L'EVOLUZIONE UMANA

Luomo moderno appartiene alla specie Homo sapiens, del genere Homo che, con altri generi, rientra nella famiglia Hominidae. Questa, con altre famiglie, forma l’ordine Primates che, con altri numerosi ordini è incluso nel regno Animalia.

La storia dell’uomo, dunque, inizia certamente con l’avvento delle prime microscopiche forme di vita sulla Terra, tuttavia in senso stretto la storia dell’Homo sapiens inizia con la comparsa, circa cinque milioni di anni or sono, quasi certamente in Africa, della famiglia Hominidae .Nell’accingerci a ripercorrere la nostra storia evolutiva, giova ricordare come il 99,9999997% di essa è in comune con le attuali antropomorfe africane il cui patrimonio genetico è simile al nostro in una percentuale superiore al 90% ( 98% nello scimpanzé ). Una differenza del 2% ha reso, dunque, l’Homo sapiens una specie unica.

I resti fossili più antichi di ominide sono stati ritrovati di recente (1994) in Etiopia ed in Kenya. Dal sito etiopico di Aramis proviene Ardipithecus ramidus,risalente a 4,4 myr (1 myr = 1 milione di anni). Trattasi di frammenti di cranio e di ossa di arto, più alcuni denti; in particolare i frammenti cranici, pur mostrando una affinità con lo scimpanzé, mostrano una posizione più avanzata del foro occipitale (attraverso il quale il midollo spinale dal cranio si continua nel canale vertebrale). Ciò rende verosimile che la postura di A. ramidus fosse eretta, con locomozione bipede; questa modificazione posturale fu la conseguenza di variazioni climatiche, iniziate circa 10 myr fa, che, nelle zone equatoriali, comportarono una riduzione delle precipitazioni che assunsero un carattere più stagionale, mentre nelle zone settentrionali si verificavano violente oscillazioni climatiche definite periodi glaciali. Nell’Africa orientale e meridionale si ebbe, dunque, in questo periodo, un’espansione intermittente della savana a spese della foresta pluviale, come documentato anche dal ritrovamento di numerosi fossili di erbivori risalenti a 7-5 myr or sono. Per sopravvivere gli ominidi incominciarono a lasciare la foresta, inoltrandosi per le distese erbose; ciò comportò l’adozione della postura eretta che, mentre permette una migliore visione per avvistare predatori e prede, consente una migliore ventilazione del corpo contro la calura e, soprattutto, rende liberi gli arti superiori (mani) per procurarsi e trasportare il cibo, oltre a favorire la socializzazione e, in definitiva, lo sviluppo del cervello e delle sue attività.

I resti fossili di Australopithecus anamensis furono ritrovati nel 1995 a Kanapoi e Allia Bay, nel Kenya settentrionale. Essi comprendono frammenti cranici, parti di mascellare e mandibola con grossi molari (tipici di una alimentazione prevalentemente vegetariana) ed ossa degli arti, tra cui una tibia la cui estremità prossimale, implicata nell’articolazione del ginocchio, fa supporre l’assunzione di una postura eretta. Attualmente A. anamensis è considerato il precursore di Australopithecus afarensis.

