un lavoro stabile[11]. Negli ultimi anni vi sono significative inversioni di tendenza: la Valle d’Aosta nel 1998 ha approvato una legge a sostegno della famiglia che prevede la concessione di un assegno post-natale per i primi tre anni di vita. I parametri sono rapportati al reddito familiare, il contributo massimo è di L. 1.500.000 all’anno per il primo figlio, due milioni per il secondo e 2.500.000 per il terzo. Per ogni figlio nato dopo il terzo è previsto un ulteriore aumento di 500.000 all’anno pro-capite. È il primo intervento del genere approvato da una regione.

 

 

3. Un dramma per la donna

 

 

            L’aborto è sempre un dramma, per la donna e il bambino. Tra le vittime dell’aborto, infatti, non ci sono solo i piccoli esseri umani ai quali è preclusa la vita, ma anche le donne. Danni minori sul piano fisico, ma spesso profondi su quello psicologico. La pratica psicoterapeutica fa incontrare con sempre maggiore frequenza situazioni di depressione e, in genere, di nevrosi con sintomatologie anche gravi, alla cui origine stanno esperienze traumatiche di aborti consigliati dai medici per motivi terapeutici. Su questo aspetto, come su tanti altri relativi all’aborto, non vi sono indagini, quelle poche vengono giudicate inaffidabili e condannate senza appello. Ma un numero sempre maggiori di studi e di convegni fa emergere le conseguenze psicologiche che l’aborto determina nella donna.

 

            Bisogna avere il coraggio di sollevare il velo e di dire la verità. Non è facile dimenticare l’aborto, ci sono donne che portano per anni questo peso. Spesso sopraggiunge uno stato depressivo, la bulimia, l’insonnia, difficoltà nelle relazioni e conflitti coniugali, a volte problemi anche con gli altri figli. Molti ricorrono all’aborto per liberarsi di un peso, si sentono oppresse da una situazione familiare insostenibile, non hanno la forza di affrontare una nuova gravidanza. Ma dopo l’aborto, spesso anche dopo alcuni anni, la donna sente nascere una profonda inquietudine, un’angoscia che corrode il proprio io, una vera e propria depressione. L’aborto diventa così un peso che frena, che schiaccia e atrofizza ogni energia. Molte donne, senza una cura adeguata, non riescono più a superare questo stato psicologico depressivo[12].

 

            Ad un Convegno dei Centri di Aiuto alla Vita svolto nel 1989 Olivia GANS, Presidente dell’Associazione Vittime Americane dell’aborto, ha raccontato la drammatica esperienza che ella stessa ha vissuto. Dopo l’aborto in moltissime donne inizia la fase del silenzio, cercando di vivere come se nulla fosse accaduto; e poi la fase del rimorso, in cui emerge con chiarezza la futilità delle motivazioni. Nasce cosi’ quella che oggi viene definita dagli specialisti la Sindrome post-aborto. È un problema molto diffuso che spesso si manifesta anche dopo 10-15 anni[13].

 

            Nessuno più di Oriana Fallaci ha saputo esprimere l’angoscia di una madre per il gesto, pur meditato, dell’aborto:

“Ti ho teso le braccia. Ti ho supplicato di portarmi via con te, subito. E tu mi sei venuto accanto, mi hai detto: Ma io ti perdono, mamma. Non piangere. Nascerò un’altra volta. Splendide parole, bambino, ma parole e basta. Tutti gli spermi e tutti gli ovuli della terra uniti in tutte le possibili combinazioni non potrebbero mai creare di nuovo te, ciò che eri e che avresti potuto essere. Tu non rinascerai mai più. Non tornerai mai più. E continuo a parlarti per pura disperazione”[14].

 

            Le suggestive parole della scrittrice trovano purtroppo un’amara risonanza in tante esperienze. La maggiore parte di esse rimane nascosta nel cuore della donna che per tutta la vita porta il peso di un gesto che non avrebbe voluto compiere. Vorrei lasciare la parola alla testimonianza di una donna che ha abortito, ha “dovuto abortire”:

 

“Sono una donna che ha abortito, che ha “dovuto” abortire. E sono un medico che, per motivi di “ricerca scientifica”, ha dovuto assistere ad aborti. So cosa vuol dire il termine aborto a 360 gradi. Ancora adesso dopo tanti e tanti anni, ho l’incubo del bambino che ho eliminato. Non potevo fare altro, non mi sento in colpa nei suoi confronti. Non potevo dargli il mondo di felicità che sto dando, adesso, al mio bambino che è nato. Ho dovuto fare questa cosa schifosa. Credimi direttore, ho ancora la memoria viva - come un coltello sempre presente in una ferita - della mia persona che urla su un lettino bianco davanti ad un medico che ti sembra un boia, che urla, dicendo “no, non voglio!!!”. Credimi che ancora adesso quando penso a quel bidoncino della spazzatura dove è finito dentro la mia creatura - la mia creatura - sto male, male da morire. Me la sono inflitta da sola una “pena di morte”. Mi sono tolta il diritto di avere altri figli per quasi venti anni.

Se vuoi ti racconto tutti gli incubi che ho avuto, in questi venti anni. Ma non potevo fare altro. E sono contento per quel povero angioletto, che sarebbe stato un bambino estremamente infelice. E rimango contraria all’aborto, pur lasciando all’anima di ogni donna la possibilità di decidere.

E poi te ne racconto un’altra, direttore (...) Ti racconto di quando, come medico, ho dovuto assistere a troppi aborti per portare a termine una ricerca che stavo facendo. L’aborto dopo il terzo mese è orribile, dopo il quarto un atto da togliere il fiato. È vero i “feti” (bimbi?) vengono tirati fuori a pezzi, dopo il quarto mese. Stavo male in quella saletta dove c’ero io, dermatologa, che aveva bisogno di cute fetale, dove c’erano gli oncologi che avevano bisogno di altro, e i neurologi che avevano bisogno di altro ancora. A ripensarci sembravamo tante iene sulla preda. Pezzettini di bimbi e quello che non serve nella spazzatura ...”[15] .

 

            Ci sarebbero tante altre cose da dire. Non vorrei dire parole facili di chi non ha niente da perdere. Lascio la parola a quanti hanno vissuto l’esperienza. Una lettera su Avvenire:

 

“È tempo che mi confessi pubblicamente: io sono una madre che non ha accettato la vita nuova che aveva in sè e ha deciso di abortire. Non è stato per egoismo: già avevo voluto, e amo tanto con mio marito, due bambini. Un nuovo parto avrebbe compromesso la mia salute e quella del bambino. Ho preso la dolorosa decisione con il medico, uomo onesto, e con mio marito. Le confesso, caro Gigi, che spesso sento rimorso per questa scelta, e ancora più l’ho sentito l’altro giorno. Ho mancato di generosità, forse avrei dovuto avere più fiducia nella Provvidenza. Invece no. E ora spesso di notte mi sento presa dagli incubi, mi sembra che una vocina, quella di mio figlio non voluto e che non ha mai parlato mi rimproveri. E mi sembra che mi rimproverino anche i miei due bambini che non sanno quello che ha fatto la mamma?”[16].

 

            Queste parole sono eloquenti. Nessuno però si permetta di giudicare. Uno solo è il giudice! E per nostra fortuna è Misericordioso! Queste parole di O.L. Scalfaro mi hanno colpito e mi trovano pienamente consenziente:

 

“Caro Padre, mi chiede un pensiero per le mamme. Chi sa quanti le scriveranno elogi di mamme buone e sante. Io penso a quelle mamme che non hanno voluto essere mamme. Vorrei aver voce per dire a costoro anziché le parole della condanna facile, le parole dell’amore. Forse per paura, forse per desolazione, forse per disperazione sono giunte a spegnere la vita. A voi che nel mondo, note e ignote, siete giunte a questo passo, un pover’uomo come me chiede perdono. Vi chiedo perdono per la vostra disperazione, per la desolazione, per la solitudine, per il rimorso. E vorrei che ascoltaste: quel cuore di bimbo che si è fermato, palpita ora per voi: quella voce di bimbo che non ha parlato, prega per voi: quella vita vi attende in Dio. Non disperate mai!”[17].

 

            La donna è, insieme al concepito, vittima dell’aborto, di una cultura e di una società che scarica su di essa le proprie contraddizioni. Troppo spesso, scrive Giovanni Paolo II nell’Esortazione Apostolica Mulieris dignitatem, la donna “paga essa sola, e paga da sola”:

 

“Quante volte essa rimane abbandonata con la sua maternità, quando l’uomo, padre del bambino, non vuole accettarne la responsabilità? E accanto alle numerose madri nubili delle nostre società, bisogna prendere in considerazione anche tutte quelle che molto spesso, subendo varie pressioni, pure da parte dell’uomo colpevole, si liberano del bambino prima della nascita. Si liberano: ma a quale prezzo? L’odierna opinione pubblica tenta in diversi modi di annullare il male di questo peccato; normalmente, però, la coscienza della donna non riesce a dimenticare di aver tolto la vita al proprio figlio, perchè essa non riesce a cancellare la disponibilità ad accogliere la vita, iscritta nel suo ethos dal principio” (MD 14).

            Padre Michael Mannion spiega come aiutare una donna ad uscire dal vuoto causato dall’aborto[18]:

“Quando una donna inizia a soffrire per la perdita del bambino, progressivamente si avvicina alla realtà di ciò che ha fatto e alle conseguenze della sua azione. Anche il momento più buio e più difficile può essere rischiarato. Ha perso il suo bambino. Per giustificare l’aborto potrebbe avere depersonificato il bimbo. Così non può guarire. Ha bisogno di vedere il bimbo come una persona, con un volto, un nome. Deve immaginarselo, descriverlo e anche pregare per lui. E cosa ancora più importante, deve chiedere il perdono del bambino per aver abortito”.

            Cosa fare quando ci si trova dinanzi ad una donna che ha abortito: “Lasciala piangere se ne sente il bisogno. Quando senti che è il momento giusto, chiedile di chiudere gli occhi e di immaginare il bambino sorridente in grembo a Dio Padre o a Gesù. Chiedile di parlare al suo bambino e di domandargli il perdono”.

 

 

 

 

4. approccio biblico

 

 

            Il Vangelo della vita che la Chiesa annuncia è radicato nella Scrittura, è parte integrante dell’intera rivelazione, è la persona stessa di Gesù, “via, verità e vita” (Gv 14,6). Nelle pagine bibliche non si parla mai dell’aborto volontario e di conseguenza non vi troviamo alcuna condanna diretta e specifica dell’azione abortiva perché “anche la sola possibilità di offendere, aggredire o addirittura negare la vita in queste condizioni esula dall’orizzonte religioso e culturale del popolo di Dio” (EV 44). Nell’antico oriente la sterilità è ritenuta una maledizione e la fecondità una benedizione, ma in Israele gioca un ruolo anche la promessa fatta ad Abramo di diventare un popolo numeroso come la sabbia del mare (Gen 12,2; 15,6; 22,17). Tutta la Scrittura è un inno alla vita, man mano che Dio svela il suo volto si rivela anche la dignità dell’uomo. Di questa splendida sinfonia possiamo solo cercare di indicare le coordinate bibliche essenziali[19].

