Il problema morale è un problema antropologico,

poiché sotto ogni concezione etica c’è una concezione antropologica. Ad esempio, il relativismo occidentale certamente affonda le sue radici nella celebre affermazione di Protagora : "l’uomo è misura di tutte le cose". La conseguenza di questa affermazione è che, se si nega un valore assoluto che discrimini il bene dal male, riducendo ogni conoscenza all’opinione personale, è giustificato in campo economico il criterio liberalistico, in politica quello individualistico. Vediamo, dunque, chi sia l’essere vivente "uomo". Diciamo"chi" e non "che cosa", poiché ci riferiamo all’uomo e non alle cose. La differenza fra soggetto ed oggetto è ciò che fa la natura umana.

Premettiamo che l’interesse sull’uomo nasce con la Sofistica. I Sofisti vissero in un’epoca caratterizzata dal declino dell’aristocrazia, dall’ascesa della classe dei commercianti e dall’accentuarsi del cosmopolitismo. Di fronte ai profondi mutamenti socio-politici che vedevano la caduta dell’aretè tradizionale intesa come privilegio aristocratico, lo scivolare nel relativismo di costumi e leggi tradizionali sotto i colpi dell’esperienza cosmopolita, l’affermarsi del potere del popolo e l’accesso al potere delle classi emergenti, i Sofisti vollero dotare, soprattutto i giovani di queste nuove classi emergenti, delle armi dell’educazione politica e, soprattutto, dell’abile retorica, necessaria per farsi strada nella vita sociale e politica. In tal modo gli interessi della filosofia si spostavano dalle riflessioni sulla natura e sul cosmo all’uomo (cioè sulle discipline umanistiche necessarie al vivere sociale). Esponenti di spicco della Sofistica furono Protagora di Abdera e Gorgia di Leontini. Caratteristicamente questi filosofi negarono una verità assoluta (aletheia), scivolando Protagora nel relativismo (la realtà è come appare al singolo uomo), Gorgia nel nichilismo (l’essere - quindi la verità assoluta - non esiste) e nella retorica intesa come "arte del persuadere".che operò una vera rivoluzione filosofica, poiché spostò l’interesse speculativo dalla physis all’uomo.

Ma gettiamo ora un rapido sguardo allo sviluppo storico della concezione dell’uomo facendo riferimento ad alcuni massimi pensatori.

Ricordiamo come per Democrito l’uomo sia un essere totalmente materiale, composto di atomi.

Socrate, invece, identifica l’uomo con la sua anima: per anima Socrate intende la sede dell’attività pensante dell’uomo, ovvero la ragione, l’intelligenza. "Conosci te stesso", dunque, per Socrate non significa conoscere il corpo, ma l’anima, essenza dell’uomo; ne deriva che i tradizionali valori esteriori e materiali (ricchezza, fama, salute, bellezza, ecc.) non sono dei veri valori se non in funzione dell’uso che ne fa la conoscenza, unica vera virtù (areté) dell’anima. Al contrario, il vizio, per Socrate, è ignoranza che nasce dalla non conoscenza. La conoscenza, inoltre, sfocia nell’autodominio (enkr« teia) sugli istinti del corpo e ciò rende l’uomo libero. Anche la felicità è legata non ai piaceri esteriori, ma alla virtù.

Platone propone una visione dualistica dell’uomo, con anima e corpo in contrapposizione. A differenza di Socrate che intendeva il corpo come strumento al servizio dell’anima, Platone concepisce il corpo come tomba e l’essere umano come spirito immateriale incarcerato in un corpo materiale. Anima e corpo, dunque, sono in opposizione (dualismo): il corpo mortifica l’anima con le passioni e l’ignoranza, mentre l’anima aspira a liberarsi dal corpo. La morte del corpo apre l’anima alla vera vita, desiderata dal filosofo che, attraverso la filosofia quale "esercizio di morte", cioè di vita nella dimensione dello spirito basata sulla virtù e la conoscenza,, opera una "fuga dal corpo" e, nel contempo, una "fuga dal mondo", cioè dal male del mondo. Per Platone la conoscenza razionale si identifica con la conversione morale: conoscendo, l’anima si purifica e si eleva raggiungendo la vera virtù; in altre parole si avvicina alla comprensione dell’intelligibile, cioè della divinità, cui finisce per somigliare, per quanto sia possibile, in quanto a sapienza, giustizia e santità.