Resti fossili attribuiti ad Australopithecus afarensis furono ritrovati nella seconda metà degli anni settanta in Etiopia e in Tanzania. A Laetoli (Tanzania) le erosioni provocate da pioggia e vento hanno riportato alla luce due serie parallele di orme impresse sulla cenere di un vulcano ormai estinto, per una lunghezza di circa 24 metri. Queste orme, datate intorno a 3,6 myr, sono testimonianza inconfutabile dell’andatura bipede di quest’ominide capace di sfruttare le risorse offerte da un habitat sempre più povero di alberi e più ricco in distese erbose. Abbiamo già detto, parlando di Ardipithecus ramidus, dei vantaggi offerti dalla postura eretta; aggiungiamo qui che l’adozione di questo atteggiamento posturale certamente gettò le basi per un cambiamento nei rapporti fra gli individui di sesso opposto, con significativi risvolti sociali. I genitali femminili, infatti, con la nuova postura non furono più visibili in modo evidente e l’ovulazione, col tempo, non si accompagnò più al rigonfiamento dell’area perivaginale, segno di una recettività sessuale di tipo "estrale", cioè limitata al solo momento fertile, come avviene invece nelle antropomorfe; nel contempo diventarono visibili le mammelle. Le femmine dunque, acquistando la capacità di attrarre costantemente i maschi, posero le basi per un rapporto di coppia caratterizzato dalla collaborazione fra i sessi nell’allevamento della prole e nella ripartizione delle risorse alimentari. A sostegno di quanto detto c’è da aggiungere che, nonostante la maggior mole dei maschi di A. afarensis, i fossili relativi ai canini dei due sessi di quest’ominide hanno pressappoco la stessa grandezza: questo è segno caratteristico dei primati che praticano il legame di coppia. Nelle grandi antropomorfe, infatti, dove non esiste stabile legame di coppia, i maschi hanno canini molto più grossi. Ad Hadar (Etiopia) sono stati portati alla luce numerosi resti ossei di A. afarensis risalenti a 3,4 – 3,2 myr fa. I maschi sono molto più grossi e più alti delle femmine, con un peso stimato, rispettivamente, di ca.45 e 30 kg. La capacità e l’aspetto del cranio è vicino a quello delle attuali antropomorfe, ma la posizione più avanzata del foro occipitale e l’articolazione del ginocchio mostrano chiaramente l’andatura bipede di quest’ominide. Il più noto fossile di Hadar è Lucy, uno scheletro incompleto appartenente ad un individuo di bassa statura, con molta probabilità di sesso femminile. La sua importanza sta nel fatto che esso è stato ritrovato insieme ai resti di almeno altri 12 individui e ciò fa supporre l’esistenza di un gruppo sociale.

Uno scheletro incompleto di Australopithecus africanus datato a 2,5 myr è stato ritrovato negli anni venti in Sudafrica. Si tratta del primo australopiteco noto, molto simile ma meno robusto di Australopithecus afarensis. La faccia è prognata, il cervello è ancora di piccole dimensioni e l’alluce divaricato ne indica le abitudini arboricole, sebbene sia decisamente un bipede. I reperti fossili sembrano escludere che egli facesse uso di strumenti. L’importanza dei ritrovamenti in Sudafrica sta nel fatto che in questa regione non solo sono stati ritrovati i primi ominidi arcaici, ma, ciò che più conta, è emersa dagli scavi la testimonianza di una diversità evolutiva nell’ambito della famiglia Hominidae, caratterizzata dalla nascita di diverse specie di ominidi di cui la maggior parte subì poi un arresto evolutivo. Ne sono un esempio i resti fossili sudafricani di Paranthropus, un ominide bipede con corporatura più massiccia e volume cerebrale lievemente più grande di A. africanus.

Fossili di Homo habilis furono ritrovati nel 1964 nella gola di Olduvai in Tanzania (datati 1,8 myr) e, negli anni settanta, nel Turkana orientale in Kenya (datati 1,9 – 1,8 myr). La novità di questi ritrovamenti fu la scoperta di strumenti litici (rudimentali coltelli di pietra) che valse a conferire il nome di specie "Uomo" (in quanto) "artefice" di strumenti. In realtà in queste località sono venuti alla luce resti di due specie distinte: una assimilabile ad A. africanus, un’altra con capacità cranica superiore di circa una volta e mezza e proporzioni corporee più vicine alle nostre, riferibile ad Homo habilis (molto noto è il famoso cranio ER 1470). Gli artefici di questi strumenti (detti olduvaiani dalla zona di ritrovamento) mostrarono per la prima volta capacità cognitive superiori alle antropomorfe non solo perché riuscirono a realizzarli, affinando la complessa manualità necessaria a causare fratture a superficie curva (concoide), ma anche perché seppero cogliere le proprietà del materiale utilizzato, selezionando le pietre più adatte e portandole intelligentemente nei luoghi di residenza per lavorarle. Con queste schegge di pietra, talvolta lunghe solo pochi centimetri, Homo habilis riusciva a staccare rapidamente grossi pezzi di carne dagli animali uccisi per portarli in luoghi sicuri, lontano dal pericolo costituito dai grossi carnivori. Oggi si ritiene che questi nostri lontani antenati più che cacciare grosse prede, si appropriassero di animali uccisi dai grossi predatori; in più certamente essi si nutrivano del midollo presente all’interno delle ossa lunghe degli animali, come risulta dai ritrovamenti di cumuli di ossa fratturate appartenenti ad arti di animali, portate negli accampamenti. Un calco del cranio ER 1470 ha evidenziato per la prima volta asimmetrie fra i due emisferi cerebrali, sicuro segno di evoluzione della funzionalità encefalica.

