IL DRAMMA DELL’ABORTO
Don Silvio Longobardi
L’aborto è diventato un evento
sociale molto diffuso eppure di scarsa risonanza, si fa di tutto per
occultarlo, per mascherare la sua reale consistenza. È necessario strappare il velo della menzogna e
dell’indifferenza. In questo capitolo vogliamo con chiarezza dire che
l’aborto è un dramma non solo per il bambino che viene soppresso, ma anche per
la madre. È un dramma che coinvolge
l’intera società, che mette in causa la cultura consumistica e lo stile di
vita complessivo. Se il diritto alla vita viene negato, se la stessa
legislazione consacra il principio che la vita umana è un bene relativo che può essere in qualsiasi momento soppresso per
salvaguardare gli interessi di un’altra persona, su quali fondamenti sarà
possibile costruire una società degna dell’uomo?
Le radici della pratica massiva
dell’aborto sono anzitutto di natura culturale. Una corretta valutazione etica
non può prescindere da queste motivazioni che amplificano notevolmente anche i
problemi più immediati e influiscono pesantemente sulla decisione di sopprimere
la vita. Questa considerazione non diminuisce la gravità oggettiva del gesto
abortivo; ma sollecita una più prudente valutazione della colpevolezza
soggettiva, specie della donna che vive in prima persona questo dramma. In
tante situazioni è proprio la donna, a cui pure spetta la decisione finale, la
meno colpevole!
E tuttavia
dinanzi al dramma dell’aborto occorre evitare
il facile moralismo, ogni superficiale condanna. L’aborto è un problema
complesso che ha molte facce. È necessario comprenderne le radici, quelle
remote di ordine culturale e quelle immediate di carattere socio-economico. In
questa cornice possiamo intravedere, fra luci e ombre, il dramma della donna
che molto spesso porta da sola questo peso. Non possiamo però evitare di dare
una chiara valutazione etica: la complessità non può diventare un alibi per
coprire un superficiale relativismo morale. L’approccio biblico precede e
sostiene quello etico: la luce della Scrittura rafforza una convinzione che
s’impone con evidenza anche alla ragione umana.
L’enciclica Evangelium vitae costituisce lo sfondo della nostra riflessione. In
essa Giovanni Paolo II ha riproposto sinteticamente le ragioni che spingono la
Chiesa a difendere la vita nascente. La rigorosa formulazione dottrinale
utilizzata dal Papa rappresenta un’implicita sollecitazione ad evitare ogni
ambiguità in un ambito in cui la sistematica menzogna ha finito per offuscare
la verità.
1. I dati del fenomeno
Il
fenomeno dell’aborto non è certamente nuovo, ma oggi esso presenta caratteristiche
particolari. In primo luogo la sua estensione sociale: quella dell’aborto è una
pratica di massa che trova una sempre
più larga accettazione e giustificazione morale[1].
Nel 1995 gli
aborti legali in Italia, cioè quelli praticati nelle strutture ospedaliere,
sono stati 124.500. Nel mondo ogni
anno avvengono almeno 45 milioni di aborti.
I rischi legati al parto e all’aborto nel mondo occidentale sono molto bassi,
ma i dati mondiali sono ancora preoccupanti: ogni anno sono più di cinquecentomila
le donne che muoiono a causa del parto e 70.000 quelle che perdono la vita in
relazione all’aborto[2].
Non dobbiamo dimenticare
però gli aborti clandestini (la cui
reale entità sfugge ad ogni indagine) e quei farmaci propagandati come semplici
contraccettivi ma che in realtà hanno un’azione abortiva. A questi dati bisogna
aggiungere quelli relativi alla vita
nascente abbandonata: sono tanti e sempre più numerosi i neonati che
vengono abbandonati (buttati in un cassonetto, chiusi nell’armadio o nel
frigo) e spesso senza alcuna concreta
possibilità di sopravvivenza. E gli embrioni
fabbricati su commissione e poi surgelati in attesa di trovare genitori
oppure utilizzati come materiale di sperimentazione? Gli attentati contro la
vita nascente sono sempre più numerosi e denotano l’affermarsi di una cultura
che dimentica il valore della vita.
Rimanendo ai dati
italiani possiamo constatare una costante
diminuzione del numero degli aborti legali:
agli inizi degli anni ‘80 erano più di 200mila, nel 1988 erano già scesi a
179.173, nel 1995 sono stati 124.500. le indagini
dell’Istat in genere considerano il tasso
di abortività (numero aborti in rapporto al numero delle donne in età
fertile) ma non il rapporto di abortività
(numero aborti in relazione al numero dei nati vivi). Quest’ultimo dato
invece è più significativo in quanto mostra la reale consistenza dell’aborto.
Rispetto al 1982 il tasso di abortività (numero
aborti per 1000 donne in età fertile) si è quasi dimezzato passando dal 16,7
all’8,7. Questi dati non devono però trarre in inganno: il rapporto di abortitività (numero aborti ogni 100 nati vivi) è
infatti passato da 27,67 (1992) a 28,04 (1993). Quest’ultimo dato ci mostra
quante gravidanze sono portate a termine e quale grado di accettazione vi è
nella nostra società del concepito, di fatto il rapporto tra aborti e nati vivi
è di 1 a 3.
Secondo un’indagine curata
dai ricercatori dell’Istat (1995) la
diminuzione degli aborti è stata maggiore nel Centro-Nord (- 46%) rispetto
al Sud (- 37%): questo fatto è spiegato in rapporto ad una maggiore presenza di
servizi consultoriali. Si vuole così avallare la tesi che l’aborto diminuisce
grazie ai consultori. Ma non si dice che esso è maggiormente presente proprio
dove più diffusa è la loro presenza. L’indagine mette anche in evidenza che la
maggior parte degli aborti (nel 94 sono il 62,7%, nell’81 erano il 73,5) è
compiuto da famiglie e da donne giovani
(25-30 anni) con almeno due figli. L’aborto appare come la via d’uscita
per quelle famiglie che rifiutano in modo assoluto il terzo figlio.
Le indagini poi non
distinguono tra contraccezione e contragestazione: in realtà la maggiore
diffusione di farmaci abortivi finisce per privatizzare l’aborto e falsare i dati
ufficiali. Il Quarto rapporto al
Parlamento del MPV (1993) afferma che il progressivo calo degli aborti non
è dovuto alla legge ma va attribuito alla maggiore diffusione della
contraccezione post-coitale, all’aumento della sterilità, al progressivo
innalzarsi dell’età matrimoniale e alla considerevole diminuzione della natalità.
Questi dati, che a noi sembrano già
allarmanti, sono ben poca cosa dinanzi a quelli che provengono dall’Est europeo
dominati per decenni da una cultura che ha sempre calpestato la dignità della
vita: questi Paesi detengono il primato del numero più elevato di aborti per
abitante: la Romania ha il primato mondiale (26 aborti ogni mille abitanti, 197
ogni cento nascite; due terzi delle donne hanno abortito almeno una volta),
Estonia (17), Lettonia (12), Lituania (11,3). Per avere un raffronto, basti
pensare che in Francia il tasso è dell’1,1 per mille.
Al convegno “Conoscere, amare e
servire la vita”, organizzato dal Pontificio Consiglio per gli operatori
sanitari (25-27 novembre 1994), la dott.sa Galina Serjakova, fondatrice del CAV
(Centro di Aiuto alla Vita) di Mosca, afferma che in Russia è sorta una società
commerciale che si è specializzata nel trapianto di organi di bambini uccisi
con aborti tardivi. Questo è possibile perchè la legge in Russia permette
l’aborto fino al settimo-ottavo mese di gravidanza. Attualmente gli aborti
“tardivi” in Russia sono circa duemila ogni anno. Una delle attività principali
di questa società consiste nell’asportare ovociti da neonate abortite per poi impiantarli
su donne sterili che potranno dunque concepire
grazie agli ovuli di una bambina mai venuta al mondo. Tutto questo è possibile,
spiega la dott.sa, perchè la cultura comunista ha distrutto il concetto di
famiglia e di maternità. Qui l’aborto è stato introdotto fin dal 1920. Nei
testi di biologia si insegna che lo stadio iniziale della vita umana non è
dissimile da quello di un rettile. Per molti l’aborto appare come una cosa
naturale, l’embrione appare come un’appendice che può essere tolta senza problemi
morali.
Ma anche in Occidente abbiamo
situazioni di cui dobbiamo vergognarci. Negli Stati Uniti viene praticato un
particolare tipo di aborto, detto a “nascita
parziale”: si pratica dopo le prime 20 settimane di gravidanza. Il feto
viene parzialmente estratto, cominciando con un piede; i dottori quindi
inseriscono un tubo nella testa per rimuovere il cervello, e schiacciando il
cranio in modo da permettere l’uscita completa del feto dal corpo della madre.
Questa tecnica, più vicina all’infanticidio che all’aborto, riguarda solo
l’1,5% degli aborti che vengono praticati, tra 500 e 1000 aborti ogni anno. Si
tratta di una brutale aggressione contro la vita umana innocente, un gesto che
non può avere alcuna giustificazione morale. Non stupisce perciò la decisa
opposizione della Camera dei Rappresentanti che a larga maggioranza in due
successive occasioni ha approvato una legge che proibisce questa tecnica
abortiva. In entrambi i casi il Presidente Clinton si è opposto ponendo il
veto. Il braccio di ferro tra i deputati del Congresso e il Presidente continua
da due anni.
2.
Le cause dell’aborto
Un
fenomeno così massivo fa nascere una domanda: quali sono i fattori che hanno
contribuito al cambiamento, che hanno fatto passare l’aborto dai campo dei delitti a quello dei diritti? Va detto anzitutto che non esiste una seria indagine sul fenomeno,
né una ricerca, anche solo statistica, dei motivi che spingono le donne ad
abortire. L’aborto rimane una realtà sommersa di cui si conoscono solo alcuni
aspetti. La Legge 194 chiede ai Ministri della Sanità e della Giustizia di
presentare ogni anno in Parlamento, entro il mese di febbraio, una relazione
“sull’attuazione della legge e sui suoi effetti anche in relazione al problema della prevenzione” (art. 16). Questa
richiesta si inserisce nella logica della prevenzione: se l’aborto è un dramma
che si vuole comunque prevenire è necessario conoscerne le dimensioni reali e
le cause. Eppure in una recente indagine pubblicata dall’Istat questo aspetto è
stato volutamente accantonato con la motivazione che non è lecito entrare nella
sfera privata. Ma se non conosciamo le
cause reali che inducono la donna ad abortire come possiamo prevenire l’aborto?
Di fatto fino alla metà degli anni ‘80 le relazioni ministeriali sono state
piuttosto lacunose e poco documentate. Una fattiva presenza del Movimento per
la Vita Italiano - che fino ad ora ha pubblicato quattro Rapporti su questa
tematica - ha contribuito a rompere la cortina di silenzio e di vera e propria
congiura che si era creata sul problema dell’aborto dopo l’approvazione della
legge.
Sull’intera problematica grava il peso di una costante opera di disinformazione. Negli
anni ’70 la lunga campagna abortista nel nostro Paese fu presentata come un
aiuto alle famiglie povere e numerose che non potevano permettersi il lusso di
abortire in ambulatori e cliniche private. Si diceva che era in gioco la vita
di migliaia di donne che ogni anno morivano a causa dell’aborto clandestino. Si
sosteneva che la legalizzazione dell’aborto era necessaria per non far nascere
migliaia di “mostri” e per evitare di dare alla luce bambini nati da una
violenza carnale. Ancora oggi, una posizione ideologicamente estremista, tende
ad attribuire alla Chiesa il maggior numero degli aborti come una conseguenza
della condanna contraccettiva.
Nel gennaio 1991 l’allora
ministro della Sanità, on. De Lorenzo, ha presentato in Parlamento una
relazione sull’IVG in cui afferma che “il ricorso all’aborto, come risulta da
indagini speciali, per il 70% deriva dal fallimento o da un uso scorretto dei
metodi per il controllo della fertilità”. Una successiva indagine dell’Istat ha
mostrato che “quasi sempre l’aborto è l’esito di un fallimento della
contraccezione”. Questo dato conferma la tesi che l’uso della contraccezione
favorisce il ricorso all’aborto. I curatori della ricerca invece manifestano la
convinzione che questo fatto sia un ulteriore sollecitazione a promuovere una
più estesa campagna d’informazione contraccettiva.
È falsa
dunque l’equazione “più contraccezione uguale meno aborti”: l’Italia ha tassi
di abortività minori rispetto a Francia, Norvegia, Inghilterra, Svezia e Usa,
dove la diffusione della contraccezione è certamente maggiore. E infine non è
vero che una maggiore presenza dei consultori diminuisce gli aborti: in Italia
le regioni dove maggiore è il tasso di abortività sono anche quelle dove più
diffusi sono i consultori. Non va dimenticato che l’uso della pillola in Italia
è aumentato del 73,5% negli ultimi 5 anni.
La relazione del ministro,
una delle poche di cui disponiamo, riconosce indirettamente che l’aborto viene
usato, contro le intenzioni espresse nella legge, come mezzo di regolazione
delle nascite. Lo dimostra anche l’alta percentuale di donne recidive: il 30%
ca delle donne che fanno l’aborto sono recidive, cioè al secondo aborto. Il
9,7% ha abortito 2 o più volte (erano il 9,5 nel 1988 e l’8,2 nel 1986). Un
altro dato significativo: solo il 22,5% delle donne che abortiscono ricorre al
consultorio pubblico.
2.1
Le cause culturali
Quando
parliamo delle cause possiamo far riferimento alle cause di tipo materiale,
economico e sociale, e anche a quelle di tipo politico-legislativo. Ma soprattutto
dobbiamo riconoscere il ruolo decisivo
della cultura:
|
“Si deve
riconoscere che la causa generale più determinante si ritrova nella disistima e nel rifiuto dell’assoluta
intangibilità della vita umana non ancora nata. Ciò è frutto di una cultura che ritiene l’uomo
un valore assoluto, svincolato da ogni legame con Dio e con una norma
morale universale e immutabile, impegnato solo a perseguire il proprio
benessere materialisticamente inteso, anche con la strumentalizzazione degli
altri, sino a misconoscere i diritti più sacri e inviolabili” (Conferenza
Episcopale Italiana, Nota pastorale La
comunità cristiana e l’accoglienza della vita nascente, dicembre 1978, n.