Aristotele parla dell’uomo quale "zoon logikon", cioè animale vivente dotato di ragione. Aristotele applica anche agli esseri viventi la sua concezione della realtà intesa come sinolo di materia e forma. E poiché la materia è potenza e la forma è atto (entelechia), lo Stagirita, nel trattato Sull’anima, così si esprime: "E’ necessario che l’anima sia sostanza come forma di un corpo fisico che ha vita in potenza; ma la sostanza come forma è entelechia…dunque l’anima è entelechia prima di un corpo fisico che ha la vita in potenza". L’anima, in quanto principio di vita, deve avere le capacità di regolare le funzioni vitali fondamentali (vegetative, sensitive, intellettive), per cui Aristotele fa distinzione tra anima vegetativa (che regola le attività biologiche, quali nutrizione, accrescimento, riproduzione),anima sensitiva ( che regola le sensazioni, nonché l’appetito ed il movimento che dipendono dalla sensazione –vedi pag. 138-139) ed anima intellettiva o razionale. Quest’ultima, posseduta dall’uomo insieme alle altre due (mentre gli animali hanno solo le prime due e le piante solo l’anima vegetativa), presiede al pensiero e alle attività razionali e, a differenza delle altre due anime, non è mescolata al corpo. Poiché l’anima razionale è la parte dominante e migliore, l’uomo si identifica soprattutto in essa. Si è molto discusso in passato, da parte dei filosofi, sulla differenza tra intelletto potenziale o possibile (capacità potenziale di conoscere le forme intelligibili) ed intelletto attuale od attivo (capacità di mettere in atto e la potenzialità intellettiva di cogliere la forma e la forma contenuta in potenza nelle sensazioni e nelle immagini); ciò che ci sembra interessante sottolineare è che per Aristotele questo intelletto attivo, pur essendo nell’anima, viene "dal di fuori e solo esso è divino". Anche se il filosofo di Stagira non ha dato risposta agli interrogativi che quest’attestazione comporta (rapporto intelletto/individuo, implicazioni morali, escatologia), resta la sua affermazione di una dimensione trascendente nell’uomo.

Nell’ambito della filosofia cristiana Sant’Agostino, riferendosi a ciò che Platone dice di Socrate nell’Alcibiade, parla dell’uomo come di un’anima che si serve di un corpo, dove anima e corpo assumono nuovo significato alla luce della dottrina della creazione. Soprattutto, Agostino pone l’accento sull’uomo singolo, che egli definisce "profondo mistero" e "persona" nella misura in cui l’ "io" è il riflesso delle tre Persone della Trinità. Nel sofferto conflitto tra la sua volontà e quella di Dio l’uomo scopre l’io, la sua personalità: Agostino, per primo, proclama l’autonomia della volontà (che sceglie) dalla ragione (che conosce e giudica) e ciò spiega anche perché l’uomo a volte operi scelte irrazionali. L’essere umano, comunque, dice Agostino, è fatto per conoscere la Verità che abita "in interiore homine".

S.Tommaso, seguendo Aristotele, parla dell’uomo come unità sostanziale composta da due principi, uno materiale, l’altro spirituale. Tommaso opera una geniale sintesi fra visione cristiana e pensiero aristotelico, facendo propri anche spunti platonici e neoplatonici: il concetto platonico di anima immortale (la vera essenza dell’uomo per Platone) che destina l’uomo alla vita eterna e quello aristotelico di anima come entelechia del corpo sono fusi nella visione unitaria dell’uomo inteso in primo luogo come persona (cioè l’individuo, non la specie) che, ricevendo per partecipazione (influsso platonico) l’essere divino, è chiamata alla beatitudine eterna.