Homo ergaster, ritrovato verso la metà degli anni settanta nel Turkana orientale (Kenya), era un ominide vissuto tra 1,9 e 1,4 myr fa. Aveva una capacità cranica di 850 ml, di poco inferiore alla media attuale, prognatismo facciale meno accentuato dei suoi precedessori, molari più piccoli (segno di un’alimentazione meno vegetariana e più carnea) e asimmetria cerebrale più pronunciata di Homo habilis. Nel Turkana occidentale fu scoperto, nel 1985, il "Ragazzo del Turkana", uno scheletro completo di H. ergaster, probabilmente morto all’età di nove anni, risalente a 1.6 myr fa. Ciò che colpisce di questo scheletro è l’acquisizione di caratteri "moderni" che manifestano il definitivo adattamento degli ominidi alla savana. Alto 160 centimetri, da adulto avrebbe raggiunto i 180 centimetri, e nel complesso sarebbe molto somigliante alla attuale popolazione indigena del Turkana, formata da individui alti e snelli, adattati ad un clima arido e caldo, con osso nasale prominente per aumentare la capacità di umidificazione dell’aria secca inspirata. Intorno ai 1,5 myr or sono vi fu un’innovazione notevole nel campo degli strumenti litici con la nascita del "bifacciale acheuleano", così detto dal nome della località francese in cui fu ritrovato. In realtà l’uso di questo strumento, legato anche ad Homo erectus, un discendente di H. ergaster, fu molto diffuso in Africa, meno in Asia e pochissimo in Europa. Il bifacciale è un grosso strumento per raschiare, tagliare e squartare, di forma ovoidale, ottenuto per rimodellamento totale della pietra utilizzata. Ciò comporta una reale "ideazione" dello strumento, definito anche "il coltello multiuso del Paleolitico", periodo in cui gli attrezzi litici furono prodotti per scheggiatura, non per levigazione. Anche le prime testimonianze dell’uso, sia pure discontinuo, del fuoco risalgono all’epoca in cui visse H. ergaster.

Se l’Africa fu la culla del genere umano, sembra tuttavia assodato che con H. ergaster, adattato alla savana, gli ominidi iniziarono a colonizzare gli spazi aperti, spingendosi ad ondate successive sempre più a nord e ad est, verso climi più freschi. Le profonde variazioni climatiche che vanno sotto il nome di glaciazioni, verificatesi nel Pleistocene, certamente ebbero un ruolo importante nel processo evolutivo umano. Le calotte polari, infatti, si espansero sottraendo alla vegetazione vaste regioni e gli animali e gli ominidi, di conseguenza, furono costretti a spostarsi verso zone più equatoriali; l’aumento dello spessore dei ghiacci provocò un notevole abbassamento del livello dei mari (> 90 metri) creando istmi tra isole e continenti ed aprendo nuovi spazi alla colonizzazione. Naturalmente nelle fasi interglaciali temperate avvenne esattamente l’opposto. Tutto ciò contribuì all’evoluzione umana poiché, frammentando e causando nuovi aggregati tra le popolazioni ominidi, ne accelerò i processi di competizione e di estinzione e, in definitiva, di speciazione. Gli effetti climatici interessarono tutta la Terra, Africa compresa, dove, come si è detto, furono determinanti per l’evoluzione ominide; tuttavia è in Europa e in Asia occidentale che si sono ritrovati reperti che meglio comprovano le conseguenze delle glaciazioni sui nostri antenati, vissuti in epoca di marcata instabilità climatica.

Secondo una delle linee evolutive più accreditate da Homo ergaster presero origine sia Homo erectus che Homo antecessor. Esiste una buona documentazione fossile per H. erectus, particolarmente in Asia orientale dove questo nostro precursore visse per più di un myr. Resti di H. antecessor risalenti a ca. 800 kyr fa (1 kyr = 1000 anni) sono stati da poco rinvenuti in Spagna e ciò testimonia, contrariamente a quanto si pensasse, che la colonizzazione del continente europeo è iniziata in modo precoce. Da H. antecessor sarebbe derivato, per gli antropologi spagnoli, H. heidelbergensis, tappa evolutiva comune sia ad Homo sapiens che ad Homo neanderthalensis (poi estinto).

Homo heidelbergensis probabilmente non visse solo in Europa, ma è qui che sono rimaste le sue migliori testimonianze. Il suo aspetto ricorda l’uomo attuale, tuttavia era di costituzione più robusta, con una scatola cranica più piccola (1200 ml), grossi rilievi sopraorbitari e faccia allineata con l’osso frontale. Osservava una dieta carnea e vegetariana, viveva in gruppi nomadi ed era capace di costruirsi delle abitazioni; a lui sembra risalire la testimonianza del primo uso domestico del fuoco (capanne di Terra Amata nella Francia meridionale, datate a ca. 400 kyr fa), ma, soprattutto, dall’esame dell’anatomia cranica risulterebbe la capacità di H. heidelbergensis di esprimersi con un linguaggio complesso, anche se lontano dalle capacità comunicative odierne.