21). |
Un
recente sondaggio[3] rivela che
solo il 19% dei milanesi esclude il divorzio e solo il 20% ritiene che l’aborto
sia sempre sbagliato. Tra insegnamenti più superati troviamo proprio il
divorzio (33%) e aborto (34%). Disaggregando i dati ci accorgiamo che i maschi
contrari all’insegnamento sono più numerosi delle donne (51 a 26). La negatività
del giudizio diminuisce con il crescere dell’età: tra i 46-60 solo il 17% pensa
che sia sbagliato l’insegnamento della Chiesa; e tra quelli che hanno più di 60
solo il 7%. È un dato significativo che mostra, se ancora ce n’era bisogno, in
quale misura il processo di secolarizzazione influisce sulla vita ecclesiale.
Questo dato rientra nella più ampia soggettivizzazione della fede che fa della
coscienza l’unico criterio di verifica. Tener conto che il 33% degli
intervistati afferma di partecipare ogni domenica alla Messa; e il 14% in maniera
saltuaria.
La
cultura odierna porta con sè dei fattori che non favoriscono certo
l’accoglienza della vita umana[4].
Anzitutto il secolarismo: se viene
meno il senso di Dio è più difficile comprendere il significato della vita (Familiaris consortio, 30); l’oscuramento
della coscienza morale, uno stile di vita caratterizzato dalla ricerca sfrenata
del piacere, la mancanza del senso del dovere e della solidarietà, il rifiuto
di ogni sacrificio, una concezione egoistica della propria libertà, le pratiche
della fecondazione artificiale, una concezione spersonalizzante della
corporeità e della sessualità, la pornografia. Questi parametri culturali si
trovano tante volte alla radice della decisione di abortire. Da essi infatti
deriva una concezione e una prassi della
sessualità che privilegia l’aspetto edonistico; una concezione della relazione coniugale fondata sulla libera
convivenza e quindi incapace di gestire responsabilmente i momenti più
difficili. Questi aspetti influiscono - e spesso in maniera determinante -
sull’atteggiamento complessivo nei confronti della vita umana e di quella
nascente in particolare.
Uno dei
fattori culturali che maggiormente influisce è l’atteggiamento complessivo nei
confronti della fecondità. Insieme a valori positivi, secondo L. Ciccone emergono
anche aspetti negativi o almeno problematici: “Ogni figlio con tutti i suoi
problemi grava esclusivamente sui due genitori, senza più l’apporto prezioso di
una parentela numerosa e disponibile; l’educazione si è fatta lunga e
dispendiosa, non solo, ma anche gratuita, nel senso che è destinata a non
ricevere dal figlio nessun vantaggio economico. Si aggiunga a questo che, a
differenza di prima, ogni figlio concepito ha probabilità altissime di nascere
e crescere, senza la falcidia di un’alta mortalità infantile”[5].
Si tratta di problemi nuovi che spingono verso una drastica limitazione del
numero dei figli: il modello di famiglia oggi prevalente è quello della coppia
con 1 o 2 figli soltanto. La pratica della contraccezione ha contribuito a
creare quella che Giovanni Paolo II definisce una “mentalità
contro la vita” (FC 30). In tale situazione si passa facilmente “da una fecondità
accolta ed esaltata a una fecondità contestata e mal sopportata e, infine,
rifiutata”[6].
Tutti questi fenomeni sono spesso alla radice della
mentalità contraccettiva e della pratica abortiva. Un documento del Pontificio
Consiglio per la Famiglia di alcuni anni fa ha ricordato con forza stretto
legame tra aborto e contraccezione: “La mentalità contraccettiva è causa del
disimpegno della volontà dalla tensione verso il bene e quindi verso il vero
amore”. Questa mentalità infatti finisce per banalizzare la sessualità e per
considerare anche il frutto del concepimento come un "peso" e non
come una persona. Questa mentalità apre la strada all'aborto. “Non è certamente
casuale che le forze che promuovono l'aborto siano le stesse che diffondono la
contraccezione”[7].
In questo contesto culturale, alimentato da potentati
economici e istituzionali, occorre sviluppare un’ampia strategia educativa. Il
documento vaticano invita a ricordare che l'uomo non è solo una realtà
biologica; per questo non basta cercare una migliore "qualità della
vita": "Il criterio centrale del valore della vita è di ordine
spirituale, morale, religioso: cioè la dignità stessa della persona".
Nonostante tutte le difficoltà e le sofferenze non bisogna dimenticare che la
vita è un mistero e che appartiene solo a Dio. Bisogna riscoprire "il
senso profondo e il valore di ogni essere umano ed educare al rispetto del suo
diritto alla vita"; ma nello stesso tempo occorre impegnarsi per
diffondere una "sana concezione della sessualità" nel cui contesto
inserire l'insegnamento dei metodi naturali. Questa opera va fatta nella
famiglia, nella scuola e nell'ambito della comunità ecclesiale.
Per un’analisi più dettagliata sul
rapporto tra abortività e cultura ci riferiamo a uno studio del Movimento per
la Vita Italiano, presentato al Parlamento Italiano nel 1987[8].
In un’ampia Introduzione C. Casini
presenta i principali risultati scaturiti da questa indagine.
1. La percezione del significato dell’essere
umano nella vita intrauterina svolge un ruolo importante e insostituibile nella
prevenzione dell’aborto volontario.
Il 60% degli italiani ritiene che il
prodotto del concepimento sia un essere umano fin dall’inizio. Per il 25,3%
l’identità umana comincia quando si formano gli organi più importanti; solo il
7% pensa che il criterio decisivo sia quello della sopravvivenza dopo la
nascita. La convinzione che la vita cominci fin dal primo istante influisce sul
consiglio che la persona è chiamata a dare in caso di aborto: maggiore è la
convinzione della dignità umana, maggiore è anche il rifiuto dell’aborto.
Questo dato tuttavia non è sufficiente: tra quelli che sono convinti che la
vita cominci dal concepimento vi è un 26,8% che consiglia l’aborto, e un 36,4%
che lascia alla donna ogni scelta. Commenta Casini:
“La semplice consapevolezza intellettuale non basta. La conoscenza è fatta
anche di sentimenti e sensi. Cosi’ un uomo che non si sente e non si vede, conosciuto
solo a livello intellettuale, finisce per essere sentito meno uomo”[9].
In ogni caso appare chiaro che
l’educazione al riconoscimento della identità e dignità umana di ogni concepito
e alla sua accoglienza è un mezzo insostituibile per la prevenzione. Questo dato
è stato fatto proprio dalla legislazione francese che nel 1980, riformando la
legge abortista del ‘75, ha significativamente aggiunto all’art. 1, che già
riconosceva “il rispetto di ogni essere umano dall’inizio della sua vita”:
“l’insegnamento di questo principio, l’informazione sui problemi della vita,
l’educazione e la responsabilità, l’accoglienza del fanciullo nella società e
la politica familiare rappresentano obblighi nazionali. Lo Stato con il
concorso delle collettività nazionali adempie a questi obblighi e sostiene le
iniziative che vi contribuiscono”.
2. La spinta verso l’IVG viene più
frequentemente dalla componente
maschile che da quella femminile.
Questo dato, evidente in ogni tipo di
risposta, ribalta la convinzione, diffusa soprattutto nel mondo femminista, che
la 194 sia una legge delle donne.
3. Nelle
aree di maggiore benessere si abortisce maggiormente.
Anche questo dato smentisce la facile
convinzione che siano i poveri a
ricorrere all’aborto, quelle famiglie numerose e quei casi pietosi su cui è
stata condotta la campagna abortista. La cultura consumistica è il terreno più
fertile per il diffondersi dell’aborto. Da questa indagine emerge che il clima
culturale - alimentato dalle forze politiche e sociali e dai mass-media - influisce
pesantemente sulla scelta dell’aborto. La prevenzione dell’aborto suppone un
diffuso mutamento culturale fondato sulla “affermazione netta, chiara, univoca,
comprensibile, che la vita umana è sempre un valore e che tale valore va
ritenuto presente con tutto il peso della sua dignità anche quando tale vita è appena iniziata e non ancora visibile”[10].
2.2 Le cause materiali
Alle cause culturali si aggiungono altre esigenze più
immediate, di ordine materiale. Molto spesso si ricorre all’aborto sotto la
spinta di una cultura che enfatizza le risorse materiali. Ma in tanti casi per
una famiglia che dispone di un solo reddito appare accogliere un’altra vita. A parità di reddito una famiglia con due
figli ha un tenore di vita dimezzato rispetto a chi non ne ha. A questi lo
Stato deve rispondere. Fino ad ora lo Stato ha penalizzato la famiglia in
quanto tale, cercando di rispondere ai diritti individuali, facendo pesare
sulla famiglia la scelta della procreazione. Manca nel nostro Paese una vera
politica familiare come dimostrano esiguità degli assegni familiari, la penalizzazione
fiscale delle famiglie numerose e l’assenza di interventi in favore della casa.
Nel 1991 l’INPS ha raccolto per gli assegni familiari 14.592 miliardi ma ne ha
erogati solo 2mila. Per un rapido confronto è sufficiente ricordare che la
Francia nello stesso anno ha speso 30mila miliardi per gli assegni familiari.
Incentivi per il secondo e il terzo figlio sono certamente utili. Ma anche
garantire la possibilità di coniugare lavoro e maternità con contratti
part-time. Da una indagine, approssimativa e lacunosa, di quanti si sono
rivolti ai CAV nel 1987 si ricava che la difficoltà della gravidanza viene
sostenuta da una serie di motivazioni: carenze economiche, mancanza o
insufficienza di alloggio, sovraccarico psico-fisico educativo della madre,
rifiuto del partner, mancanza di un lavoro stabile[11].
Negli ultimi anni vi sono significative inversioni di tendenza: la Valle
d’Aosta nel 1998 ha approvato una legge a sostegno della famiglia che prevede
la concessione di un assegno post-natale per i primi tre anni di vita. I
parametri sono rapportati al reddito familiare, il contributo massimo è di L.
1.500.000 all’anno per il primo figlio, due milioni per il secondo e 2.500.000
per il terzo. Per ogni figlio nato dopo il terzo è previsto un ulteriore
aumento di 500.000 all’anno pro-capite. È il primo intervento del genere
approvato da una regione.
3. Un dramma per la donna
L’aborto
è sempre un dramma, per la donna e il bambino. Tra le vittime dell’aborto,
infatti, non ci sono solo i piccoli esseri umani ai quali è preclusa la vita,
ma anche le donne. Danni minori sul piano fisico, ma spesso profondi su quello
psicologico. La pratica psicoterapeutica fa incontrare con sempre maggiore
frequenza situazioni di depressione
e, in genere, di nevrosi con sintomatologie anche gravi, alla cui origine
stanno esperienze traumatiche di aborti consigliati dai medici per motivi
terapeutici. Su questo aspetto, come su tanti altri relativi all’aborto, non vi
sono indagini, quelle poche vengono giudicate inaffidabili e condannate senza appello.
Ma un numero sempre maggiori di studi e di convegni fa emergere le conseguenze
psicologiche che l’aborto determina nella donna.
Bisogna
avere il coraggio di sollevare il velo e di dire la verità. Non è facile dimenticare
l’aborto, ci sono donne che portano per anni questo peso. Spesso sopraggiunge
uno stato depressivo, la bulimia, l’insonnia, difficoltà nelle relazioni e
conflitti coniugali, a volte problemi anche con gli altri figli. Molti
ricorrono all’aborto per liberarsi di un peso, si sentono oppresse da una
situazione familiare insostenibile, non hanno la forza di affrontare una nuova
gravidanza. Ma dopo l’aborto, spesso anche dopo alcuni anni, la donna sente nascere
una profonda inquietudine, un’angoscia che corrode il proprio io, una vera e
propria depressione. L’aborto diventa così un peso che frena, che schiaccia e
atrofizza ogni energia. Molte donne, senza una cura adeguata, non riescono più
a superare questo stato psicologico depressivo[12].
Ad
un Convegno dei Centri di Aiuto alla Vita svolto nel 1989 Olivia GANS,
Presidente dell’Associazione Vittime
Americane dell’aborto, ha raccontato la drammatica esperienza che ella
stessa ha vissuto. Dopo l’aborto in moltissime donne inizia la fase del silenzio, cercando di vivere
come se nulla fosse accaduto; e poi la fase
del rimorso, in cui emerge con chiarezza la futilità delle motivazioni.
Nasce cosi’ quella che oggi viene definita dagli specialisti la Sindrome post-aborto. È un problema
molto diffuso che spesso si manifesta anche dopo 10-15 anni[13].
Nessuno
più di Oriana Fallaci ha saputo
esprimere l’angoscia di una madre per il gesto, pur meditato, dell’aborto:
|
“Ti ho teso
le braccia. Ti ho supplicato di portarmi via con te, subito. E tu mi sei
venuto accanto, mi hai detto: Ma io ti
perdono, mamma. Non piangere. Nascerò un’altra volta. Splendide parole,
bambino, ma parole e basta. Tutti gli spermi e tutti gli ovuli della terra
uniti in tutte le possibili combinazioni non potrebbero mai creare di nuovo
te, ciò che eri e che avresti potuto essere. Tu non rinascerai mai più. Non
tornerai mai più. E continuo a parlarti per pura disperazione”[14]. |
Le
suggestive parole della scrittrice trovano purtroppo un’amara risonanza in
tante esperienze. La maggiore parte di esse rimane nascosta nel cuore della
donna che per tutta la vita porta il peso di un gesto che non avrebbe voluto
compiere. Vorrei lasciare la parola alla testimonianza di una donna che ha
abortito, ha “dovuto abortire”:
|
“Sono una
donna che ha abortito, che ha “dovuto”
abortire. E sono un medico che, per motivi di “ricerca scientifica”, ha
dovuto assistere ad aborti. So cosa vuol dire il termine aborto a 360 gradi.
Ancora adesso dopo tanti e tanti anni, ho l’incubo del bambino che ho
eliminato. Non potevo fare altro, non mi sento in colpa nei suoi confronti.