 

 

4.1    Dio Padre, custode della vita

 

La vita non è frutto del caso, ma è un dono che abbiamo ricevuto da un Altro. Nella fede sappiamo che Dio è “la sorgente della vita” (Sal 36,10), che tutto è dono del suo amore. Ogni essere umano riceve fin dall’inizio - cioè dal primo istante del concepimento - il soffio di Dio (Gen 2,7) che fa di lui un essere vivente, destinato alla vita immortale. La Chiesa sa di trovare nella Rivelazione la “risposta che descrive la vera condizione dell’uomo” (GS 12), una risposta che spiega le sue miserie e insieme mostra la sua infinita dignità. La riflessione razionale ci aiuta a scoprire che nell’uomo vi è un nucleo irriducibile alla materia e alla cultura. L’uomo non è solo un animale; e neppure basta riconoscere che è un “animale razionale”: l’uomo è più dell’uomo. In Lui vi è un mistero che solo la Scrittura ci svela pienamente.

 

La Scrittura infatti insegna che l’uomo è stato creato a immagine di Dio (Gen 1,26). Il racconto delle origini pone “l’uomo al vertice dell’attività creatrice di Dio, come suo coronamento, al termine di un processo che dall’indistinto caos porta alla creatura più perfetta” (EV 34). La vita che l’uomo riceve da Dio porta in sé l’infinito mistero di Dio, il Creatore riversa nella creatura qualcosa di sé. Per questo la vita dell’uomo, di ogni uomo, è essenzialmente diversa da quella delle altre specie animali, per questo la sua esistenza non si gioca solo nell’arco delle coordinate temporali ma è intrinsecamente orientata verso una pienezza che supera i limiti dello spazio e del tempo: “Dio ha creato l’uomo per l’incorruttibilità, lo fece ad immagine della propria natura” (Sap 2,23). La vita dell’uomo ha un valore infinito, è un bene che sfugge ad ogni misura umana. La fede suscita nel credente un sincero stupore: nonostante la sua fragilità l’uomo è chiamato ad essere un segno visibile ed efficace della presenza di Dio nella storia.

 

 

Il tema dell’immagine costituisce il fondamento ultimo della dignità dell’uomo e della sua specifica originalità. Nasce di qui il riconoscimento della sua intangibilità e della reciproca oblatività. Il tema dell’immagine evidenzia l’unicità e l’irripetibilità di ogni essere umano. Ciascuna persona è chiamata da Dio, è voluta per se stessa (GS 24). La sua dignità non dipende da altre condizioni esistenziali, di carattere fisico, sociale, razziale, ma deriva unicamente dal suo essere creato ad immagine di Dio. Un testo di Pascal illumina questo pensiero:

 

“L’uomo non è che una canna, la più fragile di tutta la natura; ma è una canna pensante. Non occorre che l’universo intero si armi per annientarlo: un vapore, una goccia d’acqua è sufficiente per ucciderlo. Ma quando l’universo lo schiacciasse, l’uomo sarebbe pur sempre più nobile di ciò che lo uccide, dal momento che egli sa di morire, e sa il vantaggio che l’universo ha su di lui; l’universo invece non sa nulla”[20].

 

            Proprio perchè è dono, la vita racchiude dell’uomo perciò una speciale vocazione, “l’esistenza di ogni individuo, fin dalle sue origini è nel disegno di Dio” (EV 44):

 

·       Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo, prima che tu uscissi alla luce, ti avevo consacrato; ti ho stabilito profeta delle nazioni” (Ger 1, 4-5).

 

·       “Il Signore dal seno materno mi ha chiamato, fin dal grembo di mia madre ha pronunziato il mio nome” (Is 49,1).

 

            Questi testi manifestano con chiarezza che Dio avvolge fin dall’inizio ogni creatura umana nel suo amore provvidente. Dio ci conosce fino in fondo. A questo proposito leggere lo splendido Sal 138:

 

“Signore tu mi scruti e mi conosci, / tu sai quando seggo e quando mi alzo.

Penetri da lontano i miei pensieri, / mi scruti quando cammino e quando riposo.

(...) Sei tu che hai creato le mie viscere / e mi hai tessuto nel seno di mia madre.

Ti lodo perchè mi hai fatto come un prodigio;

sono stupende le tue opere, / tu mi conosci fino in fondo.

Non ti erano nascoste le mie ossa / quando venivo formato nel segreto,

intessuto nelle profondità della terra.

Ancora informe mi hanno visto i tuoi occhi / e tutto era scritto nel tuo libro;

i miei giorni erano fissati / quando ancora non ne esisteva uno” (Sal 138,2-3.13-16).

 

            L’uomo appartiene a Dio: è questo il fondamento ultimo della sua inviolabilità. Dio stesso si prende cura dell’uomo, è il vero “custode dell’uomo” (Gb 7, 20):

 

·       “Tutti da te aspettano / che tu dia loro il cibo in tempo opportuno. / Tu lo provvedi, essi lo raccolgono, tu apri la mano, sia saziano di beni” (Sal 103, 27-28)

 

·       “Come un pastore egli fa pascolare il gregge / e con il suo braccio la raduna; / porta gli agnellini sul petto e conduce pian piano le pecore madri” (Is 40,11).

 

            L’uomo è un mistero e il suo cuore un abisso (Sal 63,7). Di fronte all’immensità dell’universo egli sembra un nulla; eppure Dio si prende cura di lui. Il salmista lo dice con stupore e gratitudine: “Se guardo il cielo, opera delle tue dita, / la luna e le stelle che tu hai fissate, / che cosa è l’uomo perchè te ne ricordi, / e il figlio dell’uomo perchè te ne curi?” (Sal 8,4-5). Di fronte alla storia la vita dell’uomo appare come un soffio, “i suoi giorni come ombra che passa”; eppure il Signore lo pone al centro dei suoi pensieri (Sal 143,3-4). Dio solo è il padrone della vita e della morte, lui solo “fa morire e fa vivere, scendere agli inferi e risalire” (1Sam 2,6), lui solo può dire: “Sono io che do la morte e faccio vivere” (Dt 32,39). Per questo egli e chiederà conto a ciascuno della sua vita e di quella del fratello: “Dov’è Abele, tuo fratello” (Gen 4,9). Il comando biblico “Non uccidere!” (Dt 5,7) si trova nel decalogo ma in qualche modo è già contenuto nell’alleanza originaria stipulata dopo il diluvio: “Del sangue vostro, ossia della vostra vita, io domanderò conto; ne domanderò conto ad ogni essere vivente, e domanderò conto della vita dell’uomo all’uomo, a ognuno di suo fratello” (Gen 9,5).

 

            Quando si oltraggia l’uomo, quando vengono calpestati i suoi diritti si commette un crimine e una gravissima offesa a Dio stesso. Per gli ebrei il sangue è la sede della vita e questa appartiene solo a Dio; per questo “chi attenta alla vita dell’uomo, in qualche modo attenta a Dio stesso” (EV 9). Anche l’ingiusto aggressore come Caino non perde la sua dignità. La Scrittura dice che Dio “impose a Caino un segno, perchè non lo colpisse chiunque l’avesse incontrato” (Gn 4,15). Non è un segno di condanna ma di protezione e di misericordia. Il peccato di Caino non può essere cancellato e giustamente Dio lo castiga; ma non lo abbandona al suo destino e promette di prendersi cura anche di lui. Questa pagina biblica più di ogni altra mostra che l’uomo, dunque, “è sempre un valore in sè e per sè”, mai e per nessuno motivo “può essere considerato e trattato come un oggetto utilizzabile, uno strumento, una cosa” (Evangelizzazione e cultura della vita umana, 23).

 

 

4.2    Cristo, immagine del Dio invisibile

 

            Cristo è il “Verbo della vita” (1Gv 1,2), colui che rivela e comunica la vita stessa di Dio: “Sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10,10). Egli è venuto per restituire all’uomo questo dono. Solo nella luce di Cristo possiamo comprendere pienamente chi è l’uomo. Il tema dell’immagine si comprende più chiaramente con la venuta del Redentore, Egli, infatti, è “immagine del Dio invisibile” (Col 1,15): la sua vita rivela quel Dio che “nessuno ha mai visto” (Gv 1,18); e nello stesso tempo svela il mistero dell’uomo:

“In realtà, solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo ... Cristo, che è il nuovo Adamo, proprio rivelando il mistero del Padre e del suo amore, svela anche pienamente l’uomo all’uomo e gli fa nota la sua altissima vocazione” (GS 22).

 

            L’incarnazione del Verbo porta a compimento l’intera creazione. In Cristo tutta l’umanità è assunta, resa partecipe della vita divina. “La vita che il Figlio di Dio è venuto a donare agli uomini non si riduce alla sola esistenza nel tempo … consiste nell’essere generati da Dio e nel partecipare alla pienezza del suo amore” (EV 37).

Questa vita viene da Dio e trova solo in Dio il suo fine. La “vita eterna” (Gv 3,15; 6,40) non indica solo un’esistenza che continua oltre i confini del tempo ma una reale partecipazione alla vita divina che avvolge il credente fin d’ora. In Cristo l’uomo acquista una nuova e più alta consapevolezza della dignità della sua esistenza terrena, tutto fa parte di un mistero che trova in Dio il suo principio e il suo fine. Gesù viene a rivelarci che l’uomo “è chiamato ad una pienezza di vita che va ben oltre le dimensioni della sua esistenza terrena”; ma proprio questa sua “vocazione soprannaturale rivela la grandezza e la preziosità della vita umana anche nella sua fase temporale” (EV 2). La “relatività della vita terrena” non toglie nulla alla sua effettiva sacralità e alla responsabilità con cui dobbiamo custodire il dono della vita, nostra e degli altri.

 

In Cristo Dio si è legato ad ogni uomo: “Egli è l'uomo perfetto, che ha restituito ai figli d'Adamo la somiglianza con Dio, resa deforme già subito agli inizi a causa del peccato. Poiché in lui la natura umana è stata assunta, senza per questo venire annientata, per ciò stesso essa è stata anche in noi innalzata a una dignità sublime. Con l'incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo a ogni uomo” (GS 22).

 

            La nascita di Cristo assume tutti i caratteri della vera umanità. L’evangelista Luca lo sottolinea usando due verbi: “concepirai e darai alla luce” (Lc 1,35). In tal modo vuol indicare che il Verbo si è fatto carne dal momento del concepimento (e difatti la Chiesa ricorda solennemente la festa dell’Annunciazione). È significativo anche l’episodio evangelico della visita di Maria a S. Elisabetta (Lc 1,39-42). Elisabetta saluta non solo Maria, ma anche il bambino che porta in grembo: “Benedetto il frutto del tuo seno”. E rivela che il suo stesso bambino alla venuta di Maria ha esultato di gioia:

 

“Contemplando Maria e ripensando con lei il prodigio della nascita del Redentore, sarà possibile per tutti riscoprire quanto sia umanamente grande il fiorire di ogni vita nuova, dal momento che Dio stesso ha scelto questa via per venire in mezzo a noi”[21].

 

            L’esistenza terrena di Gesù è un annuncio di gioia rivolto a tutti i poveri (Lc 4,18), a quelli sono privi dei beni essenziali, a quelli che sono emarginati e disprezzati. A tutti egli rivela che la vita, anche nelle situazioni più difficili, è un bene prezioso. Grazie a lui “la vita che giace abbandonata e implorante ritrova consapevolezza di sé e dignità piena” (EV 32).