Nel campo della filosofia moderna, per Cartesio l’uomo è centro del dualismo di due sostanze complete ma distinte tra loro, l’anima (res cogitans) e il corpo (res extensa). Per Cartesio l’anima, in quanto pensiero, non ha una dimensione estesa come il corpo e, quindi, non è soggetta al binomio vita/morte. Tuttavia essa è in relazione stretta col corpo: l’anima muove e governa il corpo, ma le sensazioni, i sentimenti e le emozioni provenienti da quest’ultimo a sua volta si riflettono sull’anima e la modificano. Con la ragione l’uomo, accogliendo le idee chiare e distinte e mettendole in pratica, evita di lasciarsi guidare dalle emozioni e dai sentimenti. Per Cartesio la sede dell’anima è la ghiandola pineale, posta al centro del cervello.

Per Kant l’essere umano, in quanto finito, è soggetto alle leggi fenomeniche, tuttavia è aperto con la ragione e, soprattutto, con la legge morale, all’infinito. Nella Critica della Ragion pratica Kant così si esprime: "La legge morale (dentro di me) mi rivela una vita indipendente dall’animalità, e perfino dall’intero mondo sensibile: almeno per quel che si può desumere dalla destinazione finale della mia esistenza in virtù di quella legge; la quale destinazione non è limitata alle condizioni e ai confini di questa vita, ma va all’infinito".

Con l’avvento dell’Idealismo, l’uomo è concepito in Fichte come "io empirico", il luogo "finito" necessario alla realizzazione infinita dell’Io. L’idealismo fichtiano è soggettivo/etico in quanto l’Io-soggetto continuamente tende a raggiungere la perfezione cercando di superare il limite dovuto al non-Io, posto dallo stesso Io. L’uomo è anche il luogo in cui l’Io, pensandosi come uomo, capisce che anche il non-Io è opera sua (momento di sintesi fra Io e non.Io).

In Schelling l’uomo è il grado di manifestazione più alto della Natura in quanto luogo del ridestarsi dello Spirito e dell’accendersi della coscienza e della consapevolezza. Schelling propone un’unità di Spirito (Io fichtiano) e Natura (non Io). Entrambi tendono ad espandersi e a strutturarsi teleologicamente nei vari livelli costituiti dai limiti, continuamente superati, di reciproca opposizione. Se il più alto livello della Natura è quello organico, l’uomo, a sua volta, ne è la punta di diamante, il fine ultimo in quanto unico luogo del ridestarsi dello Spirito nella Natura.

In Hegel la visione dell’uomo è inglobata nel contesto del processo dialettico triadico che vede lo Spirito soggettivo, che è autorealizzazione ed autoconoscenza (tesi), realizzarsi come Spirito oggettivo nella libertà intersoggettiva (antitesi), per poi autoconoscersi come Spirito assoluto (sintesi). Questa autoconoscenza è dell’Idea, cioè dell’Essere "in sé" che, per conoscersi, deve distendersi nello spazio e nel tempo come Natura. Al vertice di questo esternarsi della Natura c’è l’uomo, nel quale si compie il ritorno della Natura verso lo Spirito, ovvero il "ritorno a sé" dell’Idea. Questo ritorno segue le leggi della dialettica hegeliana: nel singolo uomo emerge lo Spirito soggettivo, che è semplice coscienza individuale che giunge, attraverso le tappe dell’antropologia (studio dell’anima), della fenomenologia (coscienza, autocoscienza, ragione) e della psicologia (spirito teoretico, spirito pratico, spirito libero), a determinarsi come volontà o Spirito libero. Perché la libertà non rimanga astratta, ma si concretizzi, occorre che la coscienza individuale si confronti con quella degli altri individui: si passa così allo Spirito oggettivo che, attraverso il diritto (regolamentazione delle libertà individuali), la moralità (interiorizzazione della legge come coscienza della Legge interiore) e l’eticità (sintesi dei due momenti precedenti), giunge all’attuazione della libertà nei fini concreti che la famiglia (tesi), la società (antitesi) e lo Stato (sintesi) indicano. Lo Stato, per Hegel, in quanto anche sintesi di diritto e moralità, è "l’ingresso di Dio nel mondo", è "Spirito del popolo" e, nel popolo-guida, "Spirito del mondo" che si serve dei popoli e del cittadino (che esiste per lo Stato e non viceversa) per raggiungere i suoi fini universali. Tuttavia solo attraverso il processo dialettico che include l’arte (espressione oggettiva dell’Assoluto colto con l’intuizione del bello: tesi), la religione (rappresentazione interiore dell’Assoluto: antitesi) e la filosofia (Assoluto come concetto puro: sintesi) lo Spirito (Spirito assoluto) acquista la piena coscienza di sé. Questo processo dialettico, in cui lo Spirito (cioè l’Idea, cioè Dio) si autoconosce in modo assoluto, avviene nell’uomo che, con la filosofia, raggiunge il culmine della sua vita spirituale, entrando in contatto col divino.

