V. Marcozzi nellopera Il cristiano di fronte alleutanasia (La civiltà cattolica, 1975, 4, p. 322) così definisce leutanasia: "la soppressione indolore o per pietà di chi soffre o si ritiene che soffra e che possa soffrire nel futuro in modo insopportabile".
Storicamente è noto che a Sparta i neonati deformi erano eliminati e che questa prassi trovò, per motivi politici, il consenso di Aristotele (Aristotele, Politica, VII, 1335b) e di Platone (Platone, Repubblica, 460b) che ne auspicò lestensione, con laiuto dei medici, anche agli ammalati gravi. A Roma cera il culto della forza e del vigore giovanile che si accompagnava al rigetto della vecchiaia e della malattia; lo stoicismo si innestò in questa cultura e celebrò il suicidio di personalità quali Seneca, Epitteto, Lucano, Petronio (morti illustri).
Ma non tutti, nel mondo greco romano, condividevano questo modo di pensare: tra questi ricordiamo i greci Pitagora, Ippocrate e Galeno ed il romano Cicerone.
Nel "Giuramento" di Ippocrate si legge: "Non mi lascerò indurre dalla preghiera di nessuno, chiunque egli sia, a propinare un veleno o a dare il mio consiglio in una simile contingenza".
Nel "Somnium Scipionis" (III, 7) Cicerone così scrive: "Tu, o Publio, e tutte le persone rette, dovete conservare la vostra vita e non dovete allontanarvi da essa senza il comando di colui che ve lha data, affinché non sembriate sottrarvi allufficio umano che Dio vi ha stabilito".
Tuttavia è con lavvento del cristianesimo che si è avuta quella profonda svolta nella cultura e nel costume dei popoli che ha portato, anche in questo ambito, allemarginazione, per secoli, di questa mentalità. Bisogna giungere al nazismo per veder riemergere in modo drammatico leutanasia come "progetto politico": dagli atti del processo di Norimberga risulta che vennero uccise oltre settantamila persone poiché definite "esistenze prive di valore vitale". Le motivazioni e le giustificazioni che portarono a questi fatti raccapriccianti, come pure allolocausto ebraico, sono da ricercare nelle idee razziste e nellaccentramento di ogni potere nelle mani dello Stato assolutista che intendeva indirizzare ogni risorsa economica verso lo sforzo bellico.
Oggi le motivazioni che portano alleutanasia sono diverse da quelle naziste, anche se hanno in comune con esse il mancato riconoscimento della vita umana come valore in sé. Il rifiuto della trascendenza con la rivendicazione della piena autonomia delluomo e ledonismo che si associa al consumismo hanno portato allemarginazione dei "fatti di morte e di sofferenza" che sono diventati dei veri "tabù", così come, fino a pochi decenni or sono, lo era il sesso. Con leutanasia luomo cerca, in qualche modo, di gestire la morte, facendola rientrare negli schemi tollerabili della sua autodeterminazione; nel Manifesto sulleutanasia del 1974, firmato da numerose personalità, tra cui anche premi Nobel, leggiamo: "Affermiamo che è immorale accettare o imporre la sofferenza. Crediamo nel valore e nella dignità dellindividuo; ciò implica che lo si lasci libero di decidere ragionevolmente della propria sorte". Questa , dunque, è lillusione e la tentazione delluomo di sempre: affrontare gli aspetti negativi della vita (malattia, sofferenza, ecc.) negando che essi facciano parte della vita stessa, cioè rimuovendoli anziché accettarli in modo consapevole. Dietro leutanasia cè lincapacità di esprimere una vera solidarietà con lammalato, poiché questi, là dove non manca il sostegno della compassione (nel senso proprio di "soffrire con") non chiede di morire. Naturalmente non devono mancare allammalato terminale le cure mediche atte a lenire la sofferenza, anche se il "no alleutanasia" non deve coincidere col "si allaccanimento terapeutico", cioè allimpiego di terapie mediche o chirurgiche inutili perché sproporzionate rispetto ai prevedibili benefici.
Leutanasia, oltre che ai malati terminali, è rivolta anche ai neonati con gravi malformazioni che sono causa di un decadimento della qualità di vita e provocano grave onere per i familiari. Per questi neonati è stato proposto il blocco dellalimentazione con somministrazione di un liquido soporifero. Altri tipi di eutanasia sono la cosiddetta criptoeutanasia (fatta di nascosto aumentando la dose degli analgesici, come è avvenuto in alcune case di riposo e cura per anziani) e il do not risuscitate (il paziente chiede di non essere sottoposto a terapie di rianimazione) la cui sigla (DNR) viene apposta sulla cartella clinica.
Cè tuttavia unaltra forma di eutanasia che sottilmente sta permeando il substrato sociale come sottoprodotto di una cultura che vede luomo sempre più asservito alle necessità delleconomia. Nellambito delle considerazioni sul rapporto costo/beneficio (costo di unazione rapportato al beneficio che se ne ottiene), poiché le risorse economiche sono limitate rispetto alla richiesta, cè il rischio che la società si faccia carico solo di quegli ammalati (che necessitano di cure lunghe e dispendiose) che possano essere recuperati allefficienza produttiva. E solo un timore, tuttavia sono sotto gli occhi di tutti i tanti indigenti che già oggi non possono accedere alla diagnostica ed alle cure più efficaci.
Lo stato legislativo attuale: nel 1976 lo Stato della California legiferò il Natural Death Act in base al quale il paziente, con dichiarazione scritta alla presenza di testimoni (living will), può chiedere di non essere sottoposto a terapie di sostentamento vitale in caso di malattia terminale; nel 1977 altri sei stati USA seguirono lesempio della California, mentre nel settembre dello stesso anno nel cantone di Zurigo in Svizzera leutanasia fu legalizzata in modo referendario. Attualmente ci sono leggi che permettono la "morte assistita" in Olanda, in Oregon e in Colombia, mentre sono in preparazione leggi analoghe in Lussemburgo e Belgio. In Italia il Codice di Deontologia Medica vieta sia leutanasia attiva (somministrazione di farmaci venefici) che quella passiva (mancato intervento con cure o tecniche vitali).
Ciò che maggiormente colpisce nelleutanasia è la constatazione di come la medicina, certamente nata per aiutare luomo a vivere meglio, finisca invece per procurargli la morte, trovando nellinsopportabile sofferenza la sua giustificazione. In realtà resta il dubbio che il dolore e la sofferenza non siano oggi, più di ieri, intollerabili e che manchi, invece, nella società attuale la capacità di cogliere lo stretto nesso che lega la vita alla sofferenza e alla morte. La riflessione bioetica vuole spingerci alle radici del problema, indicando nel senso che luomo dà alla vita (e quindi alla morte) le ragioni ultime del suo agire: ritorniamo così al discorso sui criteri morali trattati nella parte introduttiva di questa tesi.