 

            Gesù arriva ad identificarsi realmente ad ogni uomo: “Qualunque cosa avete fatto al più piccolo dei miei fratelli, l’avete fatto a me” (Mt 25,40). Non si dice: “è come se l’aveste fatto a me”, ma: “L’avete fatto a me”. Non è una nostra fantasia: Cristo è realmente presente in ogni uomo. Per questo egli invita i suoi discepoli a prendere cura dei fratelli, anzi a farsi prossimo di ogni uomo (Lc 10, 25-37). Nessuno può essere pregiudizialmente escluso dalla benevolenza perché Dio “fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni” (Mt 5,45). La responsabilità nei confronti della vita, scritta nel cuore di ogni uomo (Gen 1,28; 2,15), è portata alla sua pienezza nel comandamento dell’amore (Mt 22, 34-40; Gv 15,12-17). “Il compito di accogliere e servire la vita riguarda tutti e deve manifestarsi soprattutto verso la vita nelle condizioni di maggiore debolezza” (EV 43).

 

4.3    Lo Spirito che dà la vita

 

Cristo non solo ci rivela ciò che siamo, ma, donandoci il suo Spirito, ci rende anche capaci di diventare ciò che siamo. Lo Spirito è colui che “dà la vita” (Gv 6,63) perchè introduce ogni creatura nella vita divina e la conduce verso il Regno. Il Verbo si è fatto carne per opera dello Spirito (Lc 1,35). Colui che è “la vita” (Gv 14,6) si è incarnato per opera dello Spirito che “dà la vita”. Mediante lo Spirito tutta la Trinità si comunica all’uomo e nel Verbo assume tutta intera l’umanità. È l’inizio della redenzione, la creazione riprende il suo cammino. L’esistenza umana che era già segnata in profondità dal mistero di Dio avendo impressa la sua immagine nel cuore, viene ora definitivamente unita alla vita di Dio. In Cristo, vero uomo e vero Dio, anche noi diventiamo “partecipi della natura divina” (2Pt 1,4).

 

            In quanto immagine di Dio la dignità dell’uomo già risplende di luce. L’incarnazione del Verbo, mediante lo Spirito, opera un passaggio veramente radicale: ci dà la possibilità di diventare veramente “figli di Dio” (Gv 1,12). Anche noi diventiamo figli per opera dello Spirito: “Tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, costoro sono figli di Dio” (Rm 8,14). È lo Spirito che ci comunica la grazia soprannaturale e la vita divina e ci fa entrare nel mistero della Trinità.

 

            Lo Spirito non solo ci introduce nella pienezza della verità (Gv 16, 12-15) ma ci custodisce nella verità. Sul monte Sinai Dio ha donato al suo popolo una Legge che lo introduce nella vita: “Io pongo davanti a te la vita e il bene, la morte e il male” (Dt 30,15). Solo nella fedeltà a questa Parola Israele riceve la vita. Dinanzi alla durezza di cuore i profeti annunciano un nuovo dono:

 

“Vi aspergerò con acqua pura e sarete purificati; io vi purificherò da tutte le vostre sozzure e da tutti i vostri idoli; vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne. Porrò il mio spirito dentro di voi e vi farò vivere secondo i miei statuti e vi farò osservare e mettere in pratica le mie leggi” (Ez 36, 25-27).

 

Lo Spirito è dunque il principio di una vita nuova, è lui che dona al credente un “cuore nuovo” e la forza per vivere il Vangelo in tutte le sue esigenze. La legge nuova è quella dello Spirito (Rm 8,2). “E se lo Spirito di colui che ha risuscitato Gesù dai morti abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi” (Rm 8,11). Solo lo Spirito può fare di noi, ossa inaridite, un popolo nuovo, il “popolo della vita” che annuncia, celebra e serve il Vangelo della vita. Grazie allo Spirito riceviamo occhi nuovi per riconoscere Gesù nel volto dei fratelli e amarlo in ciascuno di loro. Ed è la sua forza che dona al discepolo di vivere e amare come il suo Maestro.

 

 

 

 

5. Per un approccio etico

 

 

            Alla luce dell’analisi finora compiuta è possibile proporre una valutazione etica. Anzi è doveroso offrire un chiaro e inequivocabile orientamento morale. Troppi equivoci, più o meno voluti, oscurano le coscienze. Questo insegnamento, va detto una volta per tutte, è chiaramente ispirato alla rivelazione biblica ma “ogni uomo sinceramente aperto alla verità e al bene, con la luce della ragione e non senza il segreto influsso della grazia, può arrivare a riconoscere nella legge naturale scritta nel cuore il valore sacro della vita umana dal primo inizio fino al suo termine, e ad affermare il diritto di ogni essere umano a vedere sommamente rispettato questo suo bene primario” (EV 2).

 

            La recente enciclica di Giovanni Paolo II sul Vangelo della vita ha suscitato molte polemiche. Vi sono alcuni che accusano il Papa di voler imporre alla società la propria morale: questa critica  è certamente pretestuosa, nessuno nega che vi sono punti in cui l’etica cristiana va oltre quella laica; ma il tema della vita non dovrebbe dividere laici e cattolici in quanto è affrontato nella luce della sola ragione. Il vero ostacolo ad ogni dialogo nasce dal fatto che la cultura laica ha abbracciato il relativismo morale e non riconosce l’esistenza di valori assoluti e, di conseguenza, beni che vanno in ogni caso tutelati. È significativa la posizione di Maurizio Mori: in un recente volume su Aborto e morale[22] applica anche a questa problematica il principio della tolleranza. A suo parere l’aborto “non è affatto un omicidio” perché l’embrione non è persona. E tuttavia egli riconosce la legittimità di entrambe le posizioni, di chi cioè afferma la liceità dell’intervento abortivo e di chi lo nega categoricamente. Chi afferma il principio della sacralità della vita o la “priorità dell’investimento naturale” difende il divieto assoluto di ogni gesto abortivo. Chi invece riconosce il principio della qualità della vita e afferma “la priorità dell’investimento umano” è favorevole all’aborto. A ciascuno il suo, quello che deve essere evitato è l’intolleranza (cattolica), il voler cioè a tutti i costi mettere al bando il principio della liceità.

 

            Giovanni Paolo II non si stanca di ripetere che sul tema della vita nascente si gioca una battaglia decisiva per la civiltà dell’uomo:

 

Il Vangelo della vita non è esclusivamente per i credenti: è per tutti. La questione della vita e della sua difesa e promozione non è prerogativa dei soli cristiani. Anche se dalla fede riceve luce e forza straordinarie, essa appartiene ad ogni coscienza umana che aspira alla verità ed è attenta e pensosa per le sorti dell'umanità. Nella vita c'è sicuramente un valore sacro e religioso, ma in nessun modo esso interpella solo i credenti: si tratta, infatti, di un valore che ogni essere umano può cogliere anche alla luce della ragione e che perciò riguarda necessariamente tutti” (EV 101).

 

            Per questo dedichiamo al tema dell’aborto un ampio spazio nella pur vasta problematica bioetica. L’atteggiamento che si assume nei confronti del bambino non ancora nato rivela la sensibilità morale dell’uomo ed acquista un valore paradigmatico in relazione a tutte le altre questioni.

 

5.1    Lo sviluppo fetale

 

            Prima di offrire un chiaro orientamento morale è opportuno richiamare le tappe essenziali dello sviluppo fetale.

 

Terzo mese

 

Alla fine dell’ottava settimana di sviluppo (2 mesi) il corpo embrionale è lungo 4 cm, mostra gli abbozzi delle ossa, dei muscoli, dei nervi e dei grossi vasi. L’estremità cefalica comincia a separarsi dal torace e in essa si possono distinguere gli abbozzi del naso, delle orecchie e delle mandibole. Quest’epoca della vita endouterina segna il passaggio dallo stato embrionale a quello fetale. D’ora in poi avendo già tutti gli organi primordiali ha inizio il periodo della crescita e del perfezionamento dei particolari. Così alla fine della 12 settimana - inizio 13 (90 giorni) gli abbozzi oculari sono ricoperti dalle palpebre, le estremità sono articolate nei vari segmenti e cominciano a presentare i primi movimenti attivi, il bambino può già succhiarsi il pollice, i genitali interni si differenziano completamente. L’intero corpo del feto assume forme sempre meglio definite.

 

Questo periodo della vita endouterina del bambino è una tappa molto importante perchè segna il passaggio dalla fase embrionale a quella fetale. Ciò è determinato dal fatto che, a quest’epoca della gravidanza, è registrabile il Battito Cardiaco Fetale (BCF): è questo è un segno chiaro dell’esistenza di un nuovo essere umano. Tale passaggio è importante da un punto di vista biologico, ma ancora più lo è da un punto di vista giuridico. Lo Stato italiano, infatti, tutela il bambino durante la vita endouterina, in modo diverso a seconda dell’epoca di gravidanza. La Legge 194 infatti fa del terzo un confine discriminante. Alla luce di quanto si è detto è evidente che la distinzione giuridica che fa del terzo mese un confine così determinante è del tutto infondata da un punto di vista biologico: si tratta sempre dello stesso essere umano che passa progressivamente dallo stato embrionale a quello fetale, quindi deve avere gli stessi diritti.

Alla fine della 16 settimana (40 mese) il canale intestinale presenta un contenuto verdastro: il meconio. Si ha la definitiva differenziazione dei genitali esterni, la cute è sottile e trasparente. È interessante sapere che le manine perfettamente formate già da due mesi hanno le impronte digitali che conferiscono al bambino l’identità legale.

 

Sviluppo fetale intermedio

 

Nel 4°-5° mese i movimenti fetali sono così vivaci da essere percepiti dalla madre a da chi tocca il suo addome. Ha una lunghezza di 16 cm e un peso di 310 gr. Nel 6°-7° mese si formano i depositi adiposi. Il piccolo usa ormai i suoi sensi (l’udito, il tatto, il gusto), reagisce, è in relazione con il ritmo di vita della mamma: già da tempo alterna momenti di sonno con momento in cui è sveglio. È lungo circa 35 cm, pesa oltre 1 Kg.

 

Sviluppo fetale tardivo

 

Man mano che ci avviciniamo al 9° mese e quindi al momento del parto, il bimbo, per l’accrescimento corporeo, occupa quasi completamente la cavità uterina, il liquido amniotico si riduce e con esso si riducono i movimenti fetali. Al termine della gravidanza un misterioso segnale avvisa tutto il corpo materno: le pareti uterine si contraggono ritmicamente, inizia il travaglio di parto che porterà alla nascita del bimbo.

 

 

5.2    Il principio fondamentale: non uccidere!

 

La riflessione morale dell’Evangelium vitae ruota attorno al principio che la vita umana è un bene assoluto e inviolabile (EV 53). Giovanni Paolo II riconferma solennemente che “l’uccisione diretta e volontaria di un essere umano innocente è sempre gravemente immorale” (EV 57). La vita è un bene prezioso che nessuno può violare a suo piacimento. Nella terza parte dell’enciclica - quella di carattere etico - l’aggettivo assoluto ritorna con una insistenza davvero significativa: il precetto “non uccidere”, scrive il Pontefice, chiede positivamente un “rispetto assoluto per la vita” (EV 54); la Chiesa “ha sempre unanimamente insegnato il valore assoluto e permanente” di questo comandamento, al punto da considerare l’omicidio “fra i tre peccati più gravi”  (EV 54). Questo precetto, pur essendo eticamente vincolante ammette alcune eccezioni tra cui quella della legittima difesa (EV 55), ma acquista un “valore assoluto” quando si riferisce alla persona umana innocente, in questo caso Giovanni Paolo II parla di “inviolabilità assoluta” (EV 57).