Homo neanderthalensis probabilmente originò da H. heidelbergensis; visse per molto tempo in contemporanea con H. sapiens e di lui si conosce molto più degli altri ominidi. Il primo fossile attribuibile a H. neanderthalensis è datato a 200 kyr ed è costituito da frammenti di calotta cranica ritrovati a Ehringsdorf in Germania; centinaia sono invece i ritrovamenti pervenutici da siti europei ed asiatici , di età compresa tra i 120 e i 30 kyr, epoca della sua estinzione. Fisicamente H. neanderthalensis era più robusto ma più basso di H. sapiens, con una faccia più estesa e pronunciati rilievi sopraorbitari; la volta cranica era più bassa ed allungata ed il cervello, di dimensioni vicine alle nostre, presentava un ridotto sviluppo della corteccia frontale (sede dei processi logici ed associativi). Essi vissero nel Paleolitico medio in un periodo di violente oscillazioni climatiche e la loro organizzazione sociale, per quanto efficiente, non li preservò da una vita breve (in media 40 anni) segnata da numerosi traumi fisici e stress alimentari, com’è documentato nei loro resti ossei. Erano artigiani abilissimi nel lavorare la pietra, ma non risulta che abbiano utilizzato altre materie prime (es. osso) per realizzare i loro strumenti; i loro siti erano semplici, concepiti per gruppi non molto numerosi ed in modo molto meno strutturato di quelli di H. sapiens. Dallo studio degli accampamenti di queste due specie risulta che i Neandertaliani migravano in massa dopo che le risorse del territorio occupato, indiscriminatamente sfruttate, si erano esaurite (raccoglitori opportunisti); H. sapiens, invece, pianificava l’uso delle risorse, sfruttandole con l’ausilio di piccoli accampamenti periferici, periodicamente visitati da individui specializzati (raccoglitori sistematici). H. neanderthalensis, inoltre, a differenza dei nostri più diretti antenati, non ha lasciato testimonianze archeologiche di comportamento simbolico; nonostante avesse coscienza della morte, tanto da seppellire i propri morti con gli arti flessi in piccole buche, tuttavia l’assenza di un corredo funerario (oggetti, cibo, ecc. come simboli di una vita futura) rivela l’incapacità di accedere a rappresentazioni mentali. E ancora, il modesto arrotondamento della base del cranio depone contro la possibilità, per quest’ominide, di esprimersi con un linguaggio articolato. Tutto ciò è dimostrazione evidente del sensibile divario culturale esistente tra le specie Neanderthalensis e Sapiens che, per i molteplici motivi esposti, non possono considerarsi tappe di uno stesso processo evolutivo. Tuttavia proprio in questi giorni (25/04/1999) è stata annunciata la scoperta in Portogallo dello scheletro di un bambino di quattro anni con caratteristiche intermedie fra H. neanderthalensis ed H. sapiens; secondo lo scienziato americano Trinkaus questa sarebbe la testimonianza di una integrazione tra le due specie.

Homo sapiens ebbe origine in Africa intorno a 160-130 kyr or sono e qui si differenziò a lungo prima di migrare. Testimonianze della sua presenza in Asia ed in Australia (raggiunta per mare?!) risalgono a circa 60 kyr fa. I più antichi ritrovamenti fossili europei, datati a 40 kyr, sono quelli di Bacho-Kiro in Bulgaria e ciò aveva fatto supporre che queste nuove popolazioni fossero giunte da est; successivamente sono stati scoperti siti ancora più antichi nella penisola iberica che testimonierebbero della penetrazione dell’uomo moderno (detto Cro-Magnon dalla località francese in cui fu trovato per la prima volta) in Europa attraverso vie diverse.