Nel contesto della filosofia contemporanea ci soffermeremo, in particolare, sul materialismo, le cui idee, che possiamo far risalire a Democrito, ancora oggi si riversano abbondantemente nello stile di vita personale e sociale. Il concetto di base di questa corrente filosofica è che l’uomo non è che un prodotto più evoluto della materia. (In realtà, poiché l’uomo ha una dimensione corporea che sottostà alle leggi biologiche è fuor di dubbio che egli vada studiato con l’ausilio delle scienze mediche, biologiche, ecc. Ma la comprensione empirica è esauriente della realtà ? E’ giusto rinnegare la dimensione spirituale dell’uomo solo perché essa non è "misurabile" ? Per fare un esempio comparativo, l’acqua, che per la scienza è solo H2O, ha tuttavia un valore umano che va ben oltre: disseta, lava, cuoce, permette di nuotare, suscita ammirazione nella visione di una cascata, ecc. E ancora, il valore di un regalo si può ridurre solo al suo prezzo ?). Per dimostrare questa tesi, sono state addotte diverse ragioni.

Distinguiamo, infatti, con Feuerbach, un umanesimo materialista che si riassume nella frase homo homini Deus est. Nell’opera "L’essenza del cristianesimo" Feuerbach dice che l’uomo ha proiettato fuori di sé le sue migliori qualità (bontà, intelligenza, ecc.) in un essere immaginario, perfetto, chiamato Dio. Questa proiezione diventa alienazione, perché Dio impoverisce l’uomo sottraendogli le forze necessarie al suo impegno nel mondo. Quindi per Feuerbach l’essenza della teologia è l’antropologia, il mistero di Dio è la realtà dell’uomo che è essenzialmente individuo biologico le cui necessità vanno soddisfatte. Non la religione, ma il lavoro e la politica possono soddisfare queste esigenze, mentre all’amore di Dio si sostituisce l’amore dell’uomo per l’uomo (Umanesimo); in particolare, un’alimentazione sana ed abbondante è posta alla base della cultura e del sentimento, poiché "l’uomo è ciò che mangia" (identificazione dell’uomo con la natura).

Nel suo materialismo storico-dialettico Marx proclama l’assoluta immanenza dell’uomo che è tanto più uomo, quanto più produce beni materiali ed economici. Marx parte dall’umanesimo di Feuerbach cui applica la dialettica hegeliana che ne risulta "rovesciata". In altre parole questa dialettica egli non la applica alle idee, ma alla realtà storica il cui sviluppo dialettico, per Marx, soggiace alle leggi dell’economia, capolinea di tutte le esigenze dell’uomo. La trascendenza è alienazione che ha le radici nell’alienazione economica: il lavoratore dipendente non si realizza attraverso il prodotto del suo lavoro, poiché esso non è sua proprietà; inoltre il padrone impone al prodotto ultimato un valore aggiunto o plusvalore per arricchirsi. Il lavoratore, quindi, schiavizzato dal capitale, cade nella povertà e nell’alienazione psicologico-sociale che è essenzialmente alienazione economica. Con la religione l’operaio pensa di essere ripagato in un’altra vita delle miserie che soffre: cosicché la religione diventa fattore alienante ed "oppio dei popoli" perché blocca l’agitazione popolare contro i capitalisti. Parlando nel Capitale della famiglia, Marx dice che essa "produce" i figli che sono "capitale umano" che rende possibile il lavoro; tuttavia anche la gravidanza può diventare un ostacolo per il necessario lavoro della donna, per cui famiglia e numero dei figli vanno pianificati dallo Stato in funzione di un superiore valore economico. Queste idee sono state applicate in Russia, primo paese dove, nel 1920, è stato legalizzato l’aborto.