 

Il precetto biblico “non uccidere” “indica il confine estremo che non può mai essere valicato” (EV 54). Ma positivamente chiede di accogliere e promuovere la vita di ogni uomo. Il valore assoluto del precetto fa di ogni gesto omicida un “peccato di particolare gravità” (EV 55); tale scelta, quando ha per oggetto una persona innocente, “è sempre cattiva da un punto di vista morale e non può mai essere lecita né come fine, né come mezzo per un fine buono” (EV 57). Nella Chiesa primitiva il perdono veniva concesso solo a coloro che erano sinceramente pentiti e dopo “una penitenza pubblica particolarmente onerosa e lunga” (EV 54). Sulla base di questa convinzione Giovanni Paolo II ribadisce in modo solenne il principio morale che rifiuta come intrinsecamente cattivo ogni omicidio:

 

“Pertanto, con l’autorità che Cristo ha conferito a Pietro e ai suoi successori, in comunione con i vescovi della Chiesa cattolica, confermo che l’uccisione diretta e volontaria di un essere umano innocente è sempre gravemente immorale” (EV 57).

 

Questa verità appare evidente non solo ai cristiani ma a tutti gli uomini che usano rettamente la loro ragione (EV 2): il precetto biblico “non uccidere” (Es 20,3; Dt 5,17) è radicato nella coscienza morale dell’uomo, fa parte del bagaglio culturale di ogni civiltà. Tale precetto tuttavia appare maggiormente vincolante nella luce della fede. Per il cristiano “la vita umana presenta un carattere sacro e inviolabile”, in essa si rispecchia la santità di Dio (EV 53). Chi offende la vita dell’uomo infanga l’immagine di Dio che in lui riposa. L’amore di Dio nel NT è saldamente legato a quello del prossimo (Mt 22, 36-40), il precetto “non uccidere” rimane come condizione irrinunciabile per poter “entrare nella vita” (Mt 19, 16-19).

 

Il valore assoluto di questo precetto non ammette eccezioni e non viene intaccato dal principio della legittima difesa. In questo caso, infatti,  si scontrano due valori, quello di proteggere la propria vita, un dono di Dio che non deve essere sciupato, e quello di non offendere la vita del prossimo. Vi sono situazioni in cui purtroppo “la necessità di porre l’aggressore in condizioni di non nuocere comporti talvolta la sua soppressione” (EV 55). Ma anche in questo caso è legittimo difendersi ma non è mai lecito attaccare per impedire l’aggressione. Richiamando un tradizionale principio della morale si può affermare che se è lecito talvolta difendendosi uccidere, non è mai lecito uccidere per difendersi! Citando il Catechismo della Chiesa Cattolica Giovanni Paolo II afferma che la legittima difesa non solo è un “diritto” ma anche un “grave dovere per chi è responsabile della vita di altri, del bene comune della famiglia o della comunità civile” (CCC 2265).

 

La stessa pena di morte non viene concepita come una sorta di vendetta ma solo come l’inevitabile esito dinanzi all’impossibilità di impedire ad una persona di continuare a nuocere alla collettività (EV 56). La teorica legittimità di tale pena - che ha trovato forti obiezioni nella cultura laica e nello stesso mondo cattolico - non coincide con la sua reale opportunità: di fatto essa, nelle attuali condizioni sociali, non dovrebbe mai essere applicata. Su questo punto il magistero di Giovanni Paolo II non si discosta in buona sostanza da quanto già affermato nel Catechismo della Chiesa Cattolica (cf CCC 2266-2267), anche se nell’enciclica possiamo leggere una più esplicita insistenza sull’opportunità di non utilizzare la pena di morte. Tra l’altro, a proposito del primo omicidio narrato dalla Scrittura, il Papa aveva osservato che nessuno può disporre di un suo simile come di una cosa: lo stesso Caino viene condannato per il gesto omicida ma protetto contro la vendetta (Gen 4,15): “Neppure l’omicida perde la sua dignità personale e Dio stesso se ne fa garante” (EV 9).

 

Il precetto “non uccidere” è unanimamente accettato dalla cultura odierna anche se tante volte viene contraddetto nella prassi. La Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo (1948) riconosce che ciascun essere umano, a prescindere dalla sua condizione sociale, culturale, etnica e religiosa, ha diritto ad essere trattato come persona. Negli ultimi due secoli è crollato il muro della schiavitù che divideva gli uomini in due categorie diverse da un punto di vista qualitativo. Con fatica stiamo imparando l’arte della convivenza multirazziale perchè sappiamo che, aldilà di tante differenze, vi è una comune dignità. Questo principio purtroppo non viene applicato a tutti. Quella stessa cultura che con tanta solerzia - e giustamente! - lotta contro la barbarie della guerra e la pena di morte, accetta e promuove una cultura che condanna a morte esseri umani innocenti: i bambini non ancora nati e i malati in via terminale. È una stridente contraddizione che viene sapientemente occultata dai mass-media. Non a caso nei giorni successivi la pubblicazione dell’enciclica tutti (anche tanti cattolici) insistevano sulla mancanza di una chiara e definitiva condanna della pena di morte. Ma quasi nessuno si accorgeva che la Chiesa è rimasta da sola a difendere la persona umana, sempre e in ogni caso.

 

5.3    Il diritto alla verità

 

            L’uomo ha anzitutto diritto alla verità. L’ampia analisi sull’identità del concepito ha portato alla conclusione che l’embrione umano, fin dal momento del concepimento, ha una sua individualità e, di conseguenza, è persona! E come tale gode di tutti i diritti propri della persona, a cominciare dal diritto alla vita. Questa verità non può essere manipolata, non rientra nell’ambito delle opinioni rispettabili ma in quello delle certezze. Il fatto che l’avventura umana cominci dal concepimento non è un’idea, o peggio, una fissazione cattolica; ma un dato scientifico inoppugnabile. Chi dice il contrario falsifica la verità. La prima carità che bisogna fare riguardo all’aborto è quella della verità. In un Messaggio per la Giornata della pace Giovanni Paolo II afferma:

“Restaurare la verità significa, innanzitutto, chiamare col loro nome gli atti di violenza, quali che siano le forme che assumono: chiamare l’omicidio con il suo nome: l’omicidio è un omicidio, e le motivazioni politiche o ideologiche, lungi dal cambiarne la natura, vi perdono piuttosto, esse stesse la loro dignità”[23].

 

            Nella recente enciclica il Papa chiede “il coraggio di guardare in faccia alla verità e di chiamare le cose con il loro nome” (EV 58). Solo così è possibile sperare di vincere una cultura che si appoggia sulla sistematica disinformazione e sulla menzogna.

 

 

a) Cos’è l’aborto

 

            Alla luce di questa sollecitazione cerchiamo di definire correttamente l’aborto. È significativo che i suoi fautori non chiamano mai l’aborto con questo nome. È stata perciò inventata un’espressione che oscura la sua vera natura: interruzione volontaria della gravidanza (IVG). Con questa locuzione si cerca di nascondere la verità: il termine gravidanza sposta l’attenzione dal bambino alla donna; la parola interruzione non ha nulla di drammatico. È significativo che negli ospedali dove vengono praticati gli aborti non esiste il reparto per l’aborto, ma quello della IVG o della legge.

 

            L. Ciccone fa notare che anche l’uso di termini scientificamente ineccepibili come embrione e feto contribuiscono, a livello popolare, a favorire l’idea che in fondo quello di cui si tratta non è un bambino. Egli perciò propone questa definizione:

 

Aborto è l’uccisione deliberata e diretta, comunque attuata, di un bambino nella fase iniziale della sua vita compresa tra la fecondazione e la nascita[24].

 

Con l’espressione deliberata e diretta si vuole appunto indicare l’aborto procurato, distinguendolo chiaramente dall’aborto indiretto. Dicendo comunque attuata si vuole includere qualsiasi metodo, anche i più recenti o i più semplici. Precisando che questo può avvenire nella fase tra la fecondazione e la nascita si cerca di evitare ogni equivoco, dal momento che anche alcuni moralisti cercano di distinguere tra fecondazione (momento biologico) e concezione (a partire dall’annidamento).

 

 

b) Contraccezione e aborto

 

            Nella recente enciclica troviamo alcuni accenti di novità rispetto al magistero più recente. Giovanni Paolo II, infatti, pone attenzione non solo sull’intervento abortivo tradizionale ma chiama in giudizio quei “preparati farmaceutici che rendono possibile l’uccisione del feto nel grembo materno, senza la necessità di ricorrere all’aiuto del medico”. Il Papa parla esplicitamente di “preparati chimici”, “dispositivi intrauterini” e “vaccini” che vengono distribuiti come contraccettivi ma “agiscono in realtà come abortivi nei primissimi stadi di sviluppo della vita del nuovo essere umano” (EV 13). In tal modo non è più possibile definire con chiarezza il confine tra contraccezione e aborto. Si mostra cosi’ la superficialità di chi accusa la Chiesa di favorire l’aborto proprio a causa della sua ostinata chiusura nei confronti della contraccezione. È vero che taluni possono ricorrere ai contraccettivi proprio per evitare un eventuale aborto; ma va detto chiaramente che

 

“i disvalori insiti nella ‘mentalità contraccettiva - ben  diversa dall’esercizio responsabile della paternità e  maternità, attuato nel rispetto della piena verità dell’atto coniugale - sono tali da rendere più forte proprio questa tentazione, di fronte all’eventuale concepimento di una vita non desiderata”, come dimostra il fatto che dove si rifiuta l’insegnamento della Chiesa sulla contraccezione più radicata è la cultura abortista (EV  13).

 

            Il Papa affronta con chiarezza anche il discusso problema circa il rapporto che intercorre tra contraccezione e aborto. Non pochi moralisti, infatti, ritengono che il deciso rifiuto dell’aborto debba essere accompagnato da una maggiore apertura sul tema della contraccezione, evitando in ogni caso di porre sullo stesso piano gesti che hanno una diversa rilevanza morale.

 

            Giovanni Paolo II riconosce che “contraccezione e aborto, dal punto di vista morale, sono mali specificamente diversi: l’una contraddice all’integra verità dell’atto sessuale come espressione propria dell’amore coniugale, l’altro distrugge la vita di un essere umano”. Pur avendo un diverso “peso morale”, tuttavia, “essi sono molto spesso in intima relazione, come frutti di una medesima pianta” (EV 13). In realtà contraccezione e aborto sono figli di una stessa cultura, “affondano le radici in una mentalità edonistica e deresponsabilizzante nei confronti della sessualità e suppongono un concetto egoistico di libertà che vede nella procreazione un ostacolo al dispiegarsi della propria personalità” (n. 13).

