Bioetica e A.I.D.S.                                                   

L’AIDS (sindrome da immuno - deficienza acquisita) non è solo una malattia, ma un problema che chiama in causa la società e la sua cultura, dal momento che la sua diffusione è strettamente legata a comportamenti e problematiche sociali (libertà omo ed eterosessuale, prostituzione, tossicodipendenza). Per combattere questa malattia non basta la scienza medica e la ricerca, ma occorre l’intervento di educatori e governanti e richiede, in definitiva, la condotta responsabile di ciascun individuo. Non a caso l’AIDS è stata definita "la peste del 2000".

La malattia ha avuto origine in Africa Centrale e sembra ormai dato acquisito che il virus che ne è responsabile sia stato trasmesso all’uomo dalla scimmia che è portatrice (cioè non si ammala, ma può trasmettere il virus). Le modalità di trasmissione dell’infezione sono legate al sesso (inizialmente soprattutto ai rapporti omosessuali, poi anche quelli eterosessuali), alla droga (aghi usati in modo promiscuo) e alle trasfusioni (ora il sangue per le trasfusioni è sotto stretto controllo, ma non fu così in passato). L’azione patogena del virus è legata alla distruzione di alcune cellule del sangue (linfociti CD4+, principali attivatori della difesa immunitaria attraverso la produzione di anticorpi) la cui carenza rende l’organismo preda di infezioni.

Oggi nel mondo ci sono circa 30,6 milioni di individui infetti da HIV e di questi 21 milioni sono in Sud-Africa (8 – 32% della popolazione). Nel 1997 si è avuto un incremento dei soggetti contagiati soprattutto nelle nazioni in via di sviluppo, ma anche in paesi prima esenti dal contagio (es. 100.000 nuovi casi in Russia); molti di essi sono bambini e donne gravide e rilevante è il problema nel mondo dei bambini (malati e non) orfani di genitori morti per AIDS (8,2 milioni nel 1997). Viceversa, va sottolineato come nei paesi musulmani non ci siano casi di AIDS a causa dei diversi costumi etico – sociali. In Europa, a partire dal 1995, anno di introduzione dei nuovi farmaci anti – HIV, si è avuto un decremento delle persone ammalate (cioè con i sintomi clinici della malattia), ma non di quelle sieropositive (cioè infettate dal virus) e ciò testimonia della difficoltà di arginare l’AIDS la cui diffusione è legata a radicati costumi sessuali.

La popolazione mondiale può essere oggi divisa in due grossi gruppi: quelli che ricevono o riceveranno i nuovi farmaci e quelli che difficilmente potranno permetterseli perché costano molto (occorrono 20 – 50 dollari/die!); poiché a questo secondo gruppo appartengono le nazioni in via di sviluppo, risulta chiaro, da quanto detto, che la stragrande maggioranza degli ammalati di AIDS probabilmente non saranno curati.

Un aspetto particolare che va sottolineato in campo bioetico è quello della massiccia campagna pubblicitaria fatta per incoraggiare l’uso del preservativo come mezzo "sicuro" di prevenzione dell’AIDS. Già come contraccettivo il profilattico ha una percentuale di fallimento superiore al 20% poiché, a parte il rischio legato alla rottura, pare che sia permeabile agli spermatozoi; quanto più il piccolissimo virus dell’aids riuscirà a passare attraverso i pori del lattice del preservativo? Perché, allora, su ciò i mass media tacciono? E’ solo una questione di interesse commerciale?

Dal punto di vista sociale si pone il problema del conflitto etico fra il diritto che ha la società di proteggersi dal contagio e quello dell’ammalato che dev’essere aiutato, ma anche difeso nella sua privacy, senza diventare soggetto di discriminazioni. C’è inoltre la questione degli oneri economici a carico della società e, nel caso di risorse limitate, occorre stabilire in base a quali criteri distribuirle agli aventi diritto (in questo caso gli ammalati). Non va dimenticato, infine, che gli ammalati dei paesi in via di sviluppo hanno il diritto di non sentirsi discriminati, in quanto a possibilità di cura, rispetto a quelli dei paesi più ricchi.

Dal punto di vista personale il soggetto che ha contratto l’infezione subisce un dramma interiore nel momento in cui ne viene a conoscenza, è costretto a porsi il problema del cambiamento dei suoi rapporti con gli altri (in particolare con i familiari e col coniuge), subisce o teme di subire discriminazione, è chiamato a prepararsi ad una possibile evoluzione fatale della malattia.

E’ stato detto, a ragione, che conoscere l’AIDS in tutti i collegamenti morali significa conoscere la bioetica. Da quanto abbiamo sinteticamente esposto risulta evidente che questa malattia investe tutte le dimensioni personali e sociali, da quella fisico-organica e psichica a quella socio-ambientale, coinvolgendo la scelta personale di comportamento, la relazione tra le persone, la giustizia sociale.