Non potevo dargli il mondo di felicità che sto dando, adesso, al mio bambino
che è nato. Ho dovuto fare questa cosa schifosa. Credimi direttore, ho ancora
la memoria viva - come un coltello sempre presente in una ferita - della mia
persona che urla su un lettino bianco davanti ad un medico che ti sembra un
boia, che urla, dicendo “no, non
voglio!!!”. Credimi che ancora adesso quando penso a quel bidoncino della
spazzatura dove è finito dentro la mia creatura - la mia creatura - sto male,
male da morire. Me la sono inflitta da sola una “pena di morte”. Mi sono tolta il diritto di avere altri figli per
quasi venti anni. Se vuoi ti racconto tutti gli incubi
che ho avuto, in questi venti anni. Ma non potevo fare altro. E sono contento
per quel povero angioletto, che sarebbe stato un bambino estremamente
infelice. E rimango contraria all’aborto, pur lasciando all’anima di ogni
donna la possibilità di decidere. E poi te ne racconto un’altra,
direttore (...) Ti racconto di quando, come medico, ho dovuto assistere a
troppi aborti per portare a termine una ricerca che stavo facendo. L’aborto
dopo il terzo mese è orribile, dopo il quarto un atto da togliere il fiato. È
vero i “feti” (bimbi?) vengono
tirati fuori a pezzi, dopo il quarto mese. Stavo male in quella saletta dove
c’ero io, dermatologa, che aveva bisogno di cute fetale, dove c’erano gli
oncologi che avevano bisogno di altro, e i neurologi che avevano bisogno di
altro ancora. A ripensarci sembravamo tante iene sulla preda. Pezzettini di
bimbi e quello che non serve nella spazzatura ...”[15]
. |
Ci sarebbero tante altre cose da
dire. Non vorrei dire parole facili di chi non ha niente da perdere. Lascio la
parola a quanti hanno vissuto l’esperienza. Una lettera su Avvenire:
|
“È tempo
che mi confessi pubblicamente: io sono
una madre che non ha accettato la vita nuova che aveva in sè e ha deciso
di abortire. Non è stato per egoismo: già avevo voluto, e amo tanto con mio
marito, due bambini. Un nuovo parto avrebbe compromesso la mia salute e
quella del bambino. Ho preso la dolorosa decisione con il medico, uomo
onesto, e con mio marito. Le confesso, caro Gigi, che spesso sento rimorso per questa scelta, e ancora più l’ho sentito
l’altro giorno. Ho mancato di generosità, forse avrei dovuto avere più
fiducia nella Provvidenza. Invece no. E ora
spesso di notte mi sento presa dagli incubi, mi sembra che una vocina, quella
di mio figlio non voluto e che non ha mai parlato mi rimproveri. E mi
sembra che mi rimproverino anche i miei due bambini che non sanno quello che
ha fatto la mamma?”[16].
|
Queste
parole sono eloquenti. Nessuno però si permetta di giudicare. Uno solo è il
giudice! E per nostra fortuna è Misericordioso! Queste parole di O.L. Scalfaro
mi hanno colpito e mi trovano pienamente consenziente:
|
“Caro
Padre, mi chiede un pensiero per le mamme. Chi sa quanti le scriveranno elogi
di mamme buone e sante. Io penso a quelle mamme che non hanno voluto essere
mamme. Vorrei aver voce per dire a costoro anziché le parole della condanna
facile, le parole dell’amore. Forse per paura, forse per desolazione, forse
per disperazione sono giunte a spegnere la vita. A voi che nel mondo, note e
ignote, siete giunte a questo passo, un pover’uomo come me chiede perdono. Vi
chiedo perdono per la vostra disperazione, per la desolazione, per la
solitudine, per il rimorso. E vorrei che ascoltaste: quel cuore di bimbo che
si è fermato, palpita ora per voi: quella voce di bimbo che non ha parlato,
prega per voi: quella vita vi attende in Dio. Non disperate mai!”[17]. |
La donna è,
insieme al concepito, vittima dell’aborto, di una cultura e di una società che
scarica su di essa le proprie contraddizioni. Troppo spesso, scrive Giovanni Paolo II nell’Esortazione Apostolica Mulieris dignitatem, la donna “paga
essa sola, e paga da sola”:
|
“Quante
volte essa rimane abbandonata con la sua maternità, quando l’uomo, padre del
bambino, non vuole accettarne la responsabilità? E accanto alle numerose
madri nubili delle nostre società, bisogna prendere in considerazione anche
tutte quelle che molto spesso, subendo varie pressioni, pure da parte
dell’uomo colpevole, si liberano del
bambino prima della nascita. Si liberano: ma a quale prezzo? L’odierna
opinione pubblica tenta in diversi modi di annullare il male di questo peccato; normalmente, però, la coscienza della donna non riesce a
dimenticare di aver tolto la vita al proprio figlio, perchè essa non
riesce a cancellare la disponibilità ad accogliere la vita, iscritta nel suo
ethos dal principio” (MD 14). |
|
“Quando una
donna inizia a soffrire per la perdita del bambino, progressivamente si avvicina
alla realtà di ciò che ha fatto e alle conseguenze della sua azione. Anche il
momento più buio e più difficile può essere rischiarato. Ha perso il suo
bambino. Per giustificare l’aborto potrebbe avere depersonificato il bimbo. Così non può guarire. Ha bisogno di
vedere il bimbo come una persona, con un volto, un nome. Deve immaginarselo,
descriverlo e anche pregare per lui. E cosa ancora più importante, deve
chiedere il perdono del bambino per aver abortito”. |
4. approccio biblico
Il
Vangelo della vita che la Chiesa annuncia è radicato nella Scrittura, è parte integrante
dell’intera rivelazione, è la persona stessa di Gesù, “via, verità e vita” (Gv
14,6). Nelle pagine bibliche non si parla mai dell’aborto volontario e di
conseguenza non vi troviamo alcuna
condanna diretta e specifica dell’azione abortiva perché “anche la sola
possibilità di offendere, aggredire o addirittura negare la vita in queste
condizioni esula dall’orizzonte religioso e culturale del popolo di Dio” (EV
44). Nell’antico oriente la sterilità è ritenuta una maledizione e la fecondità
una benedizione, ma in Israele gioca un ruolo anche la promessa fatta ad Abramo
di diventare un popolo numeroso come la sabbia del mare (Gen 12,2; 15,6;
22,17). Tutta la Scrittura è un inno alla vita, man mano che Dio svela il suo
volto si rivela anche la dignità dell’uomo. Di questa splendida sinfonia
possiamo solo cercare di indicare le coordinate bibliche essenziali[19].
4.1 Dio
Padre, custode della vita
La vita non è frutto del caso, ma è un dono che abbiamo ricevuto da un Altro. Nella fede sappiamo che Dio
è “la sorgente della vita” (Sal
36,10), che tutto è dono del suo amore. Ogni essere umano riceve fin
dall’inizio - cioè dal primo istante del concepimento - il soffio di Dio (Gen 2,7) che fa di lui un essere vivente, destinato alla vita
immortale. La Chiesa sa di trovare nella Rivelazione la “risposta che descrive
la vera condizione dell’uomo” (GS 12), una risposta che spiega le sue miserie e
insieme mostra la sua infinita dignità. La riflessione razionale ci aiuta a
scoprire che nell’uomo vi è un nucleo irriducibile alla materia e alla cultura.
L’uomo non è solo un animale; e neppure basta riconoscere che è un “animale
razionale”: l’uomo è più dell’uomo.
In Lui vi è un mistero che solo la Scrittura ci svela pienamente.
La Scrittura infatti
insegna che l’uomo è stato creato a
immagine di Dio (Gen 1,26). Il racconto delle origini pone “l’uomo al
vertice dell’attività creatrice di Dio, come suo coronamento, al termine di un
processo che dall’indistinto caos porta alla creatura più perfetta” (EV 34). La
vita che l’uomo riceve da Dio porta in sé l’infinito mistero di Dio, il
Creatore riversa nella creatura qualcosa di sé. Per questo la vita dell’uomo, di ogni uomo, è essenzialmente diversa da quella delle altre specie animali, per
questo la sua esistenza non si gioca solo nell’arco delle coordinate temporali
ma è intrinsecamente orientata verso una pienezza che supera i limiti dello
spazio e del tempo: “Dio ha creato l’uomo per l’incorruttibilità, lo fece ad
immagine della propria natura” (Sap 2,23). La vita dell’uomo ha un valore infinito,
è un bene che sfugge ad ogni misura umana. La fede suscita nel credente un
sincero stupore: nonostante la sua fragilità l’uomo è chiamato ad essere un
segno visibile ed efficace della presenza di Dio nella storia.
Il tema dell’immagine costituisce il fondamento
ultimo della dignità dell’uomo e della sua specifica originalità. Nasce di qui
il riconoscimento della sua intangibilità e della reciproca oblatività. Il tema
dell’immagine evidenzia l’unicità e
l’irripetibilità di ogni essere umano. Ciascuna persona è chiamata da Dio, è voluta per se stessa (GS 24). La sua
dignità non dipende da altre condizioni esistenziali, di carattere fisico,
sociale, razziale, ma deriva unicamente dal suo essere creato ad immagine di
Dio. Un testo di Pascal illumina questo pensiero:
“L’uomo
non è che una canna, la più fragile di tutta la natura; ma è una canna
pensante. Non occorre che l’universo intero si armi per annientarlo: un vapore,
una goccia d’acqua è sufficiente per ucciderlo. Ma quando l’universo lo
schiacciasse, l’uomo sarebbe pur sempre più nobile di ciò che lo uccide, dal
momento che egli sa di morire, e sa il vantaggio che l’universo ha su di lui;
l’universo invece non sa nulla”[20].
Proprio
perchè è dono, la vita racchiude dell’uomo perciò una speciale vocazione,
“l’esistenza di ogni individuo, fin dalle sue origini è nel disegno di Dio” (EV
44):
|
·
“Prima di formarti
nel grembo materno, ti conoscevo, prima che tu uscissi alla luce, ti
avevo consacrato; ti ho stabilito profeta delle nazioni” (Ger 1, 4-5). ·
“Il Signore dal seno
materno mi ha chiamato, fin dal grembo di mia madre ha pronunziato il mio
nome” (Is 49,1). |
Questi
testi manifestano con chiarezza che Dio avvolge fin dall’inizio ogni creatura
umana nel suo amore provvidente. Dio ci conosce fino in fondo. A questo proposito
leggere lo splendido Sal 138:
“Signore tu mi
scruti e mi conosci, / tu sai quando seggo e quando mi alzo.
Penetri da
lontano i miei pensieri, / mi scruti quando cammino e quando riposo.
(...) Sei tu che
hai creato le mie viscere / e mi hai tessuto nel seno di mia madre.
Ti lodo perchè mi
hai fatto come un prodigio;
sono stupende le
tue opere, / tu mi conosci fino in fondo.
Non ti erano
nascoste le mie ossa / quando venivo formato nel segreto,
intessuto nelle
profondità della terra.
Ancora informe mi
hanno visto i tuoi occhi / e tutto era scritto nel tuo libro;
i miei giorni
erano fissati / quando ancora non ne esisteva uno” (Sal 138,2-3.13-16).
L’uomo
appartiene a Dio: è questo il fondamento ultimo della sua inviolabilità. Dio
stesso si prende cura dell’uomo, è il vero “custode
dell’uomo” (Gb 7, 20):
· “Tutti da te
aspettano / che tu dia loro il cibo in tempo opportuno. / Tu lo provvedi, essi
lo raccolgono, tu apri la mano, sia saziano di beni” (Sal 103, 27-28)
· “Come un pastore
egli fa pascolare il gregge / e con il suo braccio la raduna; / porta gli agnellini
sul petto e conduce pian piano le pecore madri” (Is 40,11).
L’uomo
è un mistero e il suo cuore un abisso (Sal 63,7). Di fronte all’immensità dell’universo egli sembra un
nulla; eppure Dio si prende cura di lui. Il salmista lo dice con stupore e
gratitudine: “Se guardo il cielo, opera delle tue dita, / la luna e le stelle
che tu hai fissate, / che cosa è l’uomo perchè te ne ricordi, / e il figlio
dell’uomo perchè te ne curi?” (Sal
8,4-5). Di fronte alla storia la vita dell’uomo appare come un soffio, “i suoi
giorni come ombra che passa”; eppure il Signore lo pone al centro dei suoi
pensieri (Sal 143,3-4). Dio solo è il
padrone della vita e della morte, lui solo “fa morire e fa vivere, scendere
agli inferi e risalire” (1Sam 2,6), lui solo può dire: “Sono io che do la morte
e faccio vivere” (Dt 32,39). Per questo egli e chiederà conto a ciascuno della
sua vita e di quella del fratello: “Dov’è
Abele, tuo fratello” (Gen 4,9).
Il comando biblico “Non uccidere!” (Dt 5,7) si trova nel decalogo ma in
qualche modo è già contenuto nell’alleanza originaria stipulata dopo il diluvio:
“Del sangue vostro, ossia della vostra vita, io domanderò conto; ne domanderò
conto ad ogni essere vivente, e domanderò conto della vita dell’uomo all’uomo,
a ognuno di suo fratello” (Gen 9,5).
Quando
si oltraggia l’uomo, quando vengono calpestati i suoi diritti si commette un
crimine e una gravissima offesa a Dio stesso. Per gli ebrei il sangue è la sede
della vita e questa appartiene solo a Dio; per questo “chi attenta alla vita
dell’uomo, in qualche modo attenta a Dio stesso” (EV 9). Anche l’ingiusto
aggressore come Caino non perde la sua dignità. La Scrittura dice che Dio “impose a Caino un segno, perchè non lo
colpisse chiunque l’avesse incontrato” (Gn
4,15). Non è un segno di condanna ma di protezione e di misericordia. Il
peccato di Caino non può essere cancellato e giustamente Dio lo castiga; ma non
lo abbandona al suo destino e promette di prendersi cura anche di lui. Questa
pagina biblica più di ogni altra mostra che l’uomo, dunque, “è sempre un valore
in sè e per sè”, mai e per nessuno motivo “può essere considerato e trattato
come un oggetto utilizzabile, uno strumento, una cosa” (Evangelizzazione e cultura della vita umana, 23).