 

 

c) Un abominevole delitto

 

            Dopo aver precisato i termini della questione, cerchiamo ora di precisare il giudizio morale. Se si ammette l’identità umana dell’embrione non si può non ammetterne il diritto alla vita. Se la vita umana è sacra e intangibile essa va sempre rispettata, non vi sono circostanze in cui può essere soppressa. Possiamo disquisire sulle cause dell’aborto, rendere più o meno grave la colpevolezza soggettiva, ma il fatto rimane: abortire significa sopprimere una vita umana. L’aborto, è “una follia omicida, un suicidio sociale”. Affermare il contrario significa negare palesemente i dati della scienza e quelli della ragione.

 

            L’uccisione di un essere umano è sempre un peccato grave: La scelta deliberata di privare un essere umano innocente della sua vita è sempre cattiva dal punto di vista morale e non può mai essere lecita né come fine, né come mezzo per un fine buono” (EV 57). Se Dio solo è padrone della vita “nessuno, in nessuna circostanza, può rivendicare a sè il diritto di distruggere direttamente un essere umano innocente” (Donum vitae, 5).

            Questo principio, il cui valore morale è assoluto e non ammette eccezioni, vale in modo particolare per l’aborto che il Vaticano II definisce “abominevole delitto” (GS 51). In questo caso infatti, afferma Giovanni Paolo II, siamo di fronte ad “un essere umano che si affaccia alla vita”, che “mai potrebbe essere considerato un aggressore”, una creatura debole e inerme che non ha alcuna capacità di difesa, nemmeno quella del pianto, una creatura “totalmente affidata alla protezione e alle cure di colei che lo porta in grembo” (EV 58). Il concepito davvero rientra nella categoria dei “più piccoli” (Mt 25,40). Per questo Madre Teresa di Calcutta, che ha dato alla sua Congregazione l’impegno di accogliere i più poveri tra i poveri, si interessa con particolare passione dei bambini non nati.

 

            Nell’omelia pronunciata in occasione della Giornata per la Vita del 1989 il card. Biffi chiese alla Chiesa di prendere il largo, di prendere le distanze da una cultura irrazionale che “non esita ad eliminare un essere umano solo perchè è indesiderato e fastidioso”. E aggiunse

 

“È una menzogna che la creatura vivente nel grembo materno non sia un essere umano: ogni indagine scientifica ha confermato che ciò che oggi viene cosi’ spesso ucciso è già un individuo vero, caratterizzato e inconfondibile. È una menzogna che la legalizzazione dell’aborto diminuisca la pratica dell’aborto clandestino: al contrario, tale legalizzazione, infiacchendo e ottundendo il senso morale del nostro popolo, ha portato a un’espansione senza precedenti di questo gravissimo atto di disumanità. È una menzogna che con queste leggi e con questi metodi si arrivi a tutelare la sanità e il benessere delle donne: al contrario, le si induce a un’esperienza cosi’ innaturale e traumatica, che poi non di rado resta nella coscienza profonda di ciascuna come una lacerazione non rimarginabile e come la causa di molti squilibri psicosomatici”.

 

 

5.4    Un magistero immutabile e definitivo

 

            Fedele alla rivelazione e alla ragione la Chiesa “non può non proclamare il carattere sacro e inviolabile della vita dell’uomo fin dall’istante del concepimento” (ECVU 2):

 

“La Chiesa, in ogni tempo e in ogni paese, ha sempre accolto e riproposto la Parola e il comandamento di Dio circa l’assoluta inviolabilità della vita umana, anche solo concepita. La Tradizione si presenta, in tema di giudizio morale sull’aborto, con una unanimità che non conosce discrepanze e con una fermezza che non ammette eccezioni”[25].

 

            La mancanza di un’esplicita condanna dell’aborto nella Scrittura non deve trarre in inganno: questo silenzio non va interpretato come un’implicita approvazione; indica invece che la pratica dell’aborto procurato non trova alcuna accoglienza nel popolo ebreo. E questo non stupisce in un popolo che considera la vita come un dono di Dio e la fecondità come una particolare benedizione. Il cristianesimo primitivo invece si trovò quasi subito a contatto con il mondo greco-romano che praticava largamente l’aborto. La posizione della comunità cristiana fu netta e inequivocabile fin dall’inizio: contro il costume del tempo essa fin dalle origini ha difeso la vita non ancora nata. Nella Didachè, ad esempio, leggiamo:

 

“Non ucciderai ... non farai perire il bambino con l’aborto né l’ucciderai dopo che è nato ... La via della morte è questa: ... non hanno compassione per il povero, non soffrono con il sofferente, non riconoscono il loro Creatore, uccidono i loro figli e fanno perire con l’aborto creature di Dio; allontanano il bisognoso, opprimono il tribolato, sono avvocati dei ricchi e giudici ingiusti dei poveri; sono pieni di peccato. Possiate star sempre lontani, o figli, da tutte queste colpe” (II, 2; V, 2).

 

            Per denunciare la gravità morale dell’aborto la Chiesa ha stabilito pene assai severe per coloro che vi facevano ricorso. Nel Concilio di Elvira (305) si stabilisce che le donne che procurano l’aborto vengono escluse per tutta la vita dalla comunione. In quello successivo di Ancira (314) viene mitigata questa pena, fissando in dieci anni la durata della penitenza. La durata e la forma della penitenza varia nei diversi Paesi e lungo i secoli, ma “ininterrotta e unanime è la collocazione dell’aborto fra i delitti più gravi e, perciò, più severamente puniti”[26]. E tuttora lo punisce con la scomunica che solo il Vescovo può sciogliere.

 

La Gaudium et spes afferma che “la vita, una volta concepita, deve essere protetta con la massima cura” (GS 51). Nella primitiva formulazione si diceva che la vita “in utero iam concepta”; un gruppo di 19 Padri, per evitare equivoci in quanto il testo poteva far pensare che la cura della vita cominciava dal tempo dell’annidamento in utero, propose di adottare un’altra definizione, quella che poi è stata accolta nel testo definitivo: “Vita inde a conceptione maxima cura tuenda est”.

 

            Sull’argomento dell’aborto il magistero della Chiesa in questo ambito “non è mai mutato ed è immutabile”[27]. Secondo Ciccone possiamo senza alcun dubbio parlare di insegnamento infallibile[28]. Giovanni Paolo II ha riconfermato questa dottrina in modo solenne. La posizione del Papa non lascia spazio a equivoci. Dopo aver ricordato l’unanime tradizione della Chiesa e l’intervento di tutti i suoi predecessori, da Pio XI a Paolo VI, propone con nuova forza la dottrina di sempre. Per la prima volta egli lega questa tradizionale convinzione ad un’affermazione che ha il linguaggio e lo stile delle definizioni dogmatiche:

 

“Pertanto, con l’autorità che Cristo ha conferito a Pietro e ai suoi successori, in comunione con i vescovi - che a varie riprese hanno condannato l’aborto e che nella consultazione precedentemente citata, pur dispersi per il mondo, hanno unanimamente consentito circa questa dottrina -  dichiaro che l’aborto diretto, cioè voluto come fine o come mezzo, costituisce sempre un disordine morale grave, in quanto uccisione deliberata di un essere umano innocente. Tale dottrina è fondata sulla legge naturale e sulla Parola di Dio scritta, è trasmessa dalla Tradizione della Chiesa e insegnata dal magistero ordinario e universale” (EV 62).

 

            Giovanni Paolo II aggiunge: “Nessuna circostanza, nessuna finalità, nessuna legge al mondo potrà mai rendere lecito un atto che è intrinsecamente illecito, perché contrario alla legge di Dio, scritta nel cuore di ogni uomo, riconoscibile dalla ragione stessa e proclamata dalla Chiesa” (EV 62).

 

Questa formulazione ha fatto molto discutere, non pochi vi hanno letto l’intenzione di proporre una dottrina definitiva, altri hanno invece cercato di minimizzare il valore teologico dell’affermazione. Secondo la Lumen gentium il magistero dei vescovi, ordinario e universale, è infallibile quando “dispersi per il mondo, ma conservanti il vincolo di comunione tra loro e con il successore di Pietro, nel loro insegnamento autentico circa materia di fede e di morale, si accordano su una dottrina da ritenersi come definitiva” (LG 25). A questo testo il Papa si rifà esplicitamente tre volte, in relazione a tre affermazioni fondamentali: 1) l’uccisione diretta e volontaria di un innocente (n. 57); 2) l’aborto diretto, comunque attuato (n.63); 3) l’eutanasia (n. 65). Giovanni Paolo II ricorda che parla “con l’autorità che Cristo ha conferito a Pietro e ai suoi successori”, afferma che la dottrina che egli conferma autorevolmente è fondata nella Scrittura, trasmessa dalla Tradizione e insegnata dal Magistero.

Mons. T. Bertone, segretario della Congregazione per la dottrina della fede, in un recente convegno (Roma, 21-24 aprile 1996) ha chiarito la genesi e il contenuto delle tre proposizioni solenni presenti nell’enciclica che condannano come assolutamente immorale l’uccisione diretta e volontario di un essere umano innocente (EV 57), l’aborto (EV 62) e l’eutanasia (EV 65). E’ stato il card. Ratzinger, nel Concistoro del 1991, a chiedere “un’affermazione solenne del principio secondo cui l’uccisione diretta di un essere umano innocente è sempre materia di colpa grave”. La proposta fu accettata dal Papa e successivamente estesa anche all’aborto e all’eutanasia.

 

È stato lo stesso Ratzinger, nel presentare l’enciclica alla stampa, a spiegare la natura dottrinale di queste proposizioni. E’ evidente che non si tratta di una definizione ex cathedra ma l’assenza del termine “infallibilmente o infallibile” non deve trarre in inganno e indurre a conclusioni affrettate. Il Papa, spiega Ratzinger, “non ha voluto definire con una forma solenne gli insegnamenti in questione, ma ha voluto confermare e riaffermare dottrine, perché l’evidenza della Scrittura e della Tradizione è tale che sarebbe assurdo dogmatizzare un insegnamento che è un contenuto evidente di tutto il messaggio cristiano e che risponde anche alla ragione e di ogni umanesimo”. Si tratta dunque di una decisa presa di posizione dottrinale che propone con autorevolezza un principio morale ritenuto immutabile.

 

È interessante sottolineare che la seconda proposizione, quella che condanna l’aborto, presenta una particolare formulazione che non troviamo nelle altre due. Il Papa richiama l’ampia consultazione episcopale fatta dopo il Concistoro del 1991 ed afferma che tutti i vescovi hanno unanimamente consentito alla dichiarazione che è stata poi proposta nell’enciclica. In tal modo l’assolutezza del principio e la sua sostanziale definitività scaturisce non dalla presa di posizione, pur legittima, del Papa ma dall’unanime consenso dell’intero corpo episcopale. Questa forma di magistero ordinario è presentata dal Vaticano II come una delle vie per enunciare infallibilmente la dottrina di Cristo (LG 25).

 

Il pronunciamento di Giovanni Paolo intende eliminare ogni dubbio sul valore assoluto della legge morale naturale. Si tratta di una significativa novità dottrinale che conferma gli orientamenti già espressi nella Veritatis splendor. È noto il dibattito tra quanti propongono una morale oggettiva e quanti si oppongono ad essa. Per alcuni esistono precetti morali la cui assolutezza non può in alcun modo dipendere dalle circostanze soggettive; ed altri che propongono una visione più soggettiva lasciando alla coscienza di decidere hic et nunc quale sia la scelta morale più adeguata. Il Papa si inserisce in questo dibattito affermando che l’inviolabilità assoluta della vita umana è una “verità morale” (EV 57): con questa espressione egli risponde a quanti confinano i precetti morali nell’ambito delle proposizioni contingenti e mutevoli. La riflessione morale ha una sua verità e la Chiesa ha il dovere di proporla con la stessa forza delle verità di carattere teologico.