Nel cosiddetto materialismo psicoanalitico S. Freud considera l’uomo un insieme di impulsi repressi. Per Feud la vita psichica non è che riflesso di processi corporei e materiali; la spiritualità dell’uomo è forma, sovrastruttura di un impulso represso (libido, soprattutto libido sessuale) che, non potendosi manifestare direttamente, lo fa attraverso altre forme, tra cui la religione. L’istinto, infatti, sottoposto alla censura della vita sociale, viene rimosso verso l’inconscio, da dove emerge sotto forma di nevrosi o sotto le forme sublimate dell’arte, della filosofia, della religione, ecc. L’uomo è così ridotto a puro istinto. Da notare che la psicoanalisi, che ha una sua validità autonoma, viene da Freud utilizzata come prova della sua visione materialistica.

Ricordiamo ancora il materialismo umanista, così come lo ritroviamo nell’esistenzialista Albert Camus (1913 – 1960), scrittore, nel 1957 premio nobel per la letteratura, esponente dell’esistenzialismo francese. (L’Esistenzialismo nasce in Europa fra le due guerre mondiali e si afferma nei decenni successivi. Esso rispecchia lo stato d’animo di chi ha vissuto le realtà devastanti della guerra e dell’asservimento ai regimi totalitari. Di fronte a queste esperienze laceranti viene negata la visione positiva della storia (cioè di un sicuro progresso storico) proclamata dall’Idealismo, dal Positivismo e dal Marxismo e, affermando che la razionalità non si identifica con la realtà, sostiene la centralità dell’esistenza dell’uomo, del singolo uomo considerato come "essere finito", continuamente in balia delle incertezze della vita nella quale è stato come "gettato". L’esistenza, inoltre, è concepita come carattere peculiare dell’uomo che è il solo capace di filosofare; ma l’esistenza è anche ex-sistere, cioè possibilità di venir fuori, poter essere ciò che l’uomo stesso ha deciso di essere. Questa decisione è rischio, incertezza, ma anche slancio verso ciò che può qualificare l’esistenza (Dio, la libertà, il nulla, ecc. nelle varie correnti dell’esistenzialismo). Le origini di questa corrente filosofica risalgono a Kierkegaard ed alla più recente Fenomenologia. Kierkegaard, rimproverando alla sintesi hegeliana di aver distrutto i valori etici ( la mediazione operata dallo Spirito Assoluto elimina, in senso cristiano, la distinzione tra peccato e Grazia e, quindi, impedisce all’uomo la salvezza che nasce dall’angoscia del peccato), afferma l’irripetibile individualità dell’uomo contro l’astrattezza dello Spirito. La Fenomenologia (Husserl, Scheler) ha l’intendo di costruire una filosofia come scienza rigorosa basata sull’analisi delle "essenze". Queste si presentano in modo intuitivo ed immediato alla coscienza, dopo che si è operata una sospensione del giudizio (epochè) su tutto ciò che, del soggetto (convinzioni e pregiudizi) come dell’oggetto (analisi scientifiche), non sia chiaro ed inconfutabile. Ciò che residua all’epochè sono appunto le essenze o "residui fenomenologici" che riguardano, quindi, le idee universali (es. la moralità) e non gli eventi particolari (es. l’azione morale di una persona). Quest’analisi dell’essenza delle esperienze umane è ereditata dall’Esistenzialismo.) Il suo è un materialismo-ateismo paradossale perché la trascendenza, sempre negata, è implicitamente sempre presente. Camus, che nega Dio perché non sa spiegarsi il perché della sofferenza, mostra una vera religiosità che si esprime nella ricerca di una santità senza Dio, espressione di un umanesimo vero ma immanente. Tra i suoi romanzi ricordiamo "L’uomo in rivolta" (ribellione dell’uomo contro la propria condizione e contro il Creato), "Lo straniero" (storia di un delitto assurdo, denuncia dell’assurdità di vivere e dell’ingiustizia universale), "La peste". Quest’ultimo romanzo è emblematico del pensiero di Camus che cerca di trovare nel mondo una salvezza all’uomo. In Algeri, città ridente e prospera, gli ammalati sono messi da parte per non disturbare la realtà fiorente, finché arriva la peste a sconvolgere tutto. Nel romanzo viene analizzato il comportamento di quattro personaggi-chiave di fronte all’epidemia: un medico che, pur potendo fuggire, resta per aiutare i concittadini; un sacerdote che cerca di dare un’interpretazione di fede all’avvenimento; un giudice cui muore il figlio; un delinquente. La peste, nell’intenzione dell’autore, è un simbolo che acquista vari significati: è epidemia fisica, malattia che uccide innocenti e bambini; è l’oppressione nazista (gli abitanti della città rappresentano gli oppressi d’Europa); è la sofferenza del mondo, soprattutto la sofferenza degli innocenti (simboleggiati dal figlio del giudice), di fronte alla quale Dio tace; è il male morale, poiché nel romanzo la peste colpisce gli innocenti, ma non i delinquenti. La conclusione di Camus è che, di fronte alla sofferenza, o Dio non esiste e perciò non può intervenire, o se esiste è crudele, perciò è meglio che non esiste. I personaggi del romanzo, quindi, cercano concretamente la salute più che la salvezza, cioè si sforzano di raggiungere da soli quella compiutezza che un Dio che non c’è non può dare.