4.2 Cristo,
immagine del Dio invisibile
Cristo
è il “Verbo della vita” (1Gv 1,2), colui che rivela e comunica la vita stessa
di Dio: “Sono venuto perché abbiano la
vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10,10). Egli è venuto per restituire all’uomo questo dono. Solo
nella luce di Cristo possiamo comprendere pienamente chi è l’uomo. Il tema
dell’immagine si comprende più chiaramente
con la venuta del Redentore, Egli, infatti, è “immagine del Dio invisibile” (Col 1,15): la sua vita rivela quel
Dio che “nessuno ha mai visto” (Gv
1,18); e nello stesso tempo svela il mistero dell’uomo:
|
“In realtà,
solamente nel mistero del Verbo
incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo ... Cristo, che è il nuovo
Adamo, proprio rivelando il mistero del Padre e del suo amore, svela anche
pienamente l’uomo all’uomo e gli fa nota la sua altissima vocazione” (GS 22). |
L’incarnazione
del Verbo porta a compimento l’intera creazione. In Cristo tutta l’umanità è
assunta, resa partecipe della vita divina. “La vita che il Figlio di Dio è venuto
a donare agli uomini non si riduce alla sola esistenza nel tempo … consiste
nell’essere generati da Dio e nel partecipare alla pienezza del suo amore” (EV
37).
Questa vita viene da Dio e trova solo in Dio il suo fine. La
“vita eterna” (Gv 3,15; 6,40) non indica solo un’esistenza che continua oltre i
confini del tempo ma una reale partecipazione alla vita divina che avvolge il
credente fin d’ora. In Cristo l’uomo acquista una nuova e più alta
consapevolezza della dignità della sua esistenza terrena, tutto fa parte di un
mistero che trova in Dio il suo principio e il suo fine. Gesù viene a rivelarci
che l’uomo “è chiamato ad una pienezza di vita che va ben oltre le dimensioni
della sua esistenza terrena”; ma proprio questa sua “vocazione soprannaturale
rivela la grandezza e la preziosità della vita umana anche nella sua fase
temporale” (EV 2). La “relatività della vita terrena” non toglie nulla alla sua
effettiva sacralità e alla responsabilità con cui dobbiamo custodire il dono
della vita, nostra e degli altri.
In Cristo Dio si è legato ad ogni
uomo: “Egli è l'uomo perfetto, che ha restituito ai figli d'Adamo la
somiglianza con Dio, resa deforme già subito agli inizi a causa del peccato.
Poiché in lui la natura umana è stata assunta, senza per questo venire annientata,
per ciò stesso essa è stata anche in noi innalzata a una dignità sublime. Con
l'incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo a ogni uomo” (GS 22).
La nascita
di Cristo assume tutti i caratteri della vera umanità. L’evangelista Luca lo
sottolinea usando due verbi: “concepirai
e darai alla luce” (Lc 1,35). In tal modo vuol indicare che il Verbo si è
fatto carne dal momento del concepimento (e difatti la Chiesa ricorda
solennemente la festa dell’Annunciazione). È significativo anche l’episodio
evangelico della visita di Maria a S. Elisabetta (Lc 1,39-42). Elisabetta saluta non solo Maria, ma anche il bambino
che porta in grembo: “Benedetto il frutto
del tuo seno”. E rivela che il suo stesso bambino alla venuta di Maria ha
esultato di gioia:
“Contemplando
Maria e ripensando con lei il prodigio della nascita del Redentore, sarà possibile
per tutti riscoprire quanto sia umanamente grande il fiorire di ogni vita
nuova, dal momento che Dio stesso ha scelto questa via per venire in mezzo a
noi”[21].
L’esistenza
terrena di Gesù è un annuncio di gioia rivolto a tutti i poveri (Lc 4,18), a quelli
sono privi dei beni essenziali, a quelli che sono emarginati e disprezzati. A
tutti egli rivela che la vita, anche nelle situazioni più difficili, è un bene
prezioso. Grazie a lui “la vita che giace abbandonata e implorante ritrova
consapevolezza di sé e dignità piena” (EV 32).
Gesù arriva
ad identificarsi realmente ad ogni uomo: “Qualunque
cosa avete fatto al più piccolo dei miei fratelli, l’avete fatto a me” (Mt 25,40). Non si dice: “è come se
l’aveste fatto a me”, ma: “L’avete fatto a me”. Non è una nostra fantasia:
Cristo è realmente presente in ogni uomo. Per questo egli invita i suoi discepoli
a prendere cura dei fratelli, anzi a farsi
prossimo di ogni uomo (Lc 10, 25-37). Nessuno può essere pregiudizialmente
escluso dalla benevolenza perché Dio “fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e
sopra i buoni” (Mt 5,45). La responsabilità nei confronti della vita, scritta
nel cuore di ogni uomo (Gen 1,28; 2,15), è portata alla sua pienezza nel
comandamento dell’amore (Mt 22, 34-40; Gv 15,12-17). “Il compito di accogliere
e servire la vita riguarda tutti e deve manifestarsi soprattutto verso la vita
nelle condizioni di maggiore debolezza” (EV 43).
4.3 Lo
Spirito che dà la vita
Cristo non solo ci rivela ciò che
siamo, ma, donandoci il suo Spirito, ci rende anche capaci di diventare ciò che siamo. Lo Spirito è
colui che “dà la vita” (Gv 6,63) perchè introduce ogni creatura nella vita
divina e la conduce verso il Regno. Il Verbo si è fatto carne per opera dello
Spirito (Lc 1,35). Colui che è “la vita”
(Gv 14,6) si è incarnato per opera
dello Spirito che “dà la vita”.
Mediante lo Spirito tutta la Trinità si comunica all’uomo e nel Verbo assume
tutta intera l’umanità. È l’inizio della redenzione, la creazione riprende il
suo cammino. L’esistenza umana che era già segnata in profondità dal mistero di
Dio avendo impressa la sua immagine
nel cuore, viene ora definitivamente unita alla vita di Dio. In Cristo, vero
uomo e vero Dio, anche noi diventiamo “partecipi
della natura divina” (2Pt 1,4).
In quanto immagine di Dio la dignità
dell’uomo già risplende di luce. L’incarnazione del Verbo, mediante lo Spirito,
opera un passaggio veramente radicale: ci dà la possibilità di diventare
veramente “figli di Dio” (Gv 1,12). Anche noi diventiamo figli per
opera dello Spirito: “Tutti quelli che
sono guidati dallo Spirito di Dio, costoro sono figli di Dio” (Rm 8,14). È lo Spirito che ci comunica
la grazia soprannaturale e la vita divina e ci fa entrare nel mistero della
Trinità.
Lo
Spirito non solo ci introduce nella pienezza della verità (Gv 16, 12-15) ma ci
custodisce nella verità. Sul monte Sinai Dio ha donato al suo popolo una Legge
che lo introduce nella vita: “Io pongo davanti a te la vita e il bene, la morte
e il male” (Dt 30,15). Solo nella fedeltà a questa Parola Israele riceve la
vita. Dinanzi alla durezza di cuore i profeti annunciano un nuovo dono:
“Vi aspergerò con acqua pura e sarete
purificati; io vi purificherò da tutte le vostre sozzure e da tutti i vostri
idoli; vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo,
toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne. Porrò il mio
spirito dentro di voi e vi farò vivere secondo i miei statuti e vi farò osservare
e mettere in pratica le mie leggi” (Ez 36, 25-27).
Lo Spirito è dunque il principio di una vita nuova, è lui
che dona al credente un “cuore nuovo” e la forza per vivere il Vangelo in tutte
le sue esigenze. La legge nuova è quella dello Spirito (Rm 8,2). “E se lo
Spirito di colui che ha risuscitato Gesù dai morti abita in voi, colui che ha
risuscitato Cristo dai morti darà la vita
anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi”
(Rm 8,11). Solo lo Spirito può fare di noi, ossa inaridite, un popolo nuovo, il
“popolo della vita” che annuncia, celebra e serve il Vangelo della vita. Grazie
allo Spirito riceviamo occhi nuovi per riconoscere Gesù nel volto dei fratelli
e amarlo in ciascuno di loro. Ed è la sua forza che dona al discepolo di vivere
e amare come il suo Maestro.
5. Per un approccio etico
Alla
luce dell’analisi finora compiuta è possibile proporre una valutazione etica.
Anzi è doveroso offrire un chiaro e
inequivocabile orientamento morale. Troppi equivoci, più o meno voluti,
oscurano le coscienze. Questo insegnamento, va detto una volta per tutte, è
chiaramente ispirato alla rivelazione biblica ma “ogni uomo sinceramente aperto
alla verità e al bene, con la luce della ragione e non senza il segreto
influsso della grazia, può arrivare a riconoscere nella legge naturale scritta
nel cuore il valore sacro della vita umana dal primo inizio fino al suo
termine, e ad affermare il diritto di ogni essere umano a vedere sommamente
rispettato questo suo bene primario” (EV 2).
La
recente enciclica di Giovanni Paolo II sul Vangelo della vita ha suscitato
molte polemiche. Vi sono alcuni che accusano il Papa di voler imporre alla società
la propria morale: questa critica è
certamente pretestuosa, nessuno nega che vi sono punti in cui l’etica cristiana
va oltre quella laica; ma il tema della
vita non dovrebbe dividere laici e cattolici in quanto è affrontato nella
luce della sola ragione. Il vero ostacolo ad ogni dialogo nasce dal fatto che
la cultura laica ha abbracciato il relativismo morale e non riconosce
l’esistenza di valori assoluti e, di
conseguenza, beni che vanno in ogni caso tutelati. È significativa la posizione
di Maurizio Mori: in un recente volume su Aborto
e morale[22] applica
anche a questa problematica il principio della tolleranza. A suo parere
l’aborto “non è affatto un omicidio” perché l’embrione non è persona. E tuttavia
egli riconosce la legittimità di entrambe le posizioni, di chi cioè afferma la
liceità dell’intervento abortivo e di chi lo nega categoricamente. Chi afferma
il principio della sacralità della vita o la “priorità dell’investimento
naturale” difende il divieto assoluto di ogni gesto abortivo. Chi invece
riconosce il principio della qualità della vita e afferma “la priorità
dell’investimento umano” è favorevole all’aborto. A ciascuno il suo, quello che
deve essere evitato è l’intolleranza (cattolica), il voler cioè a tutti i costi
mettere al bando il principio della liceità.
Giovanni
Paolo II non si stanca di ripetere che sul tema della vita nascente si gioca
una battaglia decisiva per la civiltà dell’uomo:
“Il Vangelo della vita non è esclusivamente
per i credenti: è per tutti. La questione della vita e della sua difesa e
promozione non è prerogativa dei soli cristiani. Anche se dalla fede riceve
luce e forza straordinarie, essa appartiene ad ogni coscienza umana che aspira
alla verità ed è attenta e pensosa per le sorti dell'umanità. Nella vita c'è
sicuramente un valore sacro e religioso, ma in nessun modo esso interpella solo
i credenti: si tratta, infatti, di un valore che ogni essere umano può cogliere
anche alla luce della ragione e che perciò riguarda necessariamente tutti” (EV
101).
Per
questo dedichiamo al tema dell’aborto un ampio spazio nella pur vasta problematica
bioetica. L’atteggiamento che si assume nei confronti del bambino non ancora
nato rivela la sensibilità morale dell’uomo ed acquista un valore paradigmatico
in relazione a tutte le altre questioni.
5.1 Lo
sviluppo fetale
Prima di offrire un chiaro
orientamento morale è opportuno richiamare le tappe essenziali dello sviluppo
fetale.
Terzo mese
Alla
fine dell’ottava settimana di sviluppo (2 mesi) il corpo embrionale è lungo 4
cm, mostra gli abbozzi delle ossa, dei muscoli, dei nervi e dei grossi vasi.
L’estremità cefalica comincia a separarsi dal torace e in essa si possono
distinguere gli abbozzi del naso, delle orecchie e delle mandibole. Quest’epoca
della vita endouterina segna il passaggio dallo stato embrionale a quello fetale.
D’ora in poi avendo già tutti gli organi primordiali ha inizio il periodo della
crescita e del perfezionamento dei particolari. Così alla fine della 12
settimana - inizio 13 (90 giorni) gli abbozzi oculari sono ricoperti dalle
palpebre, le estremità sono articolate nei vari segmenti e cominciano a presentare
i primi movimenti attivi, il bambino può già succhiarsi il pollice, i genitali
interni si differenziano completamente. L’intero corpo del feto assume forme
sempre meglio definite.
Questo
periodo della vita endouterina del bambino è una tappa molto importante perchè
segna il passaggio dalla fase embrionale a quella fetale. Ciò è determinato dal
fatto che, a quest’epoca della gravidanza, è registrabile il Battito Cardiaco
Fetale (BCF): è questo è un segno chiaro dell’esistenza di un nuovo essere
umano. Tale passaggio è importante da un punto di vista biologico, ma ancora più
lo è da un punto di vista giuridico. Lo Stato italiano, infatti, tutela il bambino
durante la vita endouterina, in modo diverso a seconda dell’epoca di
gravidanza. La Legge 194 infatti fa del terzo un confine discriminante. Alla
luce di quanto si è detto è evidente che la distinzione giuridica che fa del
terzo mese un confine così determinante è del tutto infondata da un punto di
vista biologico: si tratta sempre dello stesso essere umano che passa
progressivamente dallo stato embrionale a quello fetale, quindi deve avere gli
stessi diritti.
Alla
fine della 16 settimana (40 mese) il canale intestinale presenta un contenuto
verdastro: il meconio. Si ha la definitiva differenziazione dei genitali
esterni, la cute è sottile e trasparente. È interessante sapere che le manine
perfettamente formate già da due mesi hanno le impronte digitali che
conferiscono al bambino l’identità legale.
Sviluppo fetale intermedio
Nel
4°-5° mese i movimenti fetali sono così vivaci da essere percepiti dalla madre
a da chi tocca il suo addome. Ha una lunghezza di 16 cm e un peso di 310 gr.
Nel 6°-7° mese si formano i depositi adiposi. Il piccolo usa ormai i suoi sensi
(l’udito, il tatto, il gusto), reagisce, è in relazione con il ritmo di vita
della mamma: già da tempo alterna momenti di sonno con momento in cui è
sveglio. È lungo circa 35 cm, pesa oltre 1 Kg.
Sviluppo fetale tardivo
Man
mano che ci avviciniamo al 9° mese e quindi al momento del parto, il bimbo, per
l’accrescimento corporeo, occupa quasi completamente la cavità uterina, il
liquido amniotico si riduce e con esso si riducono i movimenti fetali. Al
termine della gravidanza un misterioso segnale avvisa tutto il corpo materno:
le pareti uterine si contraggono ritmicamente, inizia il travaglio di parto che
porterà alla nascita del bimbo.
5.2 Il
principio fondamentale: non uccidere!
La riflessione morale dell’Evangelium vitae ruota attorno al principio che la vita umana è un bene assoluto e inviolabile (EV 53).