 

Ratzinger osserva ancora che i tre pronunciamenti dell’enciclica appartengono alla Parola di Dio scritta e trasmessa, anche se solo nel primo si afferma che la dottrina è “contenuta” nella Scrittura, negli altri due si dice che è “fondata” nella Scrittura. Aborto ed eutanasia, infatti, non sono neppure nominate nella Bibbia in quanto tali comportamenti erano totalmente estranei al contesto culturale dell’epoca. Per questi motivi, aggiunge mons. Bertone, anche se Giovanni Paolo II non ha voluto espressamente proporre nuove definizioni dogmatiche, “è falso pensare che quelle dottrine avrebbero un minore grado di certezza o potrebbero essere in futuro modificate nel loro senso oggettivo e quindi non esigerebbero un assenso irrevocabile e definitivo ma solo un ossequio della volontà e dell’intelletto” (la relazione non è stata ancora pubblicata). Il Papa non ha ritenuto necessario proporre una nuova definizione dogmatica per una dottrina che fa parte da sempre del bagaglio dottrinale della Tradizione: sarebbe apparsa come un’implicita svalutazione del magistero precedente. Per cui, conclude Bertone, l’infallibilità di tale dottrina, non risiede nella sola enunciazione della dell’enciclica ma “deriva dal costante e unanime insegnamento del magistero ordinario e universale che ha le sue basi nel deposito della fede”. Tali pronunciamenti, dunque, esigono da parte dei fedeli “un assenso definitivo e irrevocabile”.

 

L’insegnamento magisteriale contenuto nell’enciclica è chiaramente definito e definitivo. Ma sarebbe sbagliato vedere in essa una chiusura al dialogo. Al contrario, Giovanni Paolo II in diverse occasioni chiede di fare riferimento alle conoscenze umane. A quanti hanno il compito di annunciare il vangelo della vita - educatori, insegnanti, catechisti e teologi - chiede di “mettere in risalto le ragioni antropologiche che fondano e sostengono il rispetto di ogni vita umana” (EV 82). Nell’enunciare la verità morale il Papa si richiama sempre alla “luce della ragione” (EV 57) e alla “legge naturale” (EV 63 e 66). L’enciclica è rivolta a tutti gli uomini perchè la difesa della vita “anche se dalla fede riceve luce e forza straordinarie, appartiene a ogni coscienza umana che aspira alla verità ed è attenta e pensosa per le sorti dell’umanità” (EV 101).

 

A giudizio del Pontefice, “la valutazione morale dell’aborto è da applicare anche alle recenti forme di intervento sugli embrioni umani, che ne comportano inevitabilmente l’uccisione” (EV 63). In tal modo egli non si limita a condannare l’aborto ma reclama anche per l’embrione, sempre e in ogni caso, quel rispetto dovuto ad ogni altro essere umano. Gli embrioni umani non sono semplice “materiale biologico”, non sono esseri viventi che hanno un “carattere umano” ma non lo statuto di persona: sono esseri umani che vanno considerati e trattati come persone!

 

Nella luce di questa fondamentale verità l’enciclica accenna ad alcune conseguenze di carattere etico.

 

1)      Le varie tecniche di riproduzione artificiale sono moralmente inaccettabili non solo perchè “dissociano la procreazione dal contesto integralmente umano dell’atto coniugale”, ma anche perchè espongono gli embrioni ad un “rischio di morte entro tempi in genere brevissimi”, senza dimenticare quelli “soprannumerari” che vengono poi utilizzati per la ricerca scientifica (EV 14).

 

2)      La sperimentazione sugli embrioni “costituisce un delitto nei riguardi della loro dignità di esseri umani” (EV 63).

 

3)      La stessa diagnosi prenatale può risultare illecita sia quando espone il nascituro a rischi sproporzionati che quando viene utilizzata come un ponte per l’aborto (EV 63).

 

Queste conseguenze etiche, a cui l’enciclica accenna, fanno capire qual è la posta in gioco, quali interessi scientifici e commerciali vengono intaccati dal principio morale dell’assoluta inviolabilità della vita umana. Un’adesione piena e incondizionata a tale principio, che pure sarebbe conforme ad ogni evidenza scientifica e razionale, metterebbe in crisi l’intero sistema socio-sanitario. Ma la verità non può dipendere dagli interessi egoistici di qualcuno, essa ha una sua forza persuasiva che si impone quando non viene opportunamente mascherata e nascosta all’umana ragione. A Giovanni Paolo II non manca il coraggio per annunciare la verità, per gridarla dai tetti (Mt 10,27) anche quando è impopolare. È questo forse la causa del contrasto con una cultura che appare prigioniera di un esasperato e gratuito relativismo.

 

 

 

6. L’aborto nei casi-limite

 

 

            Tutti concordano col dire che l’aborto è un male. La stessa legge 194 riconosce nel suo titolo la necessità di tutelare la maternità. Ma si afferma anche che in certi casi esso è inevitabile. Dall’indagine già citata del MpV si può rilevare che la maggioranza degli italiani è contraria all’aborto quando viene fatto per motivi economici (il 56,9% è contrario contro il 31,4%); quando la donna non è sposata (il 70,1% contro il 19,3%), quando viene usato come mezzo di controllo delle nascite (55,4% contro il 32,2%). La maggioranza si ribalta quando si prospettano le situazioni classiche: violenza carnale, malformazione del figlio, salute e vita della madre. In questi casi infatti ecco le adesioni all’aborto: il 59,1% nel caso di violenza carnale; il 79,4 se il figlio è malformato; il 75,2% se è in gioco la salute della madre; l’85,1% se la vita della madre è in pericolo[29]. Per questo è opportuno esaminare da vicino i cosidetti casi-limite.

Vi sono situazioni in cui effettivamente “la scelta abortiva riveste per la madre un carattere drammatico e doloroso” (EV 58), casi in cui la scelta della vita chiede un eroico coraggio. Pensiamo ad esempio all’eventualità di una malformazione più o meno grave, ad un contesto familiare conflittuale e degradato, ad una precaria condizione di salute della madre aggravata dalla gravidanza. Sono tutti casi che fanno sorgere tanti e gravi interrogativi. Esaminiamo da vicino alcune situazioni classiche: pericolo per la vita o la salute della madre, malformazioni del bambino, la violenza carnale e la gravidanza extrauterina.

 

 

6.1    Pericolo per la vita o la salute della madre

 

            Per aborto terapeutico si intende quello messo in atto per salvare la vita della madre o evitare una grave e irreversibile compromissione della sua salute. A ben guardare si tratta di una denominazione impropria, perchè in questo caso non si agisce sulla malattia in atto con una specifica terapia, ci si limita a sopprimere la vita del feto. Sgreccia propone più realisticamente di parlare di “interruzione della gravidanza in presenza del pericolo per la vita o la salute della madre[30].

 

            L’aborto c.d. terapeutico comunque viene invocato in due situazioni fondamentali: 1) quando si tratta di salvare la vita della madre, radicalmente compromessa dalla prosecuzione della gravidanza; 2) quando occorre salvaguardare la salute della madre, perchè la gravidanza comporta un aggravamento permanente della sua salute. Va detto che oggi è rarissimo il caso in cui il medico si trova a dover scegliere tra la vita della madre e quella del bambino. In molti casi è possibile superare le reali complicazioni con un’adeguata assistenza, anche nei casi in cui l’aggravamento è reale: la dialisi periodica nelle gravide affette da grave insufficienza renale, la cardiochirurgia in donne con difetti cardiaci. Alla luce dei progressi della scienza e dell’assistenza medica - scrive E. Sgreccia - molte delle cosiddette indicazioni sanitarie all’IVG hanno perso la loro forza motivazionale. Nella gran parte dei casi vi è una reale alternativa terapeutica[31].

 

            Non mancano però le situazioni in cui il conflitto tra il feto e la madre si pone con evidenza talvolta drammatica. Il giudizio etico in questi casi deve tener presente che “la persona umana è il massimo valore del mondo e trascende ogni altro bene temporale ed ogni considerazione economica”[32]. “Ogni vita umana - ha detto Giovanni Paolo II - vale più dell’intera creazione materiale”[33]. Nessun motivo potrà mai giustificare la soppressione del concepito: “queste e altre simili ragioni, per quanto gravi e drammatiche, non possono mai giustificare la soppressione deliberata di un essere umano innocente” (EV 58).

 

            Vi sono poi i casi drammatici in cui emerge il conflitto tra la vita del nascituro e la sopravvivenza della madre. Questa situazione, per fortuna rarissima - fa emergere non pochi interrogativi: “Il diritto alla vita dell’embrione può ritenersi pienamente tale quando sappiamo che in ogni caso tale vita è destinata in breve tempo a spegnersi? Può essere talmente assoluto, pur nella fragilità temporale, da condizionare e tirarsi dietro il diritto alla vita della madre? In un conflitto di doveri o di valori non ha nessuna importanza il diritto alla vita della madre da parte degli altri figli o, per la madre, il dovere di essere madre di tutti e non solo di quello che, sia pure innocentemente, ne minaccia l’esistenza?”[34]. In casi del genere come si vede la scelta è fortemente drammatica. Ma anche qui bisogna ricordare che la vita innocente non può essere direttamente soppressa per nessuna ragione. Nessuna madre sopprimerebbe la vita di uno dei figli per rimanere con gli altri. Non è accettabile da un punto di vista etico compiere deliberatamente un male per ricavarne un bene. Lo ha ricordato Paolo VI nella Humanae vitae:

 

“È assolutamente da escludere, come via lecita per la regolazione delle nascite, l’interruzione diretta del processo generativo già iniziato, e soprattutto l’aborto direttamente voluto e procurato, anche se per ragioni terapeutiche” (HV 14).

 

            Nella riflessione etica personalistica non si parla di aborto terapeutico ma solo dell’aborto indiretto, l’unico che può essere eticamente accettabile. In questo caso infatti l’intervento medico non ha come fine diretto quello di interrompere la gravidanza, ma è un intervento terapeutico teso a salvare la vita della madre: per es. quando viene somministrato un farmaco essenziale per salvare la madre, che sicuramente causerà la morte dell’embrione; oppure quando bisogna asportare l’utero gravido per la presenza di un tumore. Questo intervento è assolutamente lecito in quanto costituisce un’applicazione del principio del doppio effetto. L’effetto cattivo è una conseguenza dell’atto, non un obiettivo primario dell’atto stesso.

 

6.2    Malformazioni del bambino

 

L’aborto terapeutico dovrebbe con maggiore ragione essere definito “eugenetico”: si tratta dell’aborto eseguito per sopprimere un embrione o un feto affetto da una grave malattia congenita. Esso viene facilmente e volutamente confuso con l’aborto terapeutico. Ma in realtà non costituisce nessuna terapia: né per la madre (che non ha alcuna malattia); né per il feto (che non viene curato ma soppresso).