Fino a 40 kyr fa l’Europa era dominio dei Neandertaliani; non è stato ancora del tutto chiarito se i Cro-Magnon siano riusciti in qualche modo a fondersi con essi o se ne abbiano causato l’estinzione per eliminazione diretta e/o attraverso una competizione vincente nello sfruttamento delle risorse disponibili. Una cosa comunque è certa: con Homo sapiens compare sulla terra una specie qualitativamente nuova, capace di essere l’artefice del proprio mondo, modellato su un progetto frutto di rappresentazione mentale; non così i Neandertaliani, i più evoluti dopo i Cro-Magnon, che "subirono" l’habitat fornito loro dalla Natura. Per evidenziare la radicale diversità di Homo sapiens rispetto agli ominidi che lo hanno preceduto, ci soffermeremo su alcuni aspetti comportamentali che caratterizzarono la vita di questi uomini del Paleolitico superiore.

A Sungir’, in Russia, è stato ritrovato un sepolcro risalente a 28 kyr fa, contenente i resti di tre individui (due ragazzi e un uomo di ca. sessant’anni) riccamente vestiti e numerosi oggetti facenti parte del corredo funerario, tra cui molti ottenuti da avorio di mammut intagliato. Oltre a suggerire l’esistenza di classi sociali differenziate (non tutti i sepolcri trovati sono così lussuosi), questo ritrovamento testimonia della fede in una vita oltre la morte (religiosità) e dell’esistenza di un’organizzazione sociale stratificata in cui l’artista aveva una propria collocazione (gli oggetti ritrovati presuppongono un lungo e laborioso impegno).

Ricca è la documentazione archeologica di una vera vena artistica espressa attraverso intagli e raffigurazioni. A Vogelherd in Germania è stata ritrovata una serie di piccole figure di animali intagliata in avorio; in particolare colpisce la figura di un cavallino scolpito su una medaglia di cinque centimetri: esso non ricalca la tozza figura dei cavalli dell’epoca, ma esprime in modo elegante e simbolico l’essenza dell’animale. Nella grotta Stadel di Hohlenstein in Germania è venuta alla luce una statuetta di trenta centimetri raffigurante un uomo con la testa di leone; l’interpretazione più ovvia è che si tratti di una figura mitologica che rivela tutto un retroscena di tradizioni e di miti. Tra le decorazioni pervenuteci particolare menzione meritano quelle ritrovate nella grotta di Lascaux nella Francia occidentale, dove disegni geometrici accompagnano bellissime figure di animali resi con particolare forza evocativa, facendo ricorso anche a mezzi prospettici. Queste raffigurazioni denotano profonda capacità di osservazione, padronanza di mezzi tecnici ed espressività simbolica che non ha molto da invidiare a quella delle generazioni future.

A differenza dei Neandertaliani, i Cro-Magnon vivevano in gruppi numerosi in accampamenti di variabile dimensione e complessità. Le capanne presentavano spesso un’architettura elaborata, non rispondente a criteri di pura necessità. Conoscevano bene l’uso del fuoco, utilizzato per illuminare, per riscaldare gli ambienti e l’acqua (scaldata con pietre roventi in buche scavate nella terra e rivestite di pelli), ma anche per cuocere statuette di argilla (quelle ritrovate nella repubblica Ceca risalgono a 26 kyr fa e sono state cotte a T° > 400°C). Ci sono pervenuti strumenti litici di varie fogge da essi costruiti, molti dei quali sono provvisti di manici di legno o di osso; inoltre sono state ritrovate, come novità peculiare, punte d’osso e corna di cervo raddrizzate per farne dei propulsori. Oltre alle armi, come già si è detto erano capaci di realizzare oggetti artistici (statuine), ma anche strumenti musicali, come attestato dal ritrovamento di flauti a più fori risalenti a 30 kyr or sono.

Tuttavia ciò che peculiarizza l’Homo sapiens è il linguaggio, inteso non solo come capacità anatomo-funzionale (linguaggio articolato), ma come attitudine mentale a produrre simboli, elaborati dal pensiero, organizzati in precise strutture cerebrali (area di Broca) e poi espressi in suoni . Dal momento che il pensiero non può essere scisso dal linguaggio, poiché i simboli mentali coincidono con i simboli linguistici sia quando riflettiamo che quando colloquiamo, ne deriva che i Cro-Magnon, i soli della famiglia degli Hominidae che ci hanno lasciato diffuse testimonianze simboliche, erano in possesso del ragionamento simbolico complesso e ciò li rende specie unica ed individui assimilabili, non solo per le caratteristiche anatomiche, all’attuale razza umana. L’uomo non è solo "più" intelligente delle altre specie viventi, ma lo è in "modo diverso", poiché, mentre è capace di riflettere su se stesso, riesce a manipolare l’ambiente che lo circonda in modo qualitativamente unico, modellandolo, cioè, secondo un progetto frutto di rappresentazione mentale.