Giovanni Paolo II riconferma solennemente che “l’uccisione diretta e volontaria
di un essere umano innocente è sempre gravemente immorale” (EV 57). La vita è
un bene prezioso che nessuno può violare a suo piacimento. Nella terza parte
dell’enciclica - quella di carattere etico - l’aggettivo assoluto ritorna con
una insistenza davvero significativa: il precetto “non uccidere”, scrive il
Pontefice, chiede positivamente un “rispetto assoluto per la vita” (EV 54); la
Chiesa “ha sempre unanimamente insegnato il valore assoluto e permanente” di
questo comandamento, al punto da considerare l’omicidio “fra i tre peccati più
gravi” (EV 54). Questo precetto, pur
essendo eticamente vincolante ammette alcune eccezioni tra cui quella della
legittima difesa (EV 55), ma acquista un “valore assoluto” quando si riferisce
alla persona umana innocente, in questo caso Giovanni Paolo II parla di
“inviolabilità assoluta” (EV 57).
Il precetto biblico “non uccidere” “indica il confine
estremo che non può mai essere valicato” (EV 54). Ma positivamente chiede di
accogliere e promuovere la vita di ogni uomo. Il valore assoluto del precetto
fa di ogni gesto omicida un “peccato di particolare gravità” (EV 55); tale
scelta, quando ha per oggetto una persona innocente, “è sempre cattiva da un
punto di vista morale e non può mai essere lecita né come fine, né come mezzo
per un fine buono” (EV 57). Nella Chiesa primitiva il perdono veniva concesso
solo a coloro che erano sinceramente pentiti e dopo “una penitenza pubblica
particolarmente onerosa e lunga” (EV 54). Sulla base di questa convinzione
Giovanni Paolo II ribadisce in modo solenne il principio morale che rifiuta
come intrinsecamente cattivo ogni omicidio:
“Pertanto, con
l’autorità che Cristo ha conferito a Pietro e ai suoi successori, in comunione
con i vescovi della Chiesa cattolica, confermo
che l’uccisione diretta e volontaria di un essere umano innocente è sempre gravemente immorale” (EV
57).
Questa verità appare evidente non solo ai cristiani ma a
tutti gli uomini che usano rettamente la loro ragione (EV 2): il precetto
biblico “non uccidere” (Es 20,3; Dt 5,17) è radicato nella coscienza morale
dell’uomo, fa parte del bagaglio culturale di ogni civiltà. Tale precetto
tuttavia appare maggiormente vincolante nella luce della fede. Per il cristiano
“la vita umana presenta un carattere sacro e inviolabile”, in essa si
rispecchia la santità di Dio (EV 53). Chi offende la vita dell’uomo infanga
l’immagine di Dio che in lui riposa. L’amore di Dio nel NT è saldamente legato
a quello del prossimo (Mt 22, 36-40), il precetto “non uccidere” rimane come
condizione irrinunciabile per poter “entrare nella vita” (Mt 19, 16-19).
Il valore assoluto di questo precetto non ammette eccezioni e non viene intaccato dal principio della legittima difesa. In questo caso,
infatti, si scontrano due valori,
quello di proteggere la propria vita, un dono di Dio che non deve essere
sciupato, e quello di non offendere la vita del prossimo. Vi sono situazioni in
cui purtroppo “la necessità di porre l’aggressore in condizioni di non nuocere
comporti talvolta la sua soppressione” (EV 55). Ma anche in questo caso è legittimo difendersi ma non è mai lecito
attaccare per impedire l’aggressione. Richiamando un tradizionale principio
della morale si può affermare che se è lecito talvolta difendendosi uccidere,
non è mai lecito uccidere per difendersi! Citando il Catechismo della Chiesa Cattolica Giovanni Paolo II afferma che la
legittima difesa non solo è un “diritto” ma anche un “grave dovere per chi è
responsabile della vita di altri, del bene comune della famiglia o della
comunità civile” (CCC 2265).
La stessa pena di
morte non viene concepita come una sorta di vendetta ma solo come
l’inevitabile esito dinanzi all’impossibilità di impedire ad una persona di
continuare a nuocere alla collettività (EV 56). La teorica legittimità di tale pena - che ha trovato forti obiezioni
nella cultura laica e nello stesso mondo cattolico - non coincide con la sua reale opportunità: di fatto essa, nelle
attuali condizioni sociali, non dovrebbe mai essere applicata. Su questo punto
il magistero di Giovanni Paolo II non si discosta in buona sostanza da quanto
già affermato nel Catechismo della Chiesa
Cattolica (cf CCC 2266-2267), anche se nell’enciclica possiamo leggere una
più esplicita insistenza sull’opportunità di non utilizzare la pena di morte.
Tra l’altro, a proposito del primo omicidio narrato dalla Scrittura, il Papa
aveva osservato che nessuno può disporre di un suo simile come di una cosa: lo
stesso Caino viene condannato per il gesto omicida ma protetto contro la
vendetta (Gen 4,15): “Neppure l’omicida perde la sua dignità personale e Dio
stesso se ne fa garante” (EV 9).
Il precetto “non uccidere” è unanimamente accettato dalla
cultura odierna anche se tante volte viene contraddetto nella prassi. La Dichiarazione universale dei diritti
dell’uomo (1948) riconosce che ciascun essere umano, a prescindere dalla
sua condizione sociale, culturale, etnica e religiosa, ha diritto ad essere
trattato come persona. Negli ultimi due secoli è crollato il muro della
schiavitù che divideva gli uomini in due categorie diverse da un punto di vista
qualitativo. Con fatica stiamo imparando l’arte della convivenza multirazziale
perchè sappiamo che, aldilà di tante differenze, vi è una comune dignità.
Questo principio purtroppo non viene applicato a tutti. Quella stessa cultura
che con tanta solerzia - e giustamente! - lotta contro la barbarie della guerra
e la pena di morte, accetta e promuove una cultura che condanna a morte esseri
umani innocenti: i bambini non ancora nati e i malati in via terminale. È una
stridente contraddizione che viene
sapientemente occultata dai mass-media. Non a caso nei giorni successivi la
pubblicazione dell’enciclica tutti (anche tanti cattolici) insistevano sulla
mancanza di una chiara e definitiva condanna della pena di morte. Ma quasi
nessuno si accorgeva che la Chiesa è rimasta da sola a difendere la persona
umana, sempre e in ogni caso.
5.3 Il
diritto alla verità
L’uomo
ha anzitutto diritto alla verità. L’ampia analisi sull’identità del concepito
ha portato alla conclusione che l’embrione umano, fin dal momento del concepimento,
ha una sua individualità e, di conseguenza, è
persona! E come tale gode di tutti i diritti propri della persona, a
cominciare dal diritto alla vita. Questa verità non può essere manipolata, non
rientra nell’ambito delle opinioni rispettabili ma in quello delle certezze. Il
fatto che l’avventura umana cominci dal concepimento non è un’idea, o peggio,
una fissazione cattolica; ma un dato
scientifico inoppugnabile. Chi dice il contrario falsifica la verità. La
prima carità che bisogna fare riguardo all’aborto è quella della verità. In un Messaggio per la Giornata
della pace Giovanni Paolo II afferma:
“Restaurare la
verità significa, innanzitutto, chiamare col loro nome gli atti di violenza,
quali che siano le forme che assumono: chiamare l’omicidio con il suo nome:
l’omicidio è un omicidio, e le motivazioni politiche o ideologiche, lungi dal
cambiarne la natura, vi perdono piuttosto, esse stesse la loro dignità”[23].
Nella
recente enciclica il Papa chiede “il coraggio di guardare in faccia alla verità
e di chiamare le cose con il loro nome” (EV 58). Solo così è possibile sperare
di vincere una cultura che si appoggia sulla sistematica disinformazione e
sulla menzogna.
a)
Cos’è l’aborto
Alla
luce di questa sollecitazione cerchiamo di definire correttamente l’aborto. È
significativo che i suoi fautori non chiamano mai l’aborto con questo nome. È
stata perciò inventata un’espressione che oscura la sua vera natura: interruzione volontaria della gravidanza (IVG). Con questa locuzione
si cerca di nascondere la verità: il termine gravidanza sposta l’attenzione dal bambino alla donna; la parola interruzione non ha nulla di drammatico.
È significativo che negli ospedali dove vengono praticati gli aborti non esiste
il reparto per l’aborto, ma quello
della IVG o della legge.
L.
Ciccone fa notare che anche l’uso
di termini scientificamente ineccepibili come embrione e feto contribuiscono, a
livello popolare, a favorire l’idea che in fondo quello di cui si tratta non è
un bambino. Egli perciò propone questa definizione:
|
“Aborto
è l’uccisione deliberata e diretta, comunque attuata, di un bambino nella
fase iniziale della sua vita compresa tra la fecondazione e la nascita”[24].
|
Con l’espressione deliberata e diretta si vuole appunto
indicare l’aborto procurato, distinguendolo chiaramente dall’aborto indiretto.
Dicendo comunque attuata si vuole
includere qualsiasi metodo, anche i più recenti o i più semplici. Precisando
che questo può avvenire nella fase tra la
fecondazione e la nascita si cerca di evitare ogni equivoco, dal momento
che anche alcuni moralisti cercano di distinguere tra fecondazione (momento biologico) e concezione (a
partire dall’annidamento).
b) Contraccezione
e aborto
Nella
recente enciclica troviamo alcuni accenti di novità rispetto al magistero più
recente. Giovanni Paolo II, infatti, pone attenzione non solo sull’intervento
abortivo tradizionale ma chiama in giudizio quei “preparati farmaceutici che
rendono possibile l’uccisione del feto nel grembo materno, senza la necessità
di ricorrere all’aiuto del medico”. Il Papa parla esplicitamente di “preparati
chimici”, “dispositivi intrauterini” e “vaccini” che vengono distribuiti come
contraccettivi ma “agiscono in realtà come abortivi nei primissimi stadi di
sviluppo della vita del nuovo essere umano” (EV 13). In tal modo non è più
possibile definire con chiarezza il confine tra contraccezione e aborto. Si
mostra cosi’ la superficialità di chi accusa la Chiesa di favorire l’aborto proprio
a causa della sua ostinata chiusura nei confronti della contraccezione. È vero
che taluni possono ricorrere ai contraccettivi proprio per evitare un eventuale
aborto; ma va detto chiaramente che
|
“i
disvalori insiti nella ‘mentalità contraccettiva - ben diversa dall’esercizio responsabile della
paternità e maternità, attuato nel
rispetto della piena verità dell’atto coniugale - sono tali da rendere più
forte proprio questa tentazione, di fronte all’eventuale concepimento di una
vita non desiderata”, come dimostra il fatto che dove si rifiuta
l’insegnamento della Chiesa sulla contraccezione più radicata è la cultura
abortista (EV 13). |
Il
Papa affronta con chiarezza anche il discusso problema circa il rapporto che intercorre tra contraccezione e
aborto. Non pochi moralisti, infatti, ritengono che il deciso rifiuto
dell’aborto debba essere accompagnato da una maggiore apertura sul tema della
contraccezione, evitando in ogni caso di porre sullo stesso piano gesti che
hanno una diversa rilevanza morale.
Giovanni
Paolo II riconosce che “contraccezione e aborto, dal punto di vista morale,
sono mali specificamente diversi:
l’una contraddice all’integra verità dell’atto sessuale come espressione
propria dell’amore coniugale, l’altro distrugge la vita di un essere umano”.
Pur avendo un diverso “peso morale”, tuttavia, “essi sono molto spesso in
intima relazione, come frutti di una medesima pianta” (EV 13). In realtà
contraccezione e aborto sono figli di una stessa cultura, “affondano le radici
in una mentalità edonistica e deresponsabilizzante nei confronti della
sessualità e suppongono un concetto egoistico di libertà che vede nella
procreazione un ostacolo al dispiegarsi della propria personalità” (n. 13).
c)
Un abominevole delitto
Dopo aver precisato i termini della
questione, cerchiamo ora di precisare il giudizio morale. Se si ammette
l’identità umana dell’embrione non si può non ammetterne il diritto alla vita. Se la vita umana è sacra e intangibile essa
va sempre rispettata, non vi sono circostanze in cui può essere soppressa.
Possiamo disquisire sulle cause dell’aborto, rendere più o meno grave la
colpevolezza soggettiva, ma il fatto rimane: abortire significa sopprimere una
vita umana. L’aborto, è “una follia omicida, un suicidio sociale”. Affermare il
contrario significa negare palesemente i dati della scienza e quelli della
ragione.
L’uccisione di un essere umano è
sempre un peccato grave: La scelta deliberata di privare un essere umano
innocente della sua vita è sempre cattiva dal punto di vista morale e non può
mai essere lecita né come fine, né come mezzo per un fine buono” (EV 57). Se
Dio solo è padrone della vita “nessuno, in nessuna circostanza, può rivendicare
a sè il diritto di distruggere direttamente un essere umano innocente” (Donum vitae, 5).
Questo
principio, il cui valore morale è assoluto e non ammette eccezioni, vale in
modo particolare per l’aborto che il Vaticano II definisce “abominevole
delitto” (GS 51). In questo caso infatti, afferma Giovanni Paolo II, siamo di
fronte ad “un essere umano che si affaccia alla vita”, che “mai potrebbe essere
considerato un aggressore”, una creatura debole e inerme che non ha alcuna
capacità di difesa, nemmeno quella del pianto, una creatura “totalmente
affidata alla protezione e alle cure di colei che lo porta in grembo” (EV 58).
Il concepito davvero rientra nella categoria dei “più piccoli” (Mt 25,40). Per
questo Madre Teresa di Calcutta, che ha dato alla sua Congregazione l’impegno
di accogliere i più poveri tra i poveri, si interessa con particolare passione
dei bambini non nati.