 

Questo aborto è eticamente inaccettabile. L’umanità ritorna cosi’ ai tempi del monte Taigeto dove gli spartani gettavano i figli indesiderati. Questo gesto apre una profonda breccia nel costume etico: perchè il feto si’ e il neonato no? Con lo stesso principio non potremmo decidere la soppressione di tutti gli handicappati e degli anziani infermi? Tante volte si contrabbanda questo aborto con la pietà, lo si giustifica con il desiderio di evitare al bambino una vita infelice. Ma tante volte più che le sofferenze del bambino, l’adulto teme la propria sofferenza. E d’altra parte la famiglia, in questi casi, si sente sola, senza alcun aiuto pubblico o sostegno morale.

 

 

6.3    L’aborto dopo violenza carnale

 

È il caso - anch’esso molto raro - che sembra più facile. Questo bambino - si dice - non è frutto di atto di amore, ma di una violenza. Eppure anche in questo caso siamo di fronte ad una vita umana innocente. La vita non riceve il suo valore dall’intenzione di chi la genera e nemmeno dalle circostanze in cui è stata generata. Una perla preziosa, dovunque la trovi, è pur sempre un tesoro! Un eventuale aborto non toglie la violenza che la donna ha subito, semmai aggiunge un ulteriore danno perché viene costretto a privarsi di un bambino. È vero che l’esistenza di quel figlio ricorda alla mamma un evento doloroso la legge italiana prevede la possibilità di non riconoscere il bambino al momento della nascita e di affidarlo al Tribunale dei Minori che troverà per lui una famiglia disposta ad accoglierlo. Non possiamo scaricare su questa creatura innocente le colpe di una società malata.

 

 

6.4    Gravidanza extrauterina

 

Il Centro di Bioetica dell’Università Cattolica di Roma qualche tempo fa ha riaffermato l’illiceità dell’interruzione della gravidanza, anche extrauterina. “Siamo decisamente contrari a qualsiasi forma di soppressione diretta di un embrione ancora vivo, anche se fosse finalizzato alla funzionalità delle tube della madre”. “Il medico deve limitarsi a sorvegliare sullo stato di salute della donna gravida e sul benessere fetale”. Deve intervenire solo nel caso in cui, a seguito dell’interruzione spontanea della gravidanza, la condizione di salute della donna lo renda necessario”.

 

 

7. rifiuto di ogni cooperazione

 

 

            L’inaccettabilità etica dell’aborto comporta il rifiuto di qualsiasi forma di cooperazione. Per questo la Chiesa chiede agli operatori sanitari - e a tutti quelli che in qualche modo devono autorizzare l’aborto, come ad es. il giudice tutelare - di sollevare obiezione di coscienza[35]. Si tratta di una “obbligazione morale grave” (n. 42). I Vescovi italiani precisano che è illecita non solo “l’azione abortiva diretta”, ma anche qualunque forma di

 

cooperazione prossima all’azione abortiva diretta, quale si verifica con le prestazioni richieste dall’equipe delle sale operatorie e con il rilascio di attestati che siano una vera e propria autorizzazione all’aborto per il loro contenuto e il loro valore legale” (La comunità cristiana e l’accoglienza della vita umana nascente, 42).

 

            La scomunica infatti colpisce non solo chi di fatto abortisce, ma anche tutti coloro che a vario titolo vi collaborano con la parola colpevole o con la complicità del silenzio: il partner della donna, gli eventuali parenti, il medico e gli operatori sanitari. In non pochi casi la donna che ricorre all’aborto è forse la meno colpevole! Ascoltiamo ancora la voce autorevole di Giovanni Paolo II:

 

“A decidere della morte del bambino non ancora nato, accanto alla madre, ci sono spesso altre persone. Anzitutto, può essere colpevole il padre del bambino, non solo quando espressamente spinge la donna all'aborto, ma anche quando indirettamente favorisce tale sua decisione perché la lascia sola di fronte ai problemi della gravidanza: in tal modo la famiglia viene mortalmente ferita e profanata nella sua natura di comunità di amore e nella sua vocazione ad essere «santuario della vita». Né vanno taciute le sollecitazioni che a volte provengono dal più ampio contesto familiare e dagli amici. Non di rado la donna è sottoposta a pressioni talmente forti da sentirsi psicologicamente costretta a cedere all'aborto: non v'è dubbio che in questo caso la responsabilità morale grava particolarmente su quelli che direttamente o indirettamente l'hanno forzata ad abortire. Responsabili sono pure i medici e il personale sanitario, quando mettono a servizio della morte la competenza acquisita per promuovere la vita. Ma la responsabilità coinvolge anche i legislatori, che hanno promosso e approvato leggi abortive e, nella misura in cui la cosa dipende da loro, gli amministratori delle strutture sanitarie utilizzate per praticare gli aborti. Una responsabilità generale non meno grave riguarda sia quanti hanno favorito il diffondersi di una mentalità di permissivismo sessuale e disistima della maternità, sia coloro che avrebbero dovuto assicurare - e non l'hanno fatto - valide politiche familiari e sociali a sostegno delle famiglie, specialmente di quelle numerose o con particolari difficoltà economiche ed educative” (EV 59).

 

Il contesto sociale, culturale e legislativo favorisce la mentalità abortiva e offusca a tal punto le coscienze da far passare l’aborto come un male inevitabile. Continua il Papa:

 

“Non si può infine sottovalutare la rete di complicità che si allarga fino a comprendere istituzioni internazionali, fondazioni e associazioni che si battono sistematicamente per la legalizzazione e la diffusione dell'aborto nel mondo. In tal senso l'aborto va oltre la responsabilità delle singole persone e il danno loro arrecato, assumendo una dimensione fortemente sociale: è una ferita gravissima inferta alla società e alla sua cultura da quanti dovrebbero esserne i costruttori e i difensori” (EV 59).

 

            Un evento molto recente ha riproposto in tutta la sua drammatica attualità il tema della cooperazione. In una lettera indirizzata ai vescovi della Germania (gennaio 98) Giovanni Paolo II rivolge un “invito insistente” perché non rilascino più certificati di avvenuta consulenza perché tale atto è riconosciuto come attestato per chiedere l’aborto. “La consulenza obbligatoria ha di fatto assunto una funzione chiave per l’esecuzione degli aborti depenalizzati. Perciò vorrei invitarvi con insistenza a fare sì che un certificato di tale natura non venga più rilasciato nei consultori ecclesiastici o dipendenti dalla Chiesa”. Gli operatori dei consultori si trovano “in una situazione di conflitto con la loro visione di fondo nella questione della difesa della vita e con lo scopo della consulenza; ciò avviene in quanto “contro la loro intenzione vengono coinvolti nell’attuazione di una legislazione che conduce all’uccisione di persone innocenti; e questo rappresenta per molti uno “scandalo”.

 

            Tra i vescovi e nella Chiesa vi era stato su questo punto un vivace dibattito perché molti sostenevano che rifiutare di dare il certificato significava di fatto impedire molti dal ricorrere al consultorio riducendo così la possibilità di convincere una persona a non abortire. Anche su questo interviene il Papa: “Voi attribuite molta importanza al fatto che i consultori cattolici rimangano presenti in modo pubblico nella consulenza delle donne incinte, al fine di poter salvare, con una consulenza finalizzata, molti bambini non nati dall’uccisione e per stare al fianco delle donne in situazioni di vita difficili con tutti i mezzi a disposizione. Voi sottolineate che la Chiesa in tale questione, per amore dei bambini non nati, deve servirsi, nel modo più ampio possibile, sia degli spazi d’azione aperti dallo Stato a favore della vita sia della consulenza, e non può caricarsi delle responsabilità di aver trascurato possibili prestazione di aiuto: vi sostengo in questa preoccupazione e spero molto che la consulenza ecclesiastica possa essere continuata con energia”. Per questo motivo allora occorre “fare in modo che, in ogni caso, la Chiesa rimanga presente in maniera efficace nella consulenza delle donne in cerca di aiuto” visto che “la legge per l’aiuto alla gravidanza e alla famiglia offre molte possibilità per restare presenti nella consulenza”. La presenza della Chiesa però “non deve ultimamente dipendere dal certificato. Non deve essere solo l’obbligo di una prescrizione legislativa a condurre le donne nei consultori ecclesiali, ma soprattutto la competenza professionale, l’attenzione umana e la disponibilità all’aiuto concreto che in essi si riscontrano”.

 

            Il tema della cooperazione è piuttosto complesso perché vi sono casi e situazioni molto diverse. Il personale sanitario e gli operatori consultoriali si trovano spesso in situazioni più complesse. È opportuno allora chiarire che la liceità della cooperazione è data da tre caratteristiche[36].

 

1.         Si tratta di una cooperazione materiale: la partecipazione alla procedura, che avrà come esito ultimo l’aborto, viene fatta senza alcuna approvazione, né interiore né esteriore.

 

2.         La cooperazione poi deve essere indiretta: l’intervento non deve essere direttamente finalizzato all’aborto. In pratica: far parte dell’équipe che esegue l’aborto è certamente illecito; ma fare la diagnosi prenatale, di per sè, non significa partecipare all’eventuale e successiva decisione abortiva.

 

3.         La cooperazione, infine, deve essere proporzionata: “il male che quello specifico atto di cooperazione comporta deve essere inferiore a quello che si avrebbe nel caso di una sua non esecuzione[37]. La partecipazione ad una struttura consultoriale, ad es., rende legalmente gli operatori responsabili dell’autorizzazione all’aborto. Eppure questa presenza può servire per incontrare la donna che vuole abortire, per contribuire ad umanizzare quella struttura, per diffondere comunque la cultura della vita.


 

 

 

conclusione

 

 

            L’aborto rimane comunque un dramma! Non siamo chiamati a giudicare ma a favorire una decisa svolta culturale che aiuti la donna a non abortire. Questa fattiva opera di prevenzione deve essere svolta sul piano culturale attraverso una corretta informazione; e sul piano della concreata solidarietà per contribuire a superare le difficoltà di ordine materiale e psicologico che la donna incontra.

 

Ai giovani di Denver (1993) il Papa ha chiesto un maggior impegno in favore della vita. L’uomo, chiamato ad essere ad immagine del suo Creatore il “buon pastore” dell’universo, di fatto si è trasformato in Caino per il suo prossimo. Giovanni Paolo II ha denunciato la “strage degli innocenti” compiuta in modo legale e scientifico, ma non per questo meno peccaminosa; e ha definito l’aborto un “omicidio vero e proprio di un autentico essere umano”[38]. Il Papa ha chiesto ai giovani di ribellarsi contro questa cultura di morte, di non soffocare la propria coscienza in cui c’è scritto a chiare lettere il comando: “non uccidere”, di impegnarsi concretamente perché la dignità dell’uomo sia da tutti riconosciuta, accolta e custodita. È Cristo il Maestro: se ascoltiamo le sue parole cammineremo nella verità! Le parole del Papa interpellano i giovani.

 

Giovanni Paolo II sa bene che l’enciclica si scontra con la cultura dominante. Il “drago rosso” che cerca “divorare il bambino nato” (Ap 12,4) è ancora all’opera e sotto mille forme offusca la verità e contrasta con la missione della Chiesa. Ma la certezza di stare dalla parte delle verità e la piena fiducia in Dio ci chiede di non chiuderci nella rassegnazione. Le battaglie che certamente si perdono sono quelle che non si combattono! Senza fare delle proprie convinzioni una cittadella fortificata, i cristiani sono chiamati ad essere “lievito” (Mt 13,33), a testimoniare con gioia il vangelo della vita e ad interpellare tutti gli uomini per costruire insieme con loro una nuova civiltà, segno della città futura.

