L’embrione è persona?

Il problema dell’identità e della continuità della persona è particolarmente dibattuto, in bioetica, in riferimento all’embrione umano. Esso è da considerarsi persona? E se lo è, da che momento del suo sviluppo? La problematica non è solo un fatto accademico, poiché comporta, come conseguenze pratiche, la liceità o meno dell’aborto e degli esperimenti sugli embrioni.

L’uomo, in quanto persona, ha un corpo appartenente alla specie umana, possiede un’identità bio-psichica, è unico ed irripetibile (individualità), ha coscienza riflessa, è capace di dare un significato alle cose, è libero. E’ possibile riferire questi attributi all’embrione? Il punto centrale della questione sta nel riconoscimento dell’embrione umano come individuo, e a questo riguardo esistono diversi orientamenti:

· Criterio genetico: fa riferimento all’unicità del genoma (corredo genetico) del nuovo essere e considera il momento della fertilizzazione come nascita dell’individuo.

· Criterio interazionista della scuola franco – belga: la nascita dell’individuo avverrebbe con l’impianto della blastocisti in utero, momento in cui si instaura l’interazione fra madre ed embrione (7° - 8° giorno).

· Criterio individualistico: ritiene che si possa definire individuo l’embrione solo quando questi ha terminato il suo impianto in utero e si è formata la stria primitiva (14° - 15° giorno), indicatore biologico embrionale della presenza di un unico individuo in fase di crescita.

· Criterio somatico: ritiene che l’individuo umano per essere tale, debba assumere un aspetto corporeo riconoscibile come inequivocabilmente umano, anche se non ancora proporzionato (VI – VIII settimana).

· Criterio neurofisiologico: fa riferimento all’inizio dell’attività (elettrica) neuronale cerebrale (VIII settimana) come presupposto fondamentale per una vita "umana".

· Criterio del modello personalista: c’è uno sviluppo organico unitario, continuato e coordinato dell'essere umano che parte dal concepimento per giungere all’età matura e alla vecchiaia, per cui non ha senso voler individuare il momento della nascita dell’individuo. L’embrione, dunque, è solo una tappa di un unico processo di crescita di colui che è già persona umana (e, quindi, soggetto di diritti) fin dal momento della fusione dei due gameti.

L’obiezione che più di frequente viene fatta al criterio personalista è che, dopo la fecondazione e la fusione dei nuclei dei due gameti, la cellula iniziale (zigote) inizia subito a dividersi con la formazione di cellule dette blastomeri. Fino allo stadio di otto blastomeri ciascuna di queste cellule, se separata dalle altre, può ancora dare origine all’organismo umano completo, sviluppandosi in modo autonomo. Superato questo stadio i blastomeri perdono tale capacità (totipotenzialità). In natura è possibile che due degli otto blastomeri di uno stesso embrione possano evolversi indipendentemente e dare origine a gemelli monozigoti (cioè derivanti da uno stesso zigote originario e, quindi, con lo stesso corredo cromosomico) biamniotici (con due placente) o monoamniotici (con una placenta). Ciò, naturalmente, pone in discussione il concetto di embrione come individuo, almeno fino al XIV giorno, in cui la comparsa della stria o linea primitiva rende impossibile ogni sdoppiamento evolutivo. Il filosofo australiano Rev. Norman M. Ford nel suo libro When did I begin? Conception of human individual in history, philosophy and science (Cambridge University Press, 1988; trad. italiana a cura della C.Ed. Baldini & Castoldi, Milano 1997) afferma che fino alla comparsa della stria primitiva l'embrione è costituito da un aggregato omogeneo di cellule totipotenti (cioè con linea di sviluppo non definita), tutte identiche tra loro (hanno lo stesso DNA) ed indipendenti l'una dall'altra, per cui non si può parlare di embrione , ma solo di proembrione (o preembrione). Questa tesi è stata condivisa da altri filosofi e scienziati di fama internazionale, nonchè da diversi studiosi italiani  che hanno sottoscritto a tal proposito una Dichiarazione sull'embrione.

Se, tuttavia, osserviamo l'embrione ad un livello più profondo, quale è quello biochimico-molecolare, o quello di organizzazione dell'espressione genica del DNA (cioè di come le informazioni genetiche contenute nel DNA sono funzionalmente espresse), è possibile rendersi conto che le cellule embrionali, sebbene siano morfologicamente indistinguibili, non sono affatto identiche. Esse, infatti, ponendosi in interazione tra loro e con l'ambiente uterino-placentare, mutano in modo rapido e progressivo, avviando in ciascuna cellula o gruppi di cellule processi molecolari cellulari ed intercellulari che solo nel 15° giorno si rendono visibili nella stria primitiva. In altre parole, ciò che ad un certo momento si rende visibile non è frutto di un cambiamento qualitativo improvviso, ma è segno di un processo evolutivo continuo che ha avuto inizio fin dallo zigote e che risponde ad un disegno evolutivo proprio dell'individuo. La totipotenzialità degli otto blastomeri, presente solo in caso di distacco delle cellule,  è momento di passaggio e fase necessaria allo sviluppo dell’organismo (il blastomero, se isolato, si divide ritornando necessariamente allo stadio di otto blastomeri). 

Infine, per ciò che concerne le manipolazioni sull’embrione, viene ribadito che il materiale biologico umano va trattato con rispetto proprio perché "umano": in fin dei conti finora non si è mai verificato che un embrione umano abbia subito una trasformazione evolutiva (es. in animale) tale da giustificarne l'uso indiscriminato o la soppressione. Da uno zigote potranno evolversi uno o più individui, ma sempre appartenenti alla specie umana. L'embrione, da quanto detto, è individuo umano in sviluppo ed è quindi, persona in atto.