Nell’omelia
pronunciata in occasione della Giornata per la Vita del 1989 il card. Biffi chiese alla Chiesa di prendere il largo, di prendere le
distanze da una cultura irrazionale che “non esita ad eliminare un essere umano
solo perchè è indesiderato e fastidioso”. E aggiunse
|
“È una
menzogna che la creatura vivente nel grembo materno non sia un essere umano:
ogni indagine scientifica ha confermato che ciò che oggi viene cosi’ spesso
ucciso è già un individuo vero, caratterizzato e inconfondibile. È una
menzogna che la legalizzazione dell’aborto diminuisca la pratica dell’aborto
clandestino: al contrario, tale legalizzazione, infiacchendo e ottundendo il
senso morale del nostro popolo, ha portato a un’espansione senza precedenti
di questo gravissimo atto di disumanità. È una menzogna che con queste leggi
e con questi metodi si arrivi a tutelare la sanità e il benessere delle
donne: al contrario, le si induce a un’esperienza cosi’ innaturale e
traumatica, che poi non di rado resta nella coscienza profonda di ciascuna
come una lacerazione non rimarginabile e come la causa di molti squilibri
psicosomatici”. |
5.4 Un
magistero immutabile e definitivo
Fedele
alla rivelazione e alla ragione la Chiesa “non può non proclamare il carattere
sacro e inviolabile della vita dell’uomo fin dall’istante del concepimento”
(ECVU 2):
“La Chiesa, in
ogni tempo e in ogni paese, ha sempre accolto e riproposto la Parola e il comandamento di Dio circa
l’assoluta inviolabilità della vita umana, anche solo concepita. La Tradizione si presenta, in tema di
giudizio morale sull’aborto, con una
unanimità che non conosce discrepanze e con una fermezza che non ammette
eccezioni”[25].
La mancanza
di un’esplicita condanna dell’aborto nella Scrittura non deve trarre in
inganno: questo silenzio non va interpretato come un’implicita approvazione;
indica invece che la pratica dell’aborto procurato non trova alcuna accoglienza
nel popolo ebreo. E questo non stupisce in un popolo che considera la vita come
un dono di Dio e la fecondità come una particolare benedizione. Il
cristianesimo primitivo invece si trovò quasi subito a contatto con il mondo
greco-romano che praticava largamente l’aborto. La posizione della comunità
cristiana fu netta e inequivocabile fin dall’inizio: contro il costume del
tempo essa fin dalle origini ha difeso la vita non ancora nata. Nella Didachè, ad esempio, leggiamo:
“Non
ucciderai ... non farai perire il bambino con l’aborto né l’ucciderai dopo che
è nato ... La via della morte è questa: ... non hanno compassione per il
povero, non soffrono con il sofferente, non riconoscono il loro Creatore,
uccidono i loro figli e fanno perire con l’aborto creature di Dio; allontanano
il bisognoso, opprimono il tribolato, sono avvocati dei ricchi e giudici
ingiusti dei poveri; sono pieni di peccato. Possiate star sempre lontani, o
figli, da tutte queste colpe” (II, 2; V, 2).
Per
denunciare la gravità morale dell’aborto la Chiesa ha stabilito pene assai severe
per coloro che vi facevano ricorso. Nel Concilio di Elvira (305) si stabilisce
che le donne che procurano l’aborto vengono escluse per tutta la vita dalla comunione. In quello successivo di Ancira
(314) viene mitigata questa pena, fissando in dieci anni la durata della
penitenza. La durata e la forma della penitenza varia nei diversi Paesi e lungo
i secoli, ma “ininterrotta e unanime è la collocazione dell’aborto fra i
delitti più gravi e, perciò, più severamente puniti”[26].
E tuttora lo punisce con la scomunica che solo il Vescovo può sciogliere.
La Gaudium et spes
afferma che “la vita, una volta concepita, deve essere protetta con la massima
cura” (GS 51). Nella primitiva formulazione si diceva che la vita “in utero iam concepta”; un gruppo di 19 Padri,
per evitare equivoci in quanto il testo poteva far pensare che la cura della
vita cominciava dal tempo dell’annidamento in utero, propose di adottare
un’altra definizione, quella che poi è stata accolta nel testo definitivo:
“Vita inde a conceptione maxima cura
tuenda est”.
Sull’argomento
dell’aborto il magistero della Chiesa in questo ambito “non è mai mutato ed è
immutabile”[27]. Secondo Ciccone possiamo senza alcun dubbio
parlare di insegnamento infallibile[28].
Giovanni Paolo II ha riconfermato questa dottrina in modo solenne. La posizione
del Papa non lascia spazio a equivoci. Dopo aver ricordato l’unanime tradizione
della Chiesa e l’intervento di tutti i suoi predecessori, da Pio XI a Paolo VI,
propone con nuova forza la dottrina di sempre. Per la prima volta egli lega
questa tradizionale convinzione ad un’affermazione che ha il linguaggio e lo
stile delle definizioni dogmatiche:
|
“Pertanto, con l’autorità che Cristo ha conferito
a Pietro e ai suoi successori, in comunione
con i vescovi - che a varie riprese hanno condannato l’aborto e che nella
consultazione precedentemente citata, pur dispersi per il mondo, hanno
unanimamente consentito circa questa dottrina - dichiaro che l’aborto diretto, cioè voluto come fine o
come mezzo, costituisce sempre un disordine morale grave, in quanto
uccisione deliberata di un essere umano innocente. Tale dottrina è fondata sulla legge naturale e sulla
Parola di Dio scritta, è trasmessa dalla Tradizione della Chiesa e
insegnata dal magistero ordinario e universale” (EV 62). |
Giovanni
Paolo II aggiunge: “Nessuna circostanza, nessuna finalità, nessuna legge al
mondo potrà mai rendere lecito un atto che è intrinsecamente illecito, perché
contrario alla legge di Dio, scritta nel cuore di ogni uomo, riconoscibile
dalla ragione stessa e proclamata dalla Chiesa” (EV 62).
Questa formulazione ha fatto molto discutere, non pochi vi
hanno letto l’intenzione di proporre una dottrina definitiva, altri hanno
invece cercato di minimizzare il valore teologico dell’affermazione. Secondo la
Lumen gentium il magistero dei vescovi, ordinario e universale, è infallibile
quando “dispersi per il mondo, ma conservanti il vincolo di comunione tra loro
e con il successore di Pietro, nel loro insegnamento autentico circa materia di
fede e di morale, si accordano su una dottrina da ritenersi come definitiva”
(LG 25). A questo testo il Papa si rifà esplicitamente tre volte, in relazione
a tre affermazioni fondamentali: 1) l’uccisione diretta e volontaria di un
innocente (n. 57); 2) l’aborto diretto, comunque attuato (n.63); 3) l’eutanasia
(n. 65). Giovanni Paolo II ricorda che parla “con l’autorità che Cristo ha
conferito a Pietro e ai suoi successori”, afferma che la dottrina che egli
conferma autorevolmente è fondata nella Scrittura, trasmessa dalla Tradizione e
insegnata dal Magistero.
Mons. T. Bertone, segretario della Congregazione per la
dottrina della fede, in un recente convegno (Roma, 21-24 aprile 1996) ha
chiarito la genesi e il contenuto delle tre proposizioni solenni presenti
nell’enciclica che condannano come assolutamente immorale l’uccisione diretta e
volontario di un essere umano innocente (EV 57), l’aborto (EV 62) e l’eutanasia
(EV 65). E’ stato il card. Ratzinger, nel Concistoro del 1991, a chiedere
“un’affermazione solenne del principio secondo cui l’uccisione diretta di un
essere umano innocente è sempre materia di colpa grave”. La proposta fu
accettata dal Papa e successivamente estesa anche all’aborto e all’eutanasia.
È stato lo stesso Ratzinger, nel presentare l’enciclica alla
stampa, a spiegare la natura dottrinale di queste proposizioni. E’ evidente che
non si tratta di una definizione ex
cathedra ma l’assenza del termine “infallibilmente
o infallibile” non deve trarre in
inganno e indurre a conclusioni affrettate. Il Papa, spiega Ratzinger, “non ha
voluto definire con una forma solenne gli insegnamenti in questione, ma ha
voluto confermare e riaffermare dottrine, perché l’evidenza della Scrittura e
della Tradizione è tale che sarebbe assurdo dogmatizzare un insegnamento che è
un contenuto evidente di tutto il messaggio cristiano e che risponde anche alla
ragione e di ogni umanesimo”. Si tratta dunque di una decisa presa di posizione
dottrinale che propone con autorevolezza
un principio morale ritenuto immutabile.
È interessante sottolineare che la seconda proposizione,
quella che condanna l’aborto, presenta una particolare formulazione che non
troviamo nelle altre due. Il Papa richiama l’ampia consultazione episcopale
fatta dopo il Concistoro del 1991 ed afferma che tutti i vescovi hanno unanimamente
consentito alla dichiarazione che è stata poi proposta nell’enciclica.
In tal modo l’assolutezza del principio e la sua sostanziale definitività scaturisce non dalla presa di posizione,
pur legittima, del Papa ma dall’unanime consenso dell’intero corpo episcopale.
Questa forma di magistero ordinario è presentata dal Vaticano II come una delle
vie per enunciare infallibilmente la dottrina di Cristo (LG 25).
Il pronunciamento di Giovanni Paolo intende eliminare ogni
dubbio sul valore assoluto della legge morale naturale. Si tratta di una
significativa novità dottrinale che conferma gli orientamenti già espressi
nella Veritatis splendor. È noto il
dibattito tra quanti propongono una morale
oggettiva e quanti si oppongono ad essa. Per alcuni esistono precetti
morali la cui assolutezza non può in alcun modo dipendere dalle circostanze
soggettive; ed altri che propongono una visione
più soggettiva lasciando alla coscienza di decidere hic et nunc quale sia la scelta morale più adeguata. Il Papa si
inserisce in questo dibattito affermando che l’inviolabilità assoluta della
vita umana è una “verità morale” (EV 57): con questa espressione egli risponde
a quanti confinano i precetti morali nell’ambito delle proposizioni contingenti
e mutevoli. La riflessione morale ha una sua verità e la Chiesa ha il dovere di
proporla con la stessa forza delle verità di carattere teologico.
Ratzinger osserva ancora che i tre pronunciamenti
dell’enciclica appartengono alla Parola di Dio scritta e trasmessa,
anche se solo nel primo si afferma che la dottrina è “contenuta” nella
Scrittura, negli altri due si dice che è “fondata” nella Scrittura. Aborto ed
eutanasia, infatti, non sono neppure nominate nella Bibbia in quanto tali comportamenti
erano totalmente estranei al contesto culturale dell’epoca. Per questi motivi,
aggiunge mons. Bertone, anche se Giovanni Paolo II non ha voluto espressamente
proporre nuove definizioni dogmatiche, “è falso pensare che quelle dottrine
avrebbero un minore grado di certezza o potrebbero essere in futuro modificate
nel loro senso oggettivo e quindi non esigerebbero un assenso irrevocabile e
definitivo ma solo un ossequio della volontà e dell’intelletto” (la relazione
non è stata ancora pubblicata). Il Papa non ha ritenuto necessario proporre una
nuova definizione dogmatica per una dottrina che fa parte da sempre del
bagaglio dottrinale della Tradizione: sarebbe apparsa come un’implicita
svalutazione del magistero precedente. Per cui, conclude Bertone,
l’infallibilità di tale dottrina, non risiede nella sola enunciazione della
dell’enciclica ma “deriva dal costante e unanime insegnamento del magistero
ordinario e universale che ha le sue basi nel deposito della fede”. Tali
pronunciamenti, dunque, esigono da parte dei fedeli “un assenso definitivo e
irrevocabile”.
L’insegnamento
magisteriale contenuto nell’enciclica è chiaramente definito e definitivo. Ma sarebbe sbagliato vedere in essa una
chiusura al dialogo. Al contrario, Giovanni Paolo II in diverse occasioni
chiede di fare riferimento alle conoscenze umane. A quanti hanno il compito di
annunciare il vangelo della vita - educatori, insegnanti, catechisti e teologi
- chiede di “mettere in risalto le
ragioni antropologiche che fondano e sostengono il rispetto di ogni vita
umana” (EV 82). Nell’enunciare la verità morale il Papa si richiama sempre alla
“luce della ragione” (EV 57) e alla “legge naturale” (EV 63 e 66). L’enciclica
è rivolta a tutti gli uomini perchè la difesa della vita “anche se dalla fede
riceve luce e forza straordinarie, appartiene a ogni coscienza umana che aspira
alla verità ed è attenta e pensosa per le sorti dell’umanità” (EV 101).
A giudizio del Pontefice, “la valutazione morale dell’aborto
è da applicare anche alle recenti forme di intervento sugli embrioni umani, che
ne comportano inevitabilmente l’uccisione” (EV 63). In tal modo egli non si
limita a condannare l’aborto ma reclama
anche per l’embrione, sempre e in ogni caso, quel rispetto dovuto ad ogni altro
essere umano. Gli embrioni umani non sono semplice “materiale biologico”,
non sono esseri viventi che hanno un “carattere umano” ma non lo statuto di
persona: sono esseri umani che vanno considerati e trattati come persone!
Nella luce di questa fondamentale verità l’enciclica accenna
ad alcune conseguenze di carattere
etico.
1) Le varie tecniche di riproduzione artificiale sono
moralmente inaccettabili non solo perchè “dissociano la procreazione dal
contesto integralmente umano dell’atto coniugale”, ma anche perchè espongono
gli embrioni ad un “rischio di morte entro tempi in genere brevissimi”, senza
dimenticare quelli “soprannumerari” che vengono poi utilizzati per la ricerca
scientifica (EV 14).
2) La sperimentazione sugli embrioni “costituisce
un delitto nei riguardi della loro dignità di esseri umani” (EV 63).
3) La stessa diagnosi prenatale può risultare
illecita sia quando espone il nascituro a rischi sproporzionati che quando
viene utilizzata come un ponte per l’aborto (EV 63).
Queste conseguenze etiche, a cui l’enciclica accenna, fanno
capire qual è la posta in gioco, quali interessi
scientifici e commerciali vengono intaccati dal principio morale
dell’assoluta inviolabilità della vita umana. Un’adesione piena e
incondizionata a tale principio, che pure sarebbe conforme ad ogni evidenza
scientifica e razionale, metterebbe in crisi l’intero sistema socio-sanitario.
Ma la verità non può dipendere dagli
interessi egoistici di qualcuno, essa ha una sua forza persuasiva che si
impone quando non viene opportunamente mascherata e nascosta all’umana ragione.
A Giovanni Paolo II non manca il coraggio per annunciare la verità, per
gridarla dai tetti (Mt 10,27) anche quando è impopolare. È questo forse la
causa del contrasto con una cultura che appare prigioniera di un esasperato e
gratuito relativismo.