 


 

 

Voglio ringraziarti, signore

di don Tonino Bello

 

Voglio ringraziarti, Signore

per il dono della vita.

Ho letto da qualche parte che gli uomini

sono angeli con un’ala soltanto:

possono volare solo restando abbracciati.

A volte, nei momenti di confidenza,

oso pensare, Signore,

che anche tu abbia un’ala soltanto.

L’altra la tieni nascosta:

forse per farmi capire

che tu non vuoi volare senza di me.

Per questo mi hai dato la vita:

perchè io fossi tuo compagno di volo.

 (...)

Ti chiedo perdono per ogni peccato contro la vita.

Anzitutto, per le vite uccise prima ancora che nascessero.

Sono ali spezzate.

Sono voli che avevi progettato di fare

e ti sono stati impediti.

Viaggi annullati per sempre.

Sono troncati sull’alba.

Ma ti chiedo perdono, Signore,

anche per tutte le ali che non ho aiutato a distendersi,

per i voli che non ho saputo incoraggiare.

Per l’indifferenza con cui ho lasciato razzolare nel cortile,

con l’ala penzolante, il fratello infelice

che avevi destinato a navigare nel cielo.

E tu l’hai atteso invano,

per crociere che non si faranno mai più.

 

Aiutami ora a planare, Signore, a dire, terra terra,

che l’aborto è un oltraggio grave alla tua fantasia.

È un crimine contro il tuo genio,

è un riaffondare l’aurora nelle viscere dell’oceano,

è l’antigenesi più delittuosa,

è la lacerazione più desolante”

 


Appendice

LA VITA NEL GREMBO MATERNO

Sintesi schematica dello sviluppo embrionale e fetale

 

Ora zero

14° g del ciclo mestruale: penetrazione dello spermatozoo nella cellula uovo

 

2°-3° gg

Una pallina di cellule simile a una piccola mora (morula) percorre la tube o salpinge.

 

6°-7° gg

L’aspetto del bambino sta cambiando: nella morula un gruppo di cellule ingrossate all’interno costruisce il corpicino, mentre quelle piccole periferiche costituiscono le membrane di protezione e di connessione all’utero. Tra le due parti si forma un vuoto: è l’inizio del sacco amniotico nel cui liquido il piccolo galleggerà fino alla nascita. La blastula si annida nella cavità uterina.

 

2a       settimana

Il bimbo cambia ancora: perde la forma sferica, le sue  cellule si assestano in tre strati, detti foglietti  embrionali (ectoderma, mesoderma, endoderma), da cui origineranno tutti gli organi ed apparati.

 

2a settimana e mezzo

Su tutta la lunghezza dorsale del disco embrionario, formato dai tre foglietti, si apre un solco nel cui interno si costituisce il filo del midollo spinale da cui deriverà tutto il sistema nervoso.

 

3a settimana e mezzo (26 gg)

Si comincia a chiudere l’apertura frontale del tubo neurale. Mancano gli occhi, il cuore batte già da qualche giorno.

 

4a       settimana

Lunghezza 5-6 mm: il solco neurale si è quasi chiuso. Si notano gli abbozzi degli arti superiori e la vescicola ombelicale.

 

5a       settimana

Lunghezza 7-10 mm: il bimbo ha un corpo formato da testa, tronco, coda e cuore. Si evidenziano anche gli abbozzi degli arti inferiori. Sotto gli occhi, che appaiono come piccoli cerchi neri, si cominciano a scorgere naso e guance. Comincia a formarsi l’orecchio.

 

Fine 5 settimana

Lunghezza 11-12 mm: la testa è più eretta. Esiste una vaga indicazione delle cinque dita. Si comincia a formare il cordone ombelicale. La testa e il corpo hanno la stessa misura, come pure il sacco del tuorlo o vescicola ombelicale, che resta il principale fornitore di globuli rossi non essendovi ancora il midollo spinale.

 

6a settimana

Lunghezza 12-15 mm: il cervello in parte è formato. Le mani presentano una prima indicazione delle dita, ma il piede ha ancora l’aspetto di una spatola (abbozzo). Tra le braccia, che sono ancora molto corte, si scorgono il cuore, il diaframma e il fegato, il quale comincia ora a produrre i globuli rossi sostituendo in questa funzione la vescicola ombelicale.

 

8a settimana

Lunghezza 4 cm: a quest’epoca si ha il passaggio dallo stato embrionale a quello fetale. D’ora in poi non si formeranno più organi primordiali: c’è già tutto quello che si troverà nell’essere umano perfettamente sviluppato. Ora ha inizio il periodo della crescita e il perfezionamento dei particolari.

 

9a settimana

Lunghezza 5 cm: le palpebre si sono formate. Il naso è corto e schiacciato, l’orecchio comincia a prendere forma. Si sta delineando il volto umano.

 

11a settimana

Lunghezza 6 cm. La vescicola ombelicale (tuorlo) ha esaurito il suo compito e presto scomparirà. I globuli rossi vengono ora prodotti dal fegato e dalla milza, a cui presto succederà il midollo spinale. I gangli linfatici e i timo cominciano a fabbricare le difese immunitarie e il cuore è ormai completo. Gli occhi sono chiusi (si schiuderanno nel corso del settimo mese), ma traspare il pigmento nero della retina al di là della delicata epidermide.

Il volto ha assunto un profilo infantile con fronte ampia ed arrotondato, un piccolo naso all’insù e il mento piuttosto marcato. Le labbra si aprono e si chiudono, la testa si solleva, la fronte si raggrinza; è già definita la collocazione delle unghie negli arti (mani e piedi sono già ben formati). I muscoli sono in pieno esercizio.

 

Terzo mese

L’utero riempie gran parte della cavità pelvica. Il feto galleggia nel liquido all’interno del sacco amniotico (la membrana fetale interna), che è rivestito poi esternamente dal corion (la membrana fetale esterna). Si è formata la placenta, che attraverso il cordone ombelicale il nutrimento al feto. Dal terzo mese comincia a differenziarsi l’apparto genitale.

 

Quarto mese

Il feto cresce da 6 a 10-12 cm. L’utero è extrapelvico. La testa ora è 1/3 della lunghezza del corpo e le gambe si distendono. Si notano chiaramente le coste e l’abbozzo di tutte le ossa dello scheletro.

 

Quinto mese e mezzo

Il feto è lungo 15 cm. Alla fine del mese misurerà 25 cm. Ormai lo spazio comincia a scarseggiare: tra la 16 e la 20 settimana la madre sente i primi calci.

 

Sesto mese

Con una lunghezza di 25 cm il bambino si muove molto e si rivolta su se stesso, galleggiando nel liquido amniotico che si rinnova con frequenza. Oltre alle urine del feto e agli altri prodotti di rifiuto, il liquido amniotico contiene anche sostanze indispensabili per il futuro funzionamento dei polmoni. Inoltre tale liquido serve ad attenuare i rimbalzi e ad attutire i possibili urti. Il fondo dell’utero raggiunge a quest’epoca l’altezza dell’ombelico.

 



[1]              Per una panoramica storica, cf NARDI E., procurato aborto nel mondo greco-romano, Milano 1971; SGRECCIA E., L’insegnamento dei Padri della Chiesa, in AA.VV., L’aborto. Riflessioni di studiosi cattolici, Milano 1975, 23-47.

[2]           Venerdì di repubblica, 28 novembre 1997.

[3]              Cf Avvenire, 9 Aprile 95, 21.

[4]              Cf CAMPANINI G., Rispetto della vita e cultura contemporanea, in La Famiglia, 26 (1992), 13-24; AA.VV., A servizio della vita, Ave, Roma 1990 (Atti del convegno ecclesiale sulla vita umana, 13-16 aprile 1989); SPAGNOLO A., Aborto e nuova sessualità, in Anime e Corpi, 43 (1987), 33-48;

[5]              L. Ciccone, cit., 158.

[6]              Ib., 159.

[7]              Pontificio Consiglio Per La Famiglia, Al servizio della vita, strumento di lavoro, in Il Regno, 37 (1992), 414-418.

[8]              Movimento per la Vita, Le cause culturali dell’aborto volontario. III Rapporto al Parlamento sulla prevenzione dell’aborto volontario, Firenze 1987.

[9]              C. Casini, Introduzione, cit., 12.

[10]             Ib., 15.

[11]             C. Casini, I CAV a 10 anni dalla 194: problemi, prospettive, domande, in Centri di Aiuto alla Vita. VIII-IX Convegno Nazionale, Padova 1990, 32-33.

[12]             Per approfondire questo argomento, cf Pigatto A., Psicologia e psicopatologia dell’aborto, in Aggiornamento Sociali, 31 (1980), 687-698; Gius E., L’interruzione volontaria di gravidanza. Problemi psicologici, in Aggiornamento Sociali, 40 (1989), 157-164.

[13]             Cf Gli atti del Convegno, cit., 107-111.

[14]             O. Fallaci, Lettera a un bambino mai nato, Milano 1966, 92.

[15]             Lettera di una donna contenuta nell’editoriale di Vittorio Feltri, L’Indipendente, 23 Marzo 1993.

[16]             Avvenire, 27 maggio 93

[17]             O.L. Scalfaro, Cara Mamma, Ed. Frate Indovino, Perugia 1989.

[18]             Mannion Michael, Guarire la vita. Per una rinascita spirituale della donna che ha abortito, Gribaudi, Torino 1994.

[19]             Cf la seconda parte dell’Evangelium vitae: “Sono venuto perché abbiano la vita” (nn. 29-52).

[20]             Pascal, Pensieri, n. 264.

[21]             Messaggio dei Vescovi. Giornata per la vita 1988.

[22]             Il Saggiatore /Flammarion Editori, 1997.

[23]             Giovanni Paolo II, Messaggio per la Giornata della Pace 1980 La verità forza della pace.

[24]             L. Ciccone, Non uccidere, Milano 1984, 146. Questa definizione è ripresa da Giovanni Paolo II nell’Evangelium Vitae (58) con leggere variazioni: il Papa usa il termine “esistenza” al posto di “vita” e sostituisce “fecondazione” con “concepimento”.

[25]             CEI, Comunità cristiana e accoglienza della vita umana nascente, 1978, n. 6.

[26]             L. Ciccone, Non uccidere, cit., 165.

[27]             Paolo VI, Allocuzione, 9.12.1972.

[28]             L. Ciccone, Non uccidere, cit., 169.

[29]             Movimento per la Vita, Le cause culturali,. cit., 45.

[30]             E. Sgreccia, Manuale di Bioetica, Milano 1988, 262.

[31]             E. Sgreccia, Manuale, cit., 264-265.

[32]             Ib., 266.

[33]             Giovanni Paolo II, Discorso, 11 maggio 1986, a Cervia benedicendo la prima pietra di una nuova casa di accoglienza.

[34]             S. Leone, Incontro alla vita, Palermo 1990, 17.

[35]             CEI, La comunità cristiana e l’accoglienza della vita umana nascente, 8 dicembre 1978, 40-49.

[36]             S. Leone, Incontro, cit., 27-29.

[37]             Ib., 28.

[38]             Giovanni Paolo II, Veglia di preghiera, 14 agosto 1993, parte seconda, n. 2.