Ricordiamo infine il cosiddetto materialismo del benessere economico o materialismo etico, di recente nascita, che si può riassumere nella frase : "Vivere come se Dio non esistesse". E’ un materialismo pratico che coinvolge la stragrande maggioranza delle persone per le quali i valori che contano sono quelli tangibili (status socio-economico, amici, riposo, vacanze). Esso è diffuso nelle società cosiddette liberali, dove gli eccessi del capitalismo che non trova ostacoli morali rende l’uomo oggetto e strumento del meccanismo di produzione (consumismo).

Con Jacques Maritain (1882 – 1973) il tomismo diventa apportatore di nuova linfa e parte viva della filosofia contemporanea. Egli, rifiutando l’umanesimo "puro" proposto dalla cultura moderna, da lui definito "disumano" in quanto chiuso al trascendente, propone un "umanesimo integrale" alla cui base c’è una concezione antropologica aperta al soprannaturale.

Per Maritain la cultura moderna non ha rifiutato i valori del cristianesimo, ma ha cercato di renderli "naturali", proponendoli in una dimensione puramente umana: già Cartesio, egli afferma, aveva sostituito alla fede la ragione; Rousseau, poi, ritenendo l’uomo buono per natura, l’aveva in qualche modo reso autosufficiente; con Marx, infine, lo Stato si sostituisce a tutti gli effetti a Dio nella realizzazione storica di un regno di benessere goduto dall’umanità nuova. La cultura moderna, dunque, vive, per Maritain, una separazione tra fede e cultura, politica e morale e porta in sé il potere distruttivo di una dissoluzione antropologica.

I cristiani, incarnazione di un umanesimo integrale, sono chiamati, al di là della divisione partitica, a collaborare con le altre componenti della collettività per la costruzione di una società consona alla dignità dell’uomo. Lo Stato, pur restando autonomo rispetto alla Chiesa, ha tuttavia il dovere di riconoscere (e non di concedere) i diritti naturali dei cittadini (naturali in quanto acquisiti al momento dell’atto creativo divino); cosicché per Maritain parlare di "sovranità popolare" significa far riferimento ai diritti dell’uomo, di ciascun uomo, come "persona". In questo contesto l’educazione assume il ruolo fondamentale di "ars cooperativa naturae", di arte, cioè, egli dice, che, come avviene per la medicina, dà vita alla salutare pienezza dell’uomo come persona. Maritain, sulla scia tomistica, è fautore di un personalismo con fondazione ontologica (personalismo ontologico): la persona è tale in quanto è costituita da un’esistenza concreta fatta di spirito e corporeità, dove questa esistenza concreta è portatrice di uno spirito che dà vita alla corporeità. Questa realtà costitutiva è la fonte degli atti liberi e responsabili, è la fonte delle relazioni, è criterio ultimo per ciò che è buono (= consente lo sviluppo della natura umana) o cattivo ( impedisce tale sviluppo). e forma alla vita democratica.