6. L’aborto nei casi-limite
Tutti
concordano col dire che l’aborto è un male. La stessa legge 194 riconosce nel
suo titolo la necessità di tutelare la maternità. Ma si afferma anche che in
certi casi esso è inevitabile. Dall’indagine già citata del MpV si può rilevare
che la maggioranza degli italiani è contraria all’aborto quando viene fatto per
motivi economici (il 56,9% è contrario contro il 31,4%); quando la donna non è
sposata (il 70,1% contro il 19,3%), quando viene usato come mezzo di controllo
delle nascite (55,4% contro il 32,2%). La maggioranza si ribalta quando si
prospettano le situazioni classiche: violenza carnale, malformazione del
figlio, salute e vita della madre. In questi casi infatti ecco le adesioni
all’aborto: il 59,1% nel caso di violenza carnale; il 79,4 se il figlio è malformato;
il 75,2% se è in gioco la salute della madre; l’85,1% se la vita della madre è
in pericolo[29]. Per questo
è opportuno esaminare da vicino i cosidetti casi-limite.
Vi sono situazioni in cui
effettivamente “la scelta abortiva riveste per la madre un carattere drammatico
e doloroso” (EV 58), casi in cui la scelta della vita chiede un eroico
coraggio. Pensiamo ad esempio all’eventualità di una malformazione più o meno
grave, ad un contesto familiare conflittuale e degradato, ad una precaria
condizione di salute della madre aggravata dalla gravidanza. Sono tutti casi
che fanno sorgere tanti e gravi interrogativi. Esaminiamo da vicino alcune situazioni
classiche: pericolo per la vita o la salute della madre, malformazioni del
bambino, la violenza carnale e la gravidanza extrauterina.
6.1 Pericolo
per la vita o la salute della madre
Per aborto terapeutico si intende quello messo in atto per salvare la vita della madre o evitare una grave e irreversibile compromissione
della sua salute. A ben guardare si tratta di una denominazione impropria, perchè in questo caso non si agisce sulla
malattia in atto con una specifica terapia, ci si limita a sopprimere la vita
del feto. Sgreccia propone più
realisticamente di parlare di “interruzione
della gravidanza in presenza del pericolo per la vita o la salute della madre”[30].
L’aborto c.d. terapeutico comunque viene invocato in due situazioni fondamentali:
1) quando si tratta di salvare la vita
della madre, radicalmente compromessa dalla prosecuzione della gravidanza;
2) quando occorre salvaguardare la
salute della madre, perchè la gravidanza comporta un aggravamento permanente della sua salute. Va detto che oggi è
rarissimo il caso in cui il medico si trova a dover scegliere tra la vita della
madre e quella del bambino. In molti casi è possibile superare le reali complicazioni
con un’adeguata assistenza, anche nei casi in cui l’aggravamento è reale: la
dialisi periodica nelle gravide affette da grave insufficienza renale, la
cardiochirurgia in donne con difetti cardiaci. Alla luce dei progressi della
scienza e dell’assistenza medica - scrive E. Sgreccia
- molte delle cosiddette indicazioni sanitarie all’IVG hanno perso la loro
forza motivazionale. Nella gran parte dei casi vi è una reale alternativa
terapeutica[31].
Non
mancano però le situazioni in cui il conflitto tra il feto e la madre si pone
con evidenza talvolta drammatica. Il giudizio etico in questi casi deve tener
presente che “la persona umana è il massimo valore del mondo e trascende ogni
altro bene temporale ed ogni considerazione economica”[32].
“Ogni vita umana - ha detto Giovanni
Paolo II - vale più dell’intera creazione materiale”[33].
Nessun motivo potrà mai giustificare la soppressione del concepito: “queste e
altre simili ragioni, per quanto gravi e drammatiche, non possono mai
giustificare la soppressione deliberata di un essere umano innocente” (EV 58).
Vi sono poi
i casi drammatici in cui emerge il conflitto tra la vita del nascituro e la
sopravvivenza della madre. Questa situazione, per fortuna rarissima - fa
emergere non pochi interrogativi: “Il
diritto alla vita dell’embrione può ritenersi pienamente tale quando
sappiamo che in ogni caso tale vita è destinata in breve tempo a spegnersi? Può
essere talmente assoluto, pur nella fragilità temporale, da condizionare e
tirarsi dietro il diritto alla vita della
madre? In un conflitto di doveri o di valori non ha nessuna importanza il
diritto alla vita della madre da parte degli altri figli o, per la madre, il
dovere di essere madre di tutti e non solo di quello che, sia pure
innocentemente, ne minaccia l’esistenza?”[34].
In casi del genere come si vede la scelta è fortemente drammatica. Ma anche qui
bisogna ricordare che la vita innocente non può essere direttamente soppressa
per nessuna ragione. Nessuna madre sopprimerebbe la vita di uno dei figli per
rimanere con gli altri. Non è accettabile da un punto di vista etico compiere
deliberatamente un male per ricavarne un bene. Lo ha ricordato Paolo VI nella Humanae vitae:
|
“È assolutamente da escludere, come
via lecita per la regolazione delle nascite, l’interruzione diretta del
processo generativo già iniziato, e soprattutto l’aborto direttamente voluto
e procurato, anche se per ragioni terapeutiche” (HV 14). |
Nella riflessione etica
personalistica non si parla di aborto terapeutico ma solo dell’aborto
indiretto, l’unico che può essere eticamente accettabile. In questo caso
infatti l’intervento medico non ha come fine diretto quello di interrompere la
gravidanza, ma è un intervento terapeutico teso a salvare la vita della madre:
per es. quando viene somministrato un farmaco essenziale per salvare la madre,
che sicuramente causerà la morte dell’embrione; oppure quando bisogna asportare
l’utero gravido per la presenza di un tumore. Questo intervento è assolutamente
lecito in quanto costituisce un’applicazione del principio del doppio effetto.
L’effetto cattivo è una conseguenza dell’atto, non un obiettivo primario
dell’atto stesso.
6.2
Malformazioni del bambino
L’aborto terapeutico dovrebbe con maggiore ragione essere
definito “eugenetico”: si tratta dell’aborto eseguito per sopprimere un
embrione o un feto affetto da una grave malattia congenita. Esso viene
facilmente e volutamente confuso con l’aborto terapeutico. Ma in realtà non
costituisce nessuna terapia: né per la madre (che non ha alcuna malattia); né
per il feto (che non viene curato ma
soppresso).
Questo aborto è eticamente inaccettabile. L’umanità ritorna
cosi’ ai tempi del monte Taigeto dove gli spartani gettavano i figli
indesiderati. Questo gesto apre una profonda breccia nel costume etico: perchè
il feto si’ e il neonato no? Con lo stesso principio non potremmo decidere la
soppressione di tutti gli handicappati e degli anziani infermi? Tante volte si
contrabbanda questo aborto con la pietà,
lo si giustifica con il desiderio di evitare al bambino una vita infelice. Ma
tante volte più che le sofferenze del bambino, l’adulto teme la propria
sofferenza. E d’altra parte la famiglia, in questi casi, si sente sola, senza
alcun aiuto pubblico o sostegno morale.
6.3 L’aborto
dopo violenza carnale
È il caso - anch’esso
molto raro - che sembra più facile. Questo bambino - si dice - non è frutto di
atto di amore, ma di una violenza. Eppure anche in questo caso siamo di fronte
ad una vita umana innocente. La vita non riceve il suo valore dall’intenzione
di chi la genera e nemmeno dalle circostanze in cui è stata generata. Una perla
preziosa, dovunque la trovi, è pur sempre un tesoro! Un eventuale aborto non toglie
la violenza che la donna ha subito, semmai aggiunge un ulteriore danno perché
viene costretto a privarsi di un bambino. È vero che l’esistenza di quel figlio
ricorda alla mamma un evento doloroso la legge italiana prevede la possibilità
di non riconoscere il bambino al momento della nascita e di affidarlo al
Tribunale dei Minori che troverà per lui una famiglia disposta ad accoglierlo.
Non possiamo scaricare su questa creatura innocente le colpe di una società
malata.
6.4 Gravidanza
extrauterina
Il Centro di Bioetica dell’Università
Cattolica di Roma qualche tempo fa ha riaffermato l’illiceità dell’interruzione
della gravidanza, anche extrauterina. “Siamo decisamente contrari a qualsiasi
forma di soppressione diretta di un embrione ancora vivo, anche se fosse
finalizzato alla funzionalità delle tube della madre”. “Il medico deve limitarsi
a sorvegliare sullo stato di salute della donna gravida e sul benessere
fetale”. Deve intervenire solo nel caso in cui, a seguito dell’interruzione
spontanea della gravidanza, la condizione di salute della donna lo renda
necessario”.
7. rifiuto di ogni cooperazione
L’inaccettabilità
etica dell’aborto comporta il rifiuto di qualsiasi forma di cooperazione. Per
questo la Chiesa chiede agli operatori sanitari - e a tutti quelli che in qualche
modo devono autorizzare l’aborto, come ad es. il giudice tutelare - di
sollevare obiezione di coscienza[35].
Si tratta di una “obbligazione morale grave” (n. 42). I Vescovi italiani
precisano che è illecita non solo “l’azione abortiva diretta”, ma anche
qualunque forma di
|
“cooperazione
prossima all’azione abortiva diretta, quale si verifica con le
prestazioni richieste dall’equipe delle sale operatorie e con il rilascio di attestati che siano una
vera e propria autorizzazione all’aborto per il loro contenuto e il loro
valore legale” (La comunità cristiana e
l’accoglienza della vita umana nascente, 42). |
La
scomunica infatti colpisce non solo chi di fatto abortisce, ma anche tutti coloro
che a vario titolo vi collaborano con la parola colpevole o con la complicità
del silenzio: il partner della donna, gli eventuali parenti, il medico e gli
operatori sanitari. In non pochi casi la donna che ricorre all’aborto è forse
la meno colpevole! Ascoltiamo ancora la voce autorevole di Giovanni Paolo II:
“A decidere della morte
del bambino non ancora nato, accanto alla madre, ci sono spesso altre persone.
Anzitutto, può essere colpevole il padre del bambino, non solo quando
espressamente spinge la donna all'aborto, ma anche quando indirettamente
favorisce tale sua decisione perché la lascia sola di fronte ai problemi della
gravidanza: in tal modo la famiglia viene mortalmente ferita e profanata nella
sua natura di comunità di amore e nella sua vocazione ad essere «santuario
della vita». Né vanno taciute le sollecitazioni che a volte provengono dal più
ampio contesto familiare e dagli amici. Non di rado la donna è sottoposta a
pressioni talmente forti da sentirsi psicologicamente costretta a cedere
all'aborto: non v'è dubbio che in questo caso la responsabilità morale grava particolarmente su quelli che
direttamente o indirettamente l'hanno forzata ad abortire. Responsabili
sono pure i medici e il personale
sanitario, quando mettono a servizio della morte la competenza acquisita per
promuovere la vita. Ma la responsabilità coinvolge anche i legislatori, che hanno promosso e approvato leggi abortive e, nella
misura in cui la cosa dipende da loro, gli amministratori
delle strutture sanitarie utilizzate per praticare gli aborti. Una
responsabilità generale non meno grave riguarda sia quanti hanno favorito il
diffondersi di una mentalità di permissivismo sessuale e disistima della maternità,
sia coloro che avrebbero dovuto assicurare - e non l'hanno fatto - valide
politiche familiari e sociali a sostegno delle famiglie, specialmente di quelle
numerose o con particolari difficoltà economiche ed educative” (EV 59).
Il contesto sociale,
culturale e legislativo favorisce la mentalità abortiva e offusca a tal punto
le coscienze da far passare l’aborto come un male inevitabile. Continua il
Papa:
“Non si può infine
sottovalutare la rete di complicità che si allarga fino a comprendere
istituzioni internazionali, fondazioni e associazioni che si battono sistematicamente
per la legalizzazione e la diffusione dell'aborto nel mondo. In tal senso
l'aborto va oltre la responsabilità delle singole persone e il danno loro
arrecato, assumendo una dimensione fortemente sociale: è una ferita gravissima
inferta alla società e alla sua cultura da quanti dovrebbero esserne i
costruttori e i difensori” (EV 59).
Un evento molto recente ha
riproposto in tutta la sua drammatica attualità il tema della cooperazione. In
una lettera indirizzata ai vescovi della Germania (gennaio 98) Giovanni Paolo
II rivolge un “invito insistente” perché non rilascino più certificati di
avvenuta consulenza perché tale atto è riconosciuto come attestato per chiedere
l’aborto. “La consulenza obbligatoria ha di fatto assunto una funzione chiave
per l’esecuzione degli aborti depenalizzati. Perciò vorrei invitarvi con insistenza
a fare sì che un certificato di tale natura non venga più rilasciato nei
consultori ecclesiastici o dipendenti dalla Chiesa”. Gli operatori dei
consultori si trovano “in una situazione di conflitto con la loro visione di
fondo nella questione della difesa della vita e con lo scopo della consulenza;
ciò avviene in quanto “contro la loro intenzione vengono coinvolti
nell’attuazione di una legislazione che conduce all’uccisione di persone
innocenti; e questo rappresenta per molti uno “scandalo”.
Tra i vescovi e nella Chiesa vi era
stato su questo punto un vivace dibattito perché molti sostenevano che
rifiutare di dare il certificato significava di fatto impedire molti dal
ricorrere al consultorio riducendo così la possibilità di convincere una
persona a non abortire. Anche su questo interviene il Papa: “Voi attribuite
molta importanza al fatto che i consultori cattolici rimangano presenti in modo
pubblico nella consulenza delle donne incinte, al fine di poter salvare, con
una consulenza finalizzata, molti bambini non nati dall’uccisione e per stare
al fianco delle donne in situazioni di vita difficili con tutti i mezzi a
disposizione. Voi sottolineate che la Chiesa in tale questione, per amore dei
bambini non nati, deve servirsi, nel modo più ampio possibile, sia degli spazi
d’azione aperti dallo Stato a favore della vita sia della consulenza, e non può
caricarsi delle responsabilità di aver trascurato possibili prestazione di
aiuto: vi sostengo in questa preoccupazione e spero molto che la consulenza
ecclesiastica possa essere continuata con energia”. Per questo motivo allora
occorre “fare in modo che, in ogni caso, la Chiesa rimanga presente in maniera
efficace nella consulenza delle donne in cerca di aiuto” visto che “la legge
per l’aiuto alla gravidanza e alla famiglia offre molte possibilità per restare
presenti nella consulenza”. La presenza della Chiesa però “non deve ultimamente
dipendere dal certificato. Non deve essere solo l’obbligo di una prescrizione
legislativa a condurre le donne nei consultori ecclesiali, ma soprattutto la
competenza professionale, l’attenzione umana e la disponibilità all’aiuto
concreto che in essi si riscontrano”.