Padre della dimensione libertaria attuale è Herbert Marcuse (1898 – 1979). Egli, riprendendo e sviluppando il concetto freudiano di cultura o civiltà (poggiata sulla repressione costante della libido, forzatamente sublimata verso le attività sociali che segnano il progresso), ne critica l’idea di inevitabile eterno contrasto tra piacere e realtà (ovvero tra istinti e costrizioni sociali), dovuto alla natura umana. Per Marcuse questo contrasto è legato invece al potere che, per garantire l’organizzazione sociale costituita, reprime le potenzialità dell’individuo, nonostante che il progresso tecnologico abbia ormai fornito le condizioni per liberare l’uomo dagli irretimenti sociali (lavoro dipendente, famiglia, morale). Nell’opera L’uomo a una dimensione (1964) Marcuse traccia l’immagine che egli ha dell’uomo moderno, costretto a vivere nell’unica dimensione che la società totalitaria e la filosofia della logica del dominio gli ha concesso: non solo l’attività sociale, ma anche i suoi più profondi bisogni ed aspirazioni sono condizionati ed asserviti al perpetuarsi della società industriale avanzata e dei suoi ritmi produttivi. La filosofia, pur non proponendo modelli concreti, denuncia questo stato di cose e si pronuncia per il "Grande Rifiuto" rimanendo solidale con quelli che, emarginati, rischiano la vita per ottenere i più elementari diritti, testimoni inconsapevoli de "l’inizio della fine di un periodo". Il pensiero di Marcuse ha avuto grande eco nei costumi della società moderna, particolarmente nel campo della bioetica. Nell’opera Eros e civiltà (1955) Marcuse afferma che la civiltà umana "cammina secondo i fatti della libertà". Dopo la liberazione dalla schiavitù ad opera del Cristianesimo, la liberazione delle classi sociali ad opera della rivoluzione francese e la liberazione dalla diseguaglianza economica dovuta alla rivoluzione russa, egli auspica anche la liberazione dell’eros (in senso freudiano = istinti) attraverso: 1 ) Il superamento della famiglia, prigione dell’eros. Egli introdusse il concetto di sexual- right, diritti sessuali da riconoscere alla persona; in Svezia e Norvegia si insegnò educazione sessuale nelle scuole seguendo questo principio, le cui conseguenze furono la liberalizzazione dei contraccettivi, il divorzio, l’aborto, l’eutanasia (basata sul principio dell’autodeterminazione del paziente che contrasta con la responsabilità del medico). 2) La libertà da ogni sistema morale, ponendo come unico limite il rispetto della libertà altrui. Con la crescita economica questo libertarismo diventò facilmente edonismo. 3) L’abolizione del lavoro dipendente, considerato opprimente.

APPENDICE SUL MATERIALISMO

CARATTERI DEL MATERIALISMO

·        Scientismo: ogni verità può essere ottenuta solo tramite le scienze.

·        Ateismo: l’uomo si comprende e si realizza nei fatti della storia. La trascendenza è negata.

·        Dogmatismo: l’affermazione della sola dimensione materiale ha carattere dogmatico.

CONSIDERAZIONI SUL MATERIALISMO

ASPETTI POSITIVI

·        Certamente l’uomo appartiene anche al mondo materiale.

·        Il benessere materiale, coniugato con la giustizia,  non può essere disatteso per una vera realizzazione dell’uomo.

·        Traspare, nella maggioranza delle correnti materialiste, uno spiccato desiderio di giustizia ed un’accentuata attenzione all’uomo. Ciò rende ragione del successo di queste correnti.

CONSIDERAZIONI CRITICHE

·        Le scienze sono utili per indagare e comprendere le leggi che regolano la natura, ma non offrono un quadro completo di tutti i significati che la natura può avere per l’uomo. Effettivamente egli col corpo partecipa della materia ed appartiene alla specie animale; in quanto tale,  è anche sottoposto alle leggi biologiche ed è fuor di dubbio che egli vada studiato con l’ausilio delle scienze mediche, biologiche, ecc. Ma la comprensione empirica è esauriente della realtà ? E’ giusto rinnegare la dimensione spirituale dell’uomo solo perché essa non è "misurabile" ? Per fare un esempio comparativo, l’acqua, che per la scienza è solo H2O, ha tuttavia un valore umano che va ben oltre: disseta, lava, cuoce, permette di nuotare, suscita ammirazione nella visione di una cascata, ecc. Ancora un esempio: il valore di un regalo si può ridurre solo al suo prezzo ? Così, non si può annullare la trascendenza solo perché non è misurabile scientificamente.