Il tema
della cooperazione è piuttosto complesso perché vi sono casi e situazioni molto
diverse. Il personale sanitario e gli operatori consultoriali si trovano spesso
in situazioni più complesse. È opportuno allora chiarire che la liceità della
cooperazione è data da tre caratteristiche[36].
1. Si tratta di
una cooperazione materiale: la
partecipazione alla procedura, che avrà come esito ultimo l’aborto, viene fatta
senza alcuna approvazione, né interiore né esteriore.
2. La
cooperazione poi deve essere indiretta:
l’intervento non deve essere direttamente finalizzato all’aborto. In pratica:
far parte dell’équipe che esegue l’aborto è certamente illecito; ma fare la
diagnosi prenatale, di per sè, non significa partecipare all’eventuale e
successiva decisione abortiva.
3. La
cooperazione, infine, deve essere proporzionata:
“il male che quello specifico atto di cooperazione comporta deve essere
inferiore a quello che si avrebbe nel caso di una sua non esecuzione[37].
La partecipazione ad una struttura consultoriale, ad es., rende legalmente gli
operatori responsabili dell’autorizzazione all’aborto. Eppure questa presenza
può servire per incontrare la donna che vuole abortire, per contribuire ad umanizzare
quella struttura, per diffondere comunque la cultura della vita.
conclusione
L’aborto rimane comunque un dramma!
Non siamo chiamati a giudicare ma a favorire una decisa svolta culturale che
aiuti la donna a non abortire. Questa fattiva opera di prevenzione deve essere
svolta sul piano culturale attraverso una corretta informazione; e sul piano
della concreata solidarietà per contribuire a superare le difficoltà di ordine
materiale e psicologico che la donna incontra.
Ai giovani di Denver (1993) il Papa ha chiesto un maggior
impegno in favore della vita. L’uomo, chiamato ad essere ad immagine del suo
Creatore il “buon pastore” dell’universo, di fatto si è trasformato in Caino
per il suo prossimo. Giovanni Paolo II ha denunciato la “strage degli
innocenti” compiuta in modo legale e scientifico, ma non per questo meno
peccaminosa; e ha definito l’aborto un “omicidio vero e proprio di un autentico
essere umano”[38]. Il Papa ha
chiesto ai giovani di ribellarsi contro questa cultura di morte, di non
soffocare la propria coscienza in cui c’è scritto a chiare lettere il comando:
“non uccidere”, di impegnarsi concretamente perché la dignità dell’uomo sia da
tutti riconosciuta, accolta e custodita. È Cristo il Maestro: se ascoltiamo le
sue parole cammineremo nella verità! Le parole del Papa interpellano i giovani.
Giovanni Paolo II sa bene che l’enciclica si scontra con la
cultura dominante. Il “drago rosso” che cerca “divorare il bambino nato” (Ap 12,4) è ancora all’opera e sotto
mille forme offusca la verità e contrasta con la missione della Chiesa. Ma la
certezza di stare dalla parte delle verità e la piena fiducia in Dio ci chiede
di non chiuderci nella rassegnazione. Le battaglie che certamente si perdono
sono quelle che non si combattono! Senza fare delle proprie convinzioni una
cittadella fortificata, i cristiani sono chiamati ad essere “lievito” (Mt 13,33), a testimoniare con gioia il
vangelo della vita e ad interpellare tutti gli uomini per costruire insieme con
loro una nuova civiltà, segno della città futura.
Voglio ringraziarti, signore
di don Tonino Bello
|
Voglio
ringraziarti, Signore per il dono
della vita. Ho letto da
qualche parte che gli uomini sono angeli con
un’ala soltanto: possono volare
solo restando abbracciati. A volte, nei
momenti di confidenza, oso pensare,
Signore, che anche tu
abbia un’ala soltanto. L’altra la
tieni nascosta: forse per farmi
capire che tu non vuoi
volare senza di me. Per questo mi
hai dato la vita: perchè io fossi
tuo compagno di volo. (...) Ti chiedo
perdono per ogni peccato contro la vita. Anzitutto, per
le vite uccise prima ancora che nascessero. Sono ali
spezzate. Sono voli che
avevi progettato di fare e ti sono stati
impediti. Viaggi
annullati per sempre. Sono troncati
sull’alba. Ma ti chiedo
perdono, Signore, anche per tutte
le ali che non ho aiutato a distendersi, per i voli che
non ho saputo incoraggiare. Per
l’indifferenza con cui ho lasciato razzolare nel cortile, con l’ala
penzolante, il fratello infelice che avevi
destinato a navigare nel cielo. E tu l’hai
atteso invano, per crociere
che non si faranno mai più. Aiutami ora a
planare, Signore, a dire, terra terra, che l’aborto è
un oltraggio grave alla tua fantasia. È un crimine
contro il tuo genio, è un
riaffondare l’aurora nelle viscere dell’oceano, è l’antigenesi
più delittuosa, è la
lacerazione più desolante” |
Appendice
Sintesi schematica dello sviluppo embrionale e
fetale
Ora zero
14°
g del ciclo mestruale: penetrazione dello spermatozoo nella cellula uovo
2°-3° gg
Una
pallina di cellule simile a una piccola mora (morula) percorre la tube o
salpinge.
6°-7° gg
L’aspetto
del bambino sta cambiando: nella morula un gruppo di cellule ingrossate
all’interno costruisce il corpicino, mentre quelle piccole periferiche
costituiscono le membrane di protezione e di connessione all’utero. Tra le due
parti si forma un vuoto: è l’inizio del sacco amniotico nel cui liquido il
piccolo galleggerà fino alla nascita. La blastula si annida nella cavità
uterina.
2a settimana
Il
bimbo cambia ancora: perde la forma sferica, le sue cellule si assestano in tre strati, detti foglietti embrionali (ectoderma, mesoderma,
endoderma), da cui origineranno tutti gli organi ed apparati.
2a settimana e mezzo
Su
tutta la lunghezza dorsale del disco embrionario, formato dai tre foglietti, si
apre un solco nel cui interno si costituisce il filo del midollo spinale da cui
deriverà tutto il sistema nervoso.
3a settimana e mezzo (26 gg)
Si
comincia a chiudere l’apertura frontale del tubo neurale. Mancano gli occhi, il
cuore batte già da qualche giorno.
4a settimana
Lunghezza
5-6 mm: il solco neurale si è quasi chiuso. Si notano gli abbozzi degli arti
superiori e la vescicola ombelicale.
5a settimana
Lunghezza
7-10 mm: il bimbo ha un corpo formato da testa, tronco, coda e cuore. Si
evidenziano anche gli abbozzi degli arti inferiori. Sotto gli occhi, che
appaiono come piccoli cerchi neri, si cominciano a scorgere naso e guance.
Comincia a formarsi l’orecchio.
Fine 5 settimana
Lunghezza
11-12 mm: la testa è più eretta. Esiste una vaga indicazione delle cinque dita.
Si comincia a formare il cordone ombelicale. La testa e il corpo hanno la
stessa misura, come pure il sacco del tuorlo o vescicola ombelicale, che resta
il principale fornitore di globuli rossi non essendovi ancora il midollo
spinale.
6a settimana
Lunghezza
12-15 mm: il cervello in parte è formato. Le mani presentano una prima
indicazione delle dita, ma il piede ha ancora l’aspetto di una spatola
(abbozzo). Tra le braccia, che sono ancora molto corte, si scorgono il cuore,
il diaframma e il fegato, il quale comincia ora a produrre i globuli rossi
sostituendo in questa funzione la vescicola ombelicale.
8a settimana
Lunghezza
4 cm: a quest’epoca si ha il passaggio dallo stato embrionale a quello fetale.
D’ora in poi non si formeranno più organi primordiali: c’è già tutto quello che
si troverà nell’essere umano perfettamente sviluppato. Ora ha inizio il periodo
della crescita e il perfezionamento dei particolari.
9a settimana
Lunghezza
5 cm: le palpebre si sono formate. Il naso è corto e schiacciato, l’orecchio
comincia a prendere forma. Si sta delineando il volto umano.
11a settimana
Lunghezza
6 cm. La vescicola ombelicale (tuorlo) ha esaurito il suo compito e presto
scomparirà. I globuli rossi vengono ora prodotti dal fegato e dalla milza, a
cui presto succederà il midollo spinale. I gangli linfatici e i timo cominciano
a fabbricare le difese immunitarie e il cuore è ormai completo. Gli occhi sono
chiusi (si schiuderanno nel corso del settimo mese), ma traspare il pigmento
nero della retina al di là della delicata epidermide.
Il
volto ha assunto un profilo infantile con fronte ampia ed arrotondato, un
piccolo naso all’insù e il mento piuttosto marcato. Le labbra si aprono e si
chiudono, la testa si solleva, la fronte si raggrinza; è già definita la
collocazione delle unghie negli arti (mani e piedi sono già ben formati). I
muscoli sono in pieno esercizio.
Terzo mese
L’utero
riempie gran parte della cavità pelvica. Il feto galleggia nel liquido
all’interno del sacco amniotico (la membrana fetale interna), che è rivestito
poi esternamente dal corion (la membrana fetale esterna). Si è formata la
placenta, che attraverso il cordone ombelicale il nutrimento al feto. Dal terzo
mese comincia a differenziarsi l’apparto genitale.
Quarto mese
Il
feto cresce da 6 a 10-12 cm. L’utero è extrapelvico. La testa ora è 1/3 della
lunghezza del corpo e le gambe si distendono. Si notano chiaramente le coste e
l’abbozzo di tutte le ossa dello scheletro.
Quinto mese e mezzo
Il
feto è lungo 15 cm. Alla fine del mese misurerà 25 cm. Ormai lo spazio comincia
a scarseggiare: tra la 16 e la 20 settimana la madre sente i primi calci.
Sesto mese
Con
una lunghezza di 25 cm il bambino si muove molto e si rivolta su se stesso,
galleggiando nel liquido amniotico che si rinnova con frequenza. Oltre alle
urine del feto e agli altri prodotti di rifiuto, il liquido amniotico contiene
anche sostanze indispensabili per il futuro funzionamento dei polmoni. Inoltre
tale liquido serve ad attenuare i rimbalzi e ad attutire i possibili urti. Il
fondo dell’utero raggiunge a quest’epoca l’altezza dell’ombelico.
[1] Per una panoramica storica, cf NARDI E., procurato aborto nel mondo greco-romano, Milano 1971; SGRECCIA E., L’insegnamento dei Padri della Chiesa, in AA.VV., L’aborto. Riflessioni di studiosi cattolici, Milano 1975, 23-47.
[2] Venerdì di repubblica, 28 novembre 1997.
[3] Cf Avvenire, 9 Aprile 95, 21.
[4] Cf CAMPANINI G., Rispetto della vita e cultura contemporanea, in La Famiglia, 26 (1992), 13-24; AA.VV., A servizio della vita, Ave, Roma 1990 (Atti del convegno ecclesiale sulla vita umana, 13-16 aprile 1989); SPAGNOLO A., Aborto e nuova sessualità, in Anime e Corpi, 43 (1987), 33-48;
[5] L. Ciccone, cit., 158.
[6] Ib., 159.
[7] Pontificio
Consiglio Per La Famiglia, Al
servizio della vita, strumento di lavoro, in Il Regno, 37 (1992),
414-418.
[8] Movimento per la Vita, Le cause culturali dell’aborto volontario. III Rapporto al Parlamento sulla prevenzione dell’aborto volontario, Firenze 1987.
[9] C. Casini, Introduzione, cit., 12.
[10] Ib., 15.
[11] C. Casini, I CAV a 10 anni dalla 194: problemi, prospettive, domande, in Centri di Aiuto alla Vita. VIII-IX Convegno Nazionale, Padova 1990, 32-33.
[12] Per approfondire questo argomento, cf Pigatto A., Psicologia e psicopatologia dell’aborto, in Aggiornamento Sociali, 31 (1980), 687-698; Gius E., L’interruzione volontaria di gravidanza. Problemi psicologici, in Aggiornamento Sociali, 40 (1989), 157-164.
[13] Cf Gli atti del Convegno, cit., 107-111.
[14] O. Fallaci, Lettera a un bambino mai nato, Milano 1966, 92.
[15] Lettera di una donna contenuta nell’editoriale di Vittorio Feltri, L’Indipendente, 23 Marzo 1993.
[16] Avvenire, 27 maggio 93
[17] O.L. Scalfaro, Cara Mamma, Ed. Frate Indovino, Perugia 1989.
[18] Mannion Michael, Guarire la vita. Per una rinascita spirituale della donna che ha abortito, Gribaudi, Torino 1994.
[19] Cf la seconda parte dell’Evangelium vitae: “Sono venuto perché abbiano la vita” (nn. 29-52).
[20] Pascal, Pensieri, n. 264.
[21] Messaggio dei Vescovi. Giornata per la vita 1988.
[22] Il Saggiatore /Flammarion Editori, 1997.
[23] Giovanni Paolo II, Messaggio per la Giornata della Pace 1980 La verità forza della pace.
[24] L. Ciccone, Non uccidere, Milano 1984, 146. Questa definizione è ripresa da Giovanni Paolo II nell’Evangelium Vitae (58) con leggere variazioni: il Papa usa il termine “esistenza” al posto di “vita” e sostituisce “fecondazione” con “concepimento”.
[25] CEI, Comunità cristiana e accoglienza della vita umana nascente, 1978, n. 6.
[26] L. Ciccone, Non uccidere, cit., 165.
[27] Paolo VI, Allocuzione, 9.12.1972.
[28] L. Ciccone, Non uccidere, cit., 169.
[29] Movimento per la Vita, Le cause culturali,. cit., 45.
[30] E. Sgreccia, Manuale di Bioetica, Milano 1988, 262.
[31] E. Sgreccia, Manuale, cit., 264-265.
[32] Ib., 266.
[33] Giovanni Paolo II, Discorso, 11 maggio 1986, a Cervia benedicendo la prima pietra di una nuova casa di accoglienza.
[34] S. Leone, Incontro alla vita, Palermo 1990, 17.
[35] CEI, La comunità cristiana e l’accoglienza della vita umana nascente, 8 dicembre 1978, 40-49.
[36] S. Leone, Incontro, cit., 27-29.
[37] Ib., 28.
[38] Giovanni Paolo II, Veglia di preghiera, 14 agosto 1993, parte seconda, n. 2.