·        Il materialismo, negando il trascendente, vuol fare emergere e difendere l’uomo dalla tirannia di Dio. Al posto di Dio, tuttavia, esso insedia varie forme ideologiche (marxismo, nazismo, liberalismo, ecc.), tutte a carattere totalizzante, che privano il singolo uomo della sua identità ed unicità. Disperso nell’anonimato della massa, l’uomo, anziché  essere liberato, diventa vittima dell’uomo stesso, ovvero viene sacrificato sull’altare dell’interesse superiore dell’ideologia. Abolita la legge trascendente, ogni azione sull’uomo diventa lecita, poiché manca il parametro universale cui far riferimento per dirimere il bene dal male.

TRASCENDENZA DELL’UOMO

·        L’uomo non è un “oggetto” tra gli altri, ma è “soggetto” capace di giudicare gli oggetti, distinguendoli da sé (obiectum è participio di obicio e significa “posto davanti”).

·        Egli, inoltre, possiede la reditio completa, cioè la capacità di “ritornare su se stesso”  (= essere sempre presente a se stesso) attraverso l’autocoscienza e l’autodeterminazione. Questa capacità gli deriva dal fatto che egli sa “astrarre”, cioè estrarre dal particolare l’universale e, quindi, di farsi un’opinione, di giudicare.

·        Astrazione vuol dire estendere in modo illimitato una conoscenza limitata, cioè trascendere la conoscenza particolare per tendere alla conoscenza dall’illimitato attraverso il limitato (apertura all’essere). Questa caratteristica, legata all’intellectus agens, è propria dell’uomo e rende ragione della sua natura spirituale.

·        La trascendenza dell’uomo è legata a ciò che definiamo cultura, carattere peculiare dell’uomo, in discontinuità col resto del mondo fisico e biologico. Potremmo affermare con certezza che dove c’è la cultura c’è l’uomo. Il comportamento culturale, nato con l’Homo sapiens sapiens, è definito dai parametri della progettualità e della simbolizzazione. Progettare vuol dire elaborare in modo originale ed innovativo una strategia per raggiungere un fine; presuppone la nozione di tempo, poiché il progetto parte da  conoscenze già acquisite per proiettate nel futuro, ma presuppone pure libertà ed autodeterminazione. Il simbolo è il significato che l’uomo sa attribuire ad un oggetto, un’azione, ecc. Tale significato va oltre il segno visibile, come caratteristicamente avviene in campo artistico o religioso (sacramentum = segno). Anche gli strumenti tecnici sono segno della loro funzione (simbolismo funzionale). La cultura, dunque, pur essendo legata alla sfera biologica, la trascende, si proietta oltre i limiti del determinismo biologico. Con l’uomo compare per la prima volta in natura un essere vivente il cui comportamento non è regolato solo da leggi biologiche, ma, soprattutto, da scelte di valore in virtù della capacità di autodeterminarsi.

·        Nell’apertura all’essere, che si realizza in ogni conoscenza, si nasconde in modo mediato la tensione verso l’Essere Assoluto che racchiude in sé la totalità della conoscenza: è questa la costituzione fondamentale dell’uomo. L’uomo, dunque, è essere spirituale in quanto per natura costantemente in tensione ed apertura verso l’Essere Assoluto. Nonostante egli abbia la facoltà di rifiutarla, questa natura non potrà mai essere annullata, ridotta a sola materia.

·        Il discorso sulla trascendenza dell’uomo conduce a Dio.

·        L’uomo tuttavia va visto nella sua globalità di corpo e spirito, dove la  corporeità è parte integrante della spiritualità. Quest’ultima, infatti, non va vista in modo astratto, ma sempre riferita ad un uomo concreto che pensa, vuole, si apre agli altri e all’Altro.

·        Unità, identità, finitudine, temporalità, coscienza e libertà sono le caratteristiche che, con la spiritualità, caratterizzano